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Alida Casagrande

Anatomia di un suicidio

Una voce dal Futuro mi grida:
"Avanti, avanti!" - ma è sul Passato
(oscuro gurgite!) che la mia anima aleggia
tacita, immobile, sgomenta!

  E.A.Poe

Il trillo del campanello mi fece sobbalzare. Se non aspetti qualcuno,  chi suona alla porta alle sette del mattino non è certo un fiorista con un mazzo di rose. E io non aspettavo nessuno.  

«Scusami se ti disturbo a quest'ora. Posso entrare?»

Sulla soglia dell'uscio aperto la sagoma di Margherita  si stagliava contro un cielo color madreperla.

«Ma certo che non disturbi! Entra, entra! Piuttosto mi stupisci:come mai qui a quest'ora? E' successo qualcosa?»

«No, non è successo nulla. Diciamo che...passavo da queste parti e mi è venuta voglia di un buon caffè. Me lo offri?»

Osservai Margherita di spalle mentre mi precedeva in salotto.
Camminava leggermente curva, aveva il passo stanco e l'aspetto trasandato di chi è rimasto in piedi tutta la notte; mi chiedevo cosa potesse averla indotta a venire da me in maniera perlomeno insolita.
Eravamo amiche, ma il nostro rapporto era fondato sul reciproco rispetto, sulla lunga frequentazione piuttosto che sull'affetto.
Eppure c'era stato un tempo in cui avremmo dato l'anima l'una per l'altra.

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Un singolare destino ci univa fin dall'infanzia: tutte e due eravamo le ultimogenite della famiglia e i nostri genitori, e in particolare modo i nostri padri,  stravedevano per noi, per le donne di casa. Io e Margherita ci eravamo incontrate per la prima volta all'asilo della parrocchia in cui abitavamo, e da quel momento eravamo diventate inseparabili tanto che mia madre era solita dire: «Mi sembra di avere adottato un'altra figlia tanto tu e la tua amichetta state appiccicate l'una all'altra; e sono certa che pure la madre di lei dirà lo stesso vedendoti spesso a casa sua.»

Tutti dicevano che sembravamo sorelle, Margherita e io, tanto facevamo le stesse cose e tanto, addirittura, dicevamo le stesse cose come se l'una fosse lo specchio dell'altra.

Le scuole dell'obbligo ci videro insieme, felici, spensierate e corteggiate da quasi tutti i nostri compagni di classe. Eravamo belle, simpatiche, intelligenti e tutto ci appariva meraviglioso, possibile e facile. Dopo il liceo ci iscrivemmo all'università, e alla facoltà di lettere avevamo vagheggiato insieme grandi successi letterari: di tanto in tanto ne parlavamo ancora,  sorridendone, quando, dopo aver conseguito la laurea vincemmo entrambe una cattedra nella scuola media.
Insomma, c'erano tutti i buoni motivi perchè nella nostra piccola città di provincia fossimo considerate un raro esempio di duratura amicizia.

E fino ad un certo evento della nostra vita tutto ciò che appariva era vero; durò finchè tra noi, una notte di Capodanno, si insinuò Marcello. Lo incontrammo e lo conoscemmo ad una festa presso una discoteca a pochi chilometri dalla nostra cittadina. Era stato impossibile non notarlo e non sentirsi attratte dal suo fascino, dalla sicurezza del suo modo di fare, dal magnetismo che il suo sguardo, di un colore più vicino al grigio che all'azzurro, emanava. Il suo fisico era degno di un atleta – ed in seguito scoprimmo che praticava nuoto agonistico – e gli anni che dimostrava – e aveva – più di noi concorsero al nostro innamoramento.

Tanto eravamo ingenue io e Margherita, tanto era smaliziato lui. Un grande potere era nelle sue mani – e non gli fu difficile creare una situazione di rivalità sommersa, non gli fu difficile illudersi, non gli fu difficile possederci.
Io e Margherita ci confessammo questa nostra passione, e tanto avevamo fiducia l'una nell'altra che dicemmo all'unisono: «Vinca la migliore!»
Però tutte le nostre buone intenzioni col trascorrere del tempo si affievolirono fino a scomparire del tutto ed a farci allontanare l'una dall'altra tra sospetti e invidie.

In questa partita a tre Margherita giocò una tremenda carta vincente: rimase incinta e in una cittadina come la nostra anche un bellimbusto non osa sfidare il giudizio della gente. E poi, perchè non avrebbe dovuto sposare Margherita che apparteneva ad una buona famiglia, era una bella ragazza – indubbiamente più bella di me –  ed aveva un ottimo posto di lavoro? Non c'era alcun motivo, apparente, per cui non avrebbero dovuto sposarsi. E si sposarono, infatti, in una tiepida giornata di ottobre, mentre folate di vento alitavano sulle prime foglie appassite, e qualcuna si staccava dal ramo svolazzando con leggerezza fino a terra.

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Oggi Margherita ha un figlio ventenne e un divorzio alle spalle.
Io riempio ancora la mia solitudine con i frantumi di un amore sincero e la desolazione di un tradimento.
Mi trasse da questi pensieri la voce forzatamente ironica di Margherita: «Posso davvero sperare in un caffè?»
Annuii. «Certo. Intanto siediti lì in poltrona...»
Dalla porta socchiusa della cucina la vidi accasciata tra i cuscini, lo sguardo perso in chissà quali angosciosi pensieri.
Le porsi la tazza di caffè, sedetti di fronte e la fissai negli occhi. «Avanti, dimmi perchè sei qui.»

«Non lo so, credimi non lo so. Vi sono momenti nella vita che, apparentemente senza motivo, ti fanno intravedere qualche aspetto della natura umana fino ad allora sconosciuto, forse sepolto in fondo all'animo,  sotto il cumulo degli affanni e delle false gioie del quotidiano. D'improvviso ti rendi conto che non esistono forze uniche, non esistono vie maestre: comprendi che puoi...potresti...avresti potuto realizzarti  in tanti modi, non soltanto secondo criteri sanciti dalla morale, dalla razionalità, dalle consuetudini. Da tutte quelle categorie di valori dentro i quali ti senti protetto, ma che in realtà sono dei solchi che differiscono dalle tombe soltanto nelle dimensioni. Non sto facendo della filosofia d'accatto. Mi sono guardata allo specchio e vi ho visto riflesso...»

Non l'ascoltavo più. Quelle parole mi turbavano. Non tanto per quello che dicevano, ma per quanto sottintendevano. Cercavo di comprendere quali tempeste si celassero, quali lacerazioni. Rimasi in silenzio, fissavo il caffè pigramente mosso dal ruotare del cucchiaino. Margherita si interruppe, posò la tazzina sul tavolino  spostando con garbo le riviste che ingombravano il piano, si alzò in piedi e si avviò alla porta fermando con un gesto della mano il mio tentativo di trattenerla: «No, resta. Conosco la strada. Scusami: scusa l'intrusione, scusa lo sfogo. E...scusami se talvolta ti ho fatto del male.»
«Andiamo, non esagerare! Che diamine, cos'è quest'aria di tregenda?» tentai di esclamare con enfasi pur sentendo alla gola un nodo di commozione. «Su, torna indietro, sediamoci e parliamo.»
Non rispose.
Aveva già varcato la soglia.
Scosse la mano in un gesto di saluto e se ne andò lanciandomi uno sguardo ormai indifferente.

Gli alberi spogli si stagliavano contro il cielo chiaro e le foglie morte, arruffate e ingiallite, riposavano sopra l'erba bruciata dal freddo.

Chiusi l'uscio alle sue spalle mentre uno sconosciuto senso di oppressione mi imprigionava il petto. Per qualche momento rimasi appoggiata alla porta, incapace di pensare e di agire; dopo mi rifugiai nella stanza da letto  buttandomi sopra le coperte; alfine, dopo pochi minuti che avevano avuto la durata di un'eternità sfilai la camicia da notte e mi vestii per recarmi al lavoro, al mio amatissimo – e unico scopo della mia vita – di insegnante.

Quando uscii da casa notai che il tempo era cambiato: all'orizzonte si alzavano grosse nuvole grigie gonfie di pioggia ed un'aria fredda picchiava il mio volto. Alzai il bavero del cappotto e mi incamminai verso la scuola.

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Il maresciallo parlava con toni gentili, aveva modi garbati. Ma era pur sempre un carabiniere che voleva sapere dei miei rapporti con Trevisani Margherita, di anni 44, morta suicida per asfissia provocata dal gas di scarico della sua automobile convogliato nell'abitacolo; e mi intimidiva.

«Dottoressa Casati, si tranquillizzi, la prego. Lei era amica da lunga data con la defunta e probabilmente è l'ultima persona ad averla vista in vita. C'è altro, secondo lei, che potrebbe aver fatto scattare il tragico gesto, dopo quanto mi ha detto sulla strana visita alle sette del mattino di lunedì scorso? Dico «fatto scattare» perchè per quanto ne so del personaggio non dovrebbe essere stato un atto causato da improvvisa follia.»

Mi guardò come se cercasse un mio gesto d'assenso, ma senza attenderlo, proseguì: «Mi parli dei rapporti della povera signora con l'ex marito, con il figlio, con la madre e il fratello...o con i colleghi,con un amico in particolare...un amante, se c'era; insomma con il mondo della defunta che anche lei conosce.»

«Certo, capisco», mormorai prendendo tempo per riflettere  su cosa dire di quei personaggi – di quell'ex marito, soprattutto, senza scivolare in argomenti che avrebbero potuto richiedere chiarimenti e dettagli  dai quali volevo stare lontana; in fondo, mi dicevo tentando di convincermene, il capitolo con me e Marcello  non poteva certo aver sconvolto la storia esistenziale di Margherita.

«Non mi risulta che avesse un amante. Beh, non faceva vita monacale, dopo il divorzio, ma nulla di serio o di compromettente che io sappia. Marcello, il marito...Margherita non lo rimpiangeva, aveva sofferto più delle conseguenze che provoca un fallimento matrimoniale – il figlio, la gente, i cambiamenti nelle abitudini quotidiane – ma rimpianti no, non credo proprio.»

«E la madre, il fratello?» incalzò il maresciallo abbandonandosi allo schienale della sedia fingendo un interesse tradito, invece, da uno sbadiglio faticosamente represso.

Costui sa già più di quanto gli occorra sapere – pensai – e la mia deposizione non è altro che un atto da routine da mettere nel fascicolo.

Tagliai corto: «Margherita non era da tempo in buoni rapporti con la madre e con il fratello; questioni di eredità alla morte del padre. La signora Gina, la madre, non era mai riuscita a mascherare bene la preferenza per il figlio maschio, tanto che dopo la morte del marito era andata a vivere con lui, con la scusa di dover badare ai nipotini. Venuto meno il baluardo del signor Trevisani, che invece stravedeva per la figlia, Margherita era stata per così dire relegata da madre e fratello a rapporti praticamente formali. Ma anche di ciò non è che ne soffrisse più di tanto. Forse ne avrà sofferto a suo tempo...»

Il maresciallo Benotti spostò il busto sugli avanbracci posati sulla scrivania intrecciando le dita.«Dunque, secondo lei, i rapporti con i familiari non dovrebbero aver causato, o quantomeno contribuito a maturare il tragico gesto della signora.»

«Già», risposi laconicamente. «Era un dolore oramai passato.»

«E mi dica», seguitò il maresciallo, «i rapporti con Antonio, con il figlio ventenne.»

«Non ne so molto. Mi pare che frequentasse un'università in Svizzera e che suo padre si accollasse tutte le spese di questo soggiorno all'estero. Antonio è un ragazzo sveglio, intelligente; l'ho visto di rado e Margherita non me ne parlava più di tanto. Forse lo amava soltanto come si amano i figli della colpa, sui quali si tende a riversare, magari inconsciamente, le cause di scelte obbligate, i rimpianti di un passato rimasto nei sogni di notti infinite. Chissà...forse il ragazzo ha scelto di allontanarsi da casa perchè "sentiva" l'ostilità di sua madre.»

Stavolta il laconico «già» arrivò dal maresciallo Benotti che aveva assunto un'aria di meditazione. «Non crede che potrebbe essere il contrario?» disse poi guardandomi con serietà. «Che la povera signora Trevisani amasse troppo il figlio – in fondo era una donna sola – e che questi abbia scelto di allontanarsi da lei per sfuggire da un rapporto troppo esclusivo e magari soffocante? Sa come sono i ragazzi d'oggi: scalpitano per essere liberi e indipendenti quasi che l'amore dei genitori li infastidisca.»

«No, non credo che le cose stessero in questo modo; non ho mai visto Margherita affranta e addolorata perchè suo figlio se n'era andato lontano, anzi, semmai mi era parsa addirittura sollevata, come se si fosse tolta un peso dal cuore» dissi pensando che forse egli non avesse tutti i torti: dopo tutto che ne sapevo io di Maregherita?

Da anni non eravamo amiche nel senso stretto della parola, e quando mi capitava di farle qualche domanda sulla sua vita lei mi rispondeva sempre a monosillabi e mi diceva che tutto filava a meraviglia.

Certo,  non mi era capitato molte volte di vederla insieme a suo figlio, ma poteva essere un buon motivo – un motivo sufficente – per pensare che non lo amasse? Che lo amasse soltanto come si amano i figli della colpa? E chi ero io, che di figli non ne avevo, per giudicare Margherita e la natura del sentimento che nutriva nei confronti di suo figlio? Quale era la verità? Quale Margherita?

Guardai il maresciallo, e per una frazione di secondo fui tentata di confessargli i miei dubbi ma un suo ulteriore sbadiglio represso mi convinse a tacere ed a tenere per me stessa le perplessità e i dubbi rendendomi conto in quel preciso istante che Margherita mi era diventata estranea da tanto tempo.

«Va bene dottoressa Casati, a quanto pare non abbiamo "cavato un ragno dal buco"...come si suol dire» aggiunse abbozzando un sorriso che il mio sguardo serio gli spense sulle labbra.

A quel punto ritenne concluso il colloquio; fece un segno al dattilografo, che sfilò dal rullo della macchina da scrivere il foglio con le mie dichiarazioni e me lo porse con un'aria assente.

Lessi, firmai, dopodichè il maresciallo Benotti mi accompagnò cavallerescamente alla porta ringraziandomi.

Non appena chiuse la porta alle mie spalle lo sentii dire: «Speriamo di sapere qualcosa di più dalla madre e dal marito perchè fino ad ora non s'è capito proprio niente di questa signora Trevisani. Quella sua presunta amica  ce l'ha dipinta come un'oca giuliva: niente sofferenza per il marito che l'aveva piantata, niente dolore per la madre che l'ha messa da parte e niente amore per quell'unico figlio  che se n'è andato in Svizzera: ma allora era una povera pazza! Mah, odio questi casi ambigui, e d'altra parte che ci può essere di più ambiguo di un suicidio? Dove sarà nascosta la verità? Secondo me...»

Mi allontanai quasi di corsa perchè non volevo ascoltare oltre le parole del maresciallo Benotti.

Uscii in strada e respirai una boccata d'aria fresca a pieni polmoni quasi che avesse avuto il potere magico di calmarmi, di rallentare i palpiti del mio cuore.

Alzando lo sguardo al cielo mi accorsi che una livida luce trapassava le nuvole e che avrebbe incominciato a piovere da un momento all'altro.

Infatti non avevo percorso che pochi passi quando una pioggia filiforme mi accarezzò la pelle del viso.

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Avessi svoltato a sinistra, uscendo dalla caserma, me lo sarei trovato di fronte. Invece piegai a destra, così la sua voce, quell'inconfondibile, un tempo amata e odiata voce, mi colpì alle spalle come una scudisciata.

«Ciao Alina.»

Un'indefinibile vampata di emozioni mi invase. Strinsi gli occhi per brevi istanti, poi mi voltai tentando di apparire indifferente.

Non vedevo Marcello da molto tempo e da tanto tempo non l'avevo di fronte così vicino. «Ciao», risposi come se l'incontro fosse abituale. «A quanto pare hanno convocato anche te per la morte della povera Margherita.»

«Si, ma io non ho molto da dire. Da anni la vedevo solo di tanto in tanto, per via del figlio. Non so, non m'interessava sapere nulla della sua vita dopo la nostra separazione», tagliò corto, ma soltanto per incalzare con un tono confidenziale: «Però ringrazio la circostanza, perchè le devo questo incontro.»

 Ebbi un moto di stizza: «Siamo di fronte a una tragedia e tu ne vedi solo uno spunto per la tua convenienza. A quanto pare la tua mancanza di scrupoli, il tuo cinismo non si sono affievoliti col tempo.»

 Sorrise, di un sorriso che confermava la sua assoluta incapacità di autocritica.

«Uhu, uhu», dileggiò, «non scaldarti tanto mia dolce Alina! Sono sicuro che ha fatto piacere anche a te il rivederci, e poi non fare tanto la moralista. La tua cara amica Margherita era già mia moglie quando mi accoglievi in casa tua...quando mi accoglievi nel tuo letto...quando mi...» restò per un attimo in studiato silenzio, e poi la battuta d'efetto: «quando mi accoglievi con bramosia dentro di te. Come un tempo, quando ti ebbi per la prima volta; anzi, più di allora, meglio di allora.»

D'improvviso vidi quel passato con gli occhi di una volta e lo sguardo di oggi. Mi morsi le labbra.

Me l'ero cercata.

Dovevo sapere che Marcello non poteva essere cambiato.

Dovevo sapere che mi rivolgevo ad una coscienza appiattita, ad una sensibilità grossolana, ad una cecità nei confronti di tutto ciò che sta sotto la più superficiale esteriorità.

E io' E io? Forse le colpe più gravi erano le mie. Dopo tutto Margherita diceva il vero, e non poteva sapere, non poteva capire – come difatti non aveva mai capito – che la mia natura mi portava ad improvvisi, incontrollabili entusiasmi alternati ad atteggiamenti di riflessione, di malinconia, di bisogni, di sentimenti affettuosi; e lui, grazie a quello scaltrito dongiovannismo di cui era dotato, dei miei momenti più tristi aveva saputo – o aveva potuto – approfittarne.

Era vivido nella mia memoria, quel misterioso e magico momento in cui la nostra storia ebbe inizio.

I miei genitori erano morti in seguito ad un tragico incidente stradale causato dall'asfalto bagnato e dalla velocità troppo alta cui mio padre era solito correre, e Margherita si era precipitata a farmi le condoglianze non appena aveva saputo la triste notizia. «Marcello è fuori città per lavoro ma appena farà ritorno gli dirò ciò che ti è successo» mi aveva detto con uno strano tono di voce. «Gli dirò di venire a trovarti...»

Io mi ero limitata a farle uno striminzito sorriso ed un cenno d'assenso col capo. Quando dieci giorni dopo Marcello venne a farmi visita ero a casa da sola, pietrificata dal dolore per quel gelido vento di morte che si era insinuato nella mia vita.

Quando la figura di Marcello si era stagliata sull'uscio io mi ero letteralmente buttata tra le sue braccia, tra quelle forti e rassicuranti braccia delle quali avevo scordato il calore; mi ero aggrappata a lui come un naufrago si aggrappa ad un tronco per restare a galla.

Fuori stava scendendo il crepuscolo, e la neve, simile a luccicanti farfalle ondeggiava leggera verso terra illuminata dalla fioca luce del lampione a due passi dal mio cancello. Marcello rispose al mio grido d'aiuto e mi rinserrò in un forte abbraccio. Chiuse la porta alle nostre spalle e mi baciò con trasporto. Quella sera ci amammo, fu la prima volta da quando era sposato, fu la prima volta di tante altre volte.

Nn ho voluto Marcello per ripicca nei confronti di Margherita, l'ho voluto perchè lo amavo, perchè lo amavo ancora, perchè non amavo che lui nonostante tutto. Il destino lo aveva ricondotto da me e ne ero stata felicissima; ma di lì a un paio di anni la nostra relazione finì, d'improvviso e senza alcuna ragione valida Marcello mi lasciò. Per la seconda volta mi ritrovai sola.

Il dubbio che tante volte mi aveva tormentato, ma che non avevo mai cercato di dissipare, tanto temevo la risposta, ora non poteva più restare soffocato in fondo alla coscienza. «E...Margherita...sapeva?», chiesi con tremore.

«Si, sapeva», rispose con spavalda sicurezza. «Ai continui litigi per le mie frequenti assenze da casa, per le mie uscite serali senza spiegazioni – che vuoi, tu sai, tu ricordi quanto io ami l'allegria, gli amici, la buona compagnia – era seguita una sorta di frigidità, mi si rifiutava, o tutt'al più accettava soltanto un rapporto, come dire, senza fantasia, senza variazioni...tu capisci che voglio dire.»

Fremetti: capivo, oh se capivo!

«Così» proseguì, «una volta esasperato da un suo rifiuto a fare e accettare qualcosa ai fini della semplice scopata, le gridai in faccia quanto più comprensiva e disponibile fosse la sua migliore amica, sì, colei alla quale mi aveva strappato. Tu.»

Un brivido freddo mi percorse la schiena fino a stemperarsi in una dolorosa reazione con il calore che mi avvampava la testa.

Dunque Margherita poteva aver trovato anche in me un motivo per togliersi la vita. Tentai di respingere il sospetto: siamo un prodotto delle condizioni, dell'eredità, dell'ambiente, dell'educazione, delle influenze delle opinioni degli altri – mi dicevo – e le nostre decisioni derivano da una serie di motivi; che influenza poteva avere l'intrusione di una "tiepida" amicizia in un matrimonio forse fallito in partenza? Su una decisione tanto grave e inappellabile? Ma il turbamento non cessava.

Guardai Marcello diritto negli occhi: «Tu credi che il tuo, il mio, il nostro comportamento, insomma, possa in qualche modo aver contribuito al...» la tremenda parola non mi usciva dalle labbra.

«Al suicidio di Margherita?», suggerì Marcello.

La sua voce oramai aveva assunto un tono pacato, responsabile, e il suo viso un atteggiamento riflessivo, al limite del turbamento. «No, non credo proprio. Non credo fosse così sensibile come poteva apparire, e nemmeno credo che le importasse granchè dei fatti nostri. Forse c'era dell'altro. Orgoglio ferito? Si, può darsi. Ma ci vuol ben di più per farla finita. No, stai tranquilla, non lasciare  che la tua coscienza evochi fantasmi.»

In quelle parole, in quell'atteggiamento, in quel timbro di voce ritrovai il Marcello in cui avevo creduto; rividi l'uomo capace di condurre le faccende umane nel rispetto dei sentimenti altrui: dell'arte di vivere e convivere con un senso di giustizia. Ah, se il demone del "maschio conquistatore" non lo dominasse!

Fui sul punto di abbracciarlo, lo confesso, ma seppi limitarmi ad un sia pur troppo affettuoso «grazie».

Lui comprese; voglio credere che abbia compreso; comunque mi rivolse un tenero sorriso:«Ciao Alina. Stammi bene.», mormorò.

E varcò la soglia della caserma.

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Poco dopo anch'io varcavo la soglia della scuola mentre suonava la campanella dell'intervallo di metà mattina. Un collega, nel corridoio, mi informò che il Preside desiderava vedermi non appena fossi arrivata.

Oramai prossimo alla pensione, il professor Molinari era, per tutti quanti noi insegnanti, un amico più che il capo dell'istituto. Del resto, la sua figura appesantita dagli anni, il viso rotondo e pacioso, avevano gran parte nel senso di sicurezza che sprigionava dallo sguardo sereno dei suoi occhi azzurri. E dalle sue parole: sempre misurate, sempre rispondenti ad una capacità di pensiero profonda e lineare, espressa in modo semplice, conciso, suadente.

«Venga, venga, si accomodi», invitò accennando alla poltrona accanto alla sua, attorno al tavolino che  componeva un angolo conversazione di fronte all'ampia scrivania ingombra di carte. Era evidente che mi riceveva con un senso di solidarietà, lontano dai formalismi pretesi dai rispettivi ruoli.

«Com'è andata  con i carabinieri?», domandò più per introdurre il colloquio che per curiosità.

Mi mossi sui cuscini della poltrona in cerca di un atteggiamento disinvolto; ma lui comprese il mio imbarazzo. «Eh, immagino che il dover parlare di un tormento sia come rigirare il coltello  nella piaga. Per quanto sensibili possano essere, quei cacciatori di colpevoli non riescono mai a scendere nel fondo dei sentimenti.»

Ecco, l'animo gentile e la cultura umanistica del professor Molinari venivano, come sempre, alla ribalta. Mi sentivo rincuorata perchè avevo un interlocutore capace di comprendere il mio stato d'animo.

Azzardai: «Professore, quali possono essere le ragioni del suicidio di Margherita? E che parte possono aver avuto i parenti, gli amici, coloro che erano in contatto con lei...io...», esitai, quasi frenata da un vago senso di colpa, «io che forse ero l'amica più vicina?»

«Per tentare una risposta attendibile a questa domanda, mia cara Alina», disse Molinari accompagnando un significativo gesto delle mani, «non basta sapere che nesso ci sia, e comunque bisognerebbe conoscere così tanti particolari che difficilmente si riuscirebbe a cucirli in un discorso.»

«Certo professore, capisco. Intendevo dire che Margherita non era una paranoica, cioè non era un individuo che vede nemici dappertutto e se la prende con il mondo intero. Tipi così può darsi che a un certo punto non ce la facciano più e si tolgano di mezzo. Forse era un pò melanconica, questo sì, spesso sembrava in collera anche con il Padreterno, per poi piombare in momenti di sconforto in cui si sentiva in colpa verso tutti...»

«...e cercava comprensione e affetto», concluse Molinari anticipando le mie parole. «Però vede,» proseguì, «anche se atteggiamenti del genere possono indurre a compiere atti inconsulti, credo che ciò sia la conseguenza di forme patologiche molto gravi, e la sua amica Margherita non mi sembrava malata.»

Restammo per qualche momento in silenzio.

«La verità è,» riprese il Preside quasi sovrappensiero, come se uscisse da una riflessione, «che non sempre quello che appare è la verità. L'inconscio gioca la sua parte nel comportamento di ognuno; crediamo di essere padroni di decidere e invece dentro di noi c'è qualcosa che spesso viaggia in senso contrario e vince il dissidio con la nostra volontà e il nostro razocinio. E poi...» Molinari si interruppe.

«E poi?» lo incalzai.

«E poi» declamò abbozzando un sorriso di rassegnazione, «...Vi sono più cose tra cielo e terra di quante non ve ne siano nella tua filosofia, Orazio.»

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La celebre battuta dell'Amleto scespiriano mi risunava nelle orecchie mentre lungo il corridoio delle aule mi avvicinavo alla mia 3a B.

Da tutti gli usci giungeva l'attonito silenzio greve d'attenzione delle scolaresche. E la voce pacata e didattica, dei loro insegnanti. Tra questi distinsi subito i toni squillanti di Caterina Delfini, la mia giovane supplente in quella mattinata dedicata a Margherita.

Alla porta dell'aula mi fermai con una mano sulla maniglia: Caterina stava concludendo una lettura critica del Così è se vi pare, uno dei più significativi lavori di Pirandello. «...e difatti», scandì Caterina Delfini lasciando cadere le parole come se volesse inciderle nella memoria degli studenti, «Pirandello conclude la commedia con la battuta della protagonista, della signora Ponza: – Io sono colei che mi si crede »

Trasalii. Tolsi la mano dalla maniglia e affrettai il passo verso l'uscita della scuola.

Fuori, il vento spingeva le nuvole, che si affastellavano creando curiose forme capaci di solleticare l'immaginazione di chi, come me, amava giocare con i loro imprevedibili mutamenti.

Vidi in esse stagliarsi, per poi subito dissolversi, un profilo a me noto.

E con l'immagine, il sibilo del vento mi portava la voce di Margherita: «Perchè tanto affanno nel cercare di capire 'quale' Margherita mi abbia condotto al suicidio? Dimenticate, non tentate di leggermi nell'animo. Io...»

«Io sono colei che mi si crede», mormorai a fior di labbra.

 

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