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Frenesia di ermellini su piattaforma purpurea

Domenico Cara

Comincio a credere che to sia solo un sogno
nato dalle brame della mia mente,
e a questo sogno ho dato vita e nome
e in ultimo il tuo aspetto

... so che il resto è solo notte,
e che in te dimorano la vita e il giorno.
Karen Blixen

1. Le parole un tempo si leggevano come i voli delle bianche colombe nel cielo terso, in un viaggio morbido, musicale, segmentato dalle stesse pause minori del tragitto, accompagnate dal vento, insieme a volte ostiche e brevi, casuali, riprese per comunicare un disagio imperfetto, una stanchezza di fluenza, un pericolo appena percepito, la lettura di un abbaglio casuale, il timore di un'improvvisa caduta o qualche impaccio imprevisto nell'area del movimento e della liberta naturale.
Adesso le parole (fra le innumerevoli che esistono: logore ed estreme, sottili come germoglio, rifiorite in qualche tenue ammicco, scritte nel disordine quotidiano, proposte come amore e come poesia, qualunque siano la differenza stilistica, la riacquisizione d'innocenza e il fervore del loro ermetismo, altro destino esecutivo) sono diventate degli ermellini in fuga da qualche parte, prive di volo assoluto, e forse di memoria, mai di frenesia, su piattaforma purpurea, poi nuvola precisata da un'idea del fumetto a cuore emblematico e spada. Dai silenzi rispuntano attive, formulano pensieri; la loro lingua evita la favola, quelle d'amore cospirano fra argomenti esistenziali diversi, emozioni senza codificazione letteraria, e acquisizione di ulteriori orizzonti.
Insistono sul filo che le porta davanti agli occhi di pochi, di molti lettori, per legami di coppia, consecutive parvenze di discorso, scritture devote o maliziose, inventari sentimentali, rappresentazioni del reale: su pietra, paglia sonnacchiosa, dove qualcuno si balocca, fatto dimenticato, storia di tagli, preludio, sorprese, dettagli, malattia, sensi comuni, senza diritti per appartenersi, sfide inventive, sogni mai tanto necessari, godimenti comunicativi, bersagli categorici, ironie di commento influenzabile fino al-l'impertinenza.

2. Nessuna idea lascia l'uomo tranquillo e le parole aiutano a illustrare un'illusione psichica, un passato, remoto, una trascrizione personale, la dissipazione che qualcuno di noi ha dimenticato incontrando un signore (senza anelli). E quindi il loro sintomo appartiene a ciò che confidano gli ermellini al puro, articolato istinto, all'essere colore della stagione propizia, distante dai punti di logica, esprimendo finte isterie, esponendo il proprio lucente pelo all'aperto, acquistando credito in pubblico o abbandonati agli assilli della corruttibilità che indaga ossessivamente fra i nostri modelli di vivere e l'attesa. Ma le parole disturbano tanti insofferenti che le attraversano, ed esse stesse soffocano continuando ad ascoltare il calore delle nostre lacrime, la sostanza del dire, la dignita delle parti che si ascoltano. Ecco, gli ermellini insistono a esporci la loro mobile candidita parlando d'amore, o dentro cui si era letto.
L'Amore essenziale è deleterio, punta sempre più in là della devastazione dei corpi di coloro che vanno sulla sabbia, nel bosco, in erranze infelici e suasive, gradino dopo gradino nel castello dei comodi incantamenti, e pur sempre descritto, ripetibile, assiduo commentatore di se stesso, sicuramente l'emblema che meno accetta (o cerca) l'esitazione del rispecchiarsi. E ci sono eventi disperati nei suoi archivi, naufragi innumerevoli, campi minati, svolgimenti leggendari e minutissimi, risibili racconti. Chi sapra mai quali sono le vere parole?

E le più oneste, quelle che supereranno il movimento di un'alga e di un'onda? Più d'uno, anziché utilizzare un foglio, riscrive sulla carta o su un mucchio di tavole le fionde del sentimento, di cui è stato colto, e forse le occulte asprezze della loro negazione infinita, perché senzatempo, sebbene soltanto con un gesto di mani e la forza degli occhi senza leggenda, né fase domestica!

3. Nel clima di uno dei tanti pretesti (antichi, medioevali, contemporanei) Alida Casagrande ha scelto le proprie mentali illazioni, sullo status dei suoi gusti contemplativi, delle malinconie psichiche, la fantasia, quando tenta di rielaborare una figura, l'oggetto d'amore, la difficile equidistanza di due immagini che si confrontano con i loro accadimenti, le irregolarità private, i dubbi di soluzione, persone in gioco, mutamenti di effetti minori e pur fondamentali al caso tematico che non si stanca mai dell'amore. Non è la più ostinata, in questo mare di istanze affettive, di palpitazioni importanti all'inizio e infine lievi misure di sopravvivenza monoloquiale. È – credo – il più discreto ermellino che produce parole, e parole che assomigliano agli ermellini coerenti, semplici, istintivi, senza bugie letterarie e senza astuzie professionali, e tanto meno questioni di sessualità, oggi così spinte (e custodite) in eccesso dalla pantomima televisiva, e ormai sfociate in internet non senza allarmi, non soltanto supposti al gioco colorato.
Senz'altro qui non c'è vocazione autoconsolatoria, né dilemma morale assoluto, perché il pretesto di queste fionde del sentimento soddisfano una qualsiasi traccia, quindi raccontano schietti propositi di effetto emozionale, abituano il lettore alla curiosità che li porta al fine ultimo, dove è possibile capire di più sulle pulsioni delle parti dinanzi a un contrasto, a uno stupore, ad un'esperienza difficile e comunque naturale, risaputa ed autentica. E i personaggi sono due, gli altri restano figure periferiche, distinte e distillate da una realtà ovvia per molti, e direi, secondo il sentire e la trascrizione di ciò che desidera ottenere l'epoca in corso (vulgata per «fine secolo» e «nuovo millennio» con un fare psichicamente di tipo apocalittico).

4. Ma c'è puntualmente un'insistente volontà di raccontare ciò che accade a un amore, sempre poco referenziale nella solfa della brevità e della minimalità morale su cui si regge il pretesto d'inizio. Certo – più in là – diventa leit-motiv di una scrittura irrinunciabile (qualunque siano lo stile, la cadavericità dell'argomento emerso, l'interna ombra del conflitto, la morte di esso, la meta puntualmente uccisa e mai derisa dell'avventura provinciale).
Un dire veneto disilluso e incluso nel riconoscimento dell'essere dentro l'invenzione (che potrebbe contenere l'anima del mondo), nelle opposte maniere di leggere la propria sensibilità, nello sviluppo inconcluso e esaurito in anticipo sulle stesse esigenze naturali (e storiche) dell'amore difficile e caparbio. «Un giorno...» «una forza avversa», «le colpe intorno a qualcosa che non va», «la preghiera contro ciò che offusca il rapporto», «le amenità segnate di rosso, le supposte alternative, il messaggio dei corpi fallito e persistente», «la psiche intensamente trafitta dalla sofferenza», e così via, fino all'ultima pagina, che ormai non si augura continuità perché ogni ritmo è diventato impietoso, perduta la fiducia, l'illusione sconfitta, la sommessa ed improvvisa ira del tradimento sommersa dalle medesime riflessioni dell'insonnia che diviene attivo rimprovero dell'essere e febbre imparziale. La parola-chiave che è l'amore infine resta cancellata, l'iter telefonico trafitto, lo scompenso esistenziale notevole e duro.
Non è il caso di Alida, quello di ultimare la Cosa per via orale (si fa per dire: offese, parole isteriche, sconvenienze imperdonabili. delusioni sottese. annientamento dell'altro. addii categorici, sfide del dopotutto, banalità immisurabili e deliziose). Ovviamente i batticuore rubati diventano patologia del desiderio deluso, che la desolata recita della «fine» accantona momentaneamente a vantaggio del lettore che vi ha partecipato, lontano da ogni luna e da sghembi baci di seta, confusa madreperla in costa nel suo luogo più idoneo, in supplice equanimità, poi tra sorriso e nuca piegata, forse spogliato corpo.

5. Lo spirito delle parole attraversa il paesaggio, ricomposto in effetti di fuoco descrittivo, in lusinghe di ciò che ogni scrittore ritrova imitando la consecutio amorosa. Alida occupa il minor spazio per precisare la propria discrezione, dopo ciò che ogni letteratura ci ha raccontato delle valenze e dei gesti d'una passione, dei riti e dei miti etnici, delle pratiche intimamente divise e diverse, fervide e agenti, cortesi e non appropriate in ogni tempo agli egoismi (poco felici) di coloro che hanno praticato il movente fino all'incrinatura e alla morte. Resta in ogni caso la malinconia di fondo, secondo ciò che è avvenuto nel racconto, un'irritazione mai prevista, sempre accaduta, più spesso fatale e generica, facilitata dalla vita capziosa, che è abitata da strazi, là dove sembra tutto meraviglia, omaggio al sogno vissuto, alla speranza di un divenire che dovrebbe avere nell'amore il vertice presentito, proprio mentre lo annienta.
L'ampiezza della scrittura non muta mai i fatti, la ragione essenziale di ripetersi con i medesimi atti, maniere, mediativi sospiri, con le immisurabili immolazioni di cui ognuno è vittima e utente reale. Questo, affrontato da Alida, è uno dei casi meno retorici, non deformati, trascritti come esplorazione del negativo, non estravagante, che merita credibilità e fiducia perché non sceneggiato per esaurirlo nel miglior modo, su una gioia che piange e diventa sussultoria ed epicentrica. Proprio perché lei si è servita di parole-ermellino in piena e discreta uniformità di atteggiamenti letterari, confidenziali, non aridi, né rabbiosi, e tanto meno per astratti ormeggi, e legati in toto al risaputo. E non è poco questo rigore verbale che caratterizza una consuetudine tematica, proprio perché citato e arieggiato in ogni libro nella borgesiana Biblioteca di Babele, tutt'altro che priva di poesia, di denunce sentimentali, comunque incapaci di corrodere l'essenza del non riaversi, salvo in pensieri.

6. La questione narrativa dunque, non è stata tradita dal «sentimento», e tanto meno dalle acute «fionde» che l'attraversano, rimasti assorti nella consunzione. L'uomo che attinge da se stesso le situazioni non ha altra moralità che smettere le private insistenze, a costo di essere considerato misogino dall'armonia decaduta. Indubbiamente sarà già passato a un diverso «amore», a una esperienza «altra» per (o sua variante) per vivere e morire, continuando a nascondersi dentro il nitore di qualcosa in cui crede e parallelamente lascia, insieme al disgusto di sé, della Cosa inseguita, incapace di giustificarsi, inseguendo abilmente una fenomenologia di cui il tempo si riappropria, per affliggerla e per ristabilire un equilibrio fondamentale nella sua esistenza, non sempre squallida, ne molto vagabonda.
Accade ad entrambi i sessi, e la protesta s'accende e scade, si fa scettica dopo ciò che ha subito e – quindi – ritorna per colpire (Cupido – unico polo – ha sempre ragione?). Le parole ancora intervengono per enuclearsi in un testo, e gli scritti non finiranno finché ognuno sopravvive, e la bellezza ci spinge al rischio ulteriore, che si abbia nostalgia o si documentino i rimorsi privati, le oneste e radicali catarsi, le attese rassegnate, oppure rivisitate dalle spie che difendono qua e là il dominio che abbiamo perduto provvisoriamente, o perché la vicenda non si spegnerà, comunque deleteria e/o disinvolta. Gli ermellini continueranno a dare notizie di se stessi attraverso i colori e le moine stagionali, indirettamente e per iscritto, recuperando luoghi mentali inconfondibili.
Ma l'amore – fra i suoi impeti – si servirà soltanto di parole, in presenza dei corpi e del sogno che perdura e cerca una sua logicità in più punti, per adesioni e per contralti, e senza condannare troppo la marionetta che è in noi e – per arabeschi e visioni trasformate – ci assale come musa, irriducibile e torrenziale, complici gli stessi avanzi (i rimorsi, le residue tensioni, senza essere grati al piacere di un ricordo delle sue prede, di cui nessuno potrà avvantaggiarsi, né far riemergere ardimenti e usati prodigi, non più fionda, perché vinti)!

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