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Alida Casagrande

L'inquilino del piano di sotto

"Chi può dire di aver amato,
se non ha amato
al primo sguardo?"

                              
W. Shakespeare

Scendo dall'autobus diciassette,  sta imbrunendo e c'è tanta di quella nebbia che quasi mi sembra di aver sbagliato fermata. Aguzzo lo sguardo, mi guardo intorno fino a capire che sono sul posto giusto, tiro giù la mia valigia più vuota che piena e la gabbia con dentro Ponza che si sveglia e miagola non appena la poso sul freddo marciapiede.
Via Cavour numero 5.
E' il mio nuovo domicilio.
Un uomo, al mio apparire, si stacca dalla soglia cui stava mollemente appoggiato, si ricompone, butta la cicca della sigaretta e mi sorride.

«La signora Tamara Vergani, vero?», domanda.

Ha un bel sorriso, aperto in un volto dai tratti regolari, ingenuo e malizioso insieme, anche la sua figura è nell'insieme gradevole, piacevolmente maschia e tuttavia soffusa di un non so che capace di evocare un'ansia di compiacere, di essere accettato, insomma di essere capace di evocare una sfumata ambiguità di fondo.
Poso a terra gabbietta e valigia. «Già, sono Tamara Vergani», ammetto continuando a guardarlo. «E lei chi è?»
«Io sono colui che mi si crede», risponde con un tono serioso.
Non credo si renda conto della battuta fuori luogo, ma evidentemente il mio sguardo lo riporta nella situazione.

«Mi scusi, mi chiamo Luigi...Gigetto per le belle donne», aggiunse tentando un'occhiata di complicità, «e sono qui per incarico della signora De Stefani, che mi ha pregato di riceverla; lei non ha potuto essere qui, così ha incaricato me di darle le chiavi della mandarda. Saliamo? Lasci...prendo io la sua valigia...»

Accondiscendo, raccatto la gabbia con il gatto, che miagola per la fame, e lo seguo su per le scale. Anche visto di spalle questo Luigi è un bell'uomo; senza volerlo mi trovo a constatare che tutto sommato non mi spiace affatto che la signora De Stefani, la padrona di casa, non sia potuta venire. Giunti alla mansarda - buffo, mi vien da pensare: un tempo, quando la crisi degli alloggi non c'era, locali come questo venivano chiamati con il loro vero nome: abbaini - il Luigi poggia a terra la valigia, e con voce confidenziale chiede: «Ma siamo sicuri che è proprio qua dentro che vuole stare?»

Sono stanca, la gatta seguita a miagolare, ho un viaggio indesiderato alle spalle e il peso di tristi giorni nel cuore.
Mormoro supplichevole: «Ma certo, è qui che vivrò. E adesso mi dia le chiavi, la prego signor Luigi...»
«Ha! Ha! Se non mi chiama Gigetto non apro la porta del paradiso!», e adorna di un caldo sorriso l'infelice battuta.

Deve avere un animo gaglioffo questo individuo – commento tra me e me; ma devo confessarmi che quel sorriso  mi sta restando appiccicato, me lo sento addosso mio malgrado.  
Luigi – d'accordo, d'accordo: Gigetto! – mi redime il pensiero.

«Senta, mi dica pure che sono sfacciato, ma tanto, dal momento che viviamo qua e chissà quante occasioni avremo per entrare in confidenza, io direi che potremmo fin d'ora darci del tu. Che ne dici, Tamara?»

Lui mi fissa ed io lo fisso.  
Perchè un'amicizia nasce? Forse perchè due personalità si compensano e ciascuna trova nell'altra le ragioni del riconoscimento e dell'emulazione. Ma che avrei io da spartire con questo individuo? Finora mi ha dato soltanto l'impressione del ganimede, che circuisce le donne e le condanna al pianto.  
E se così non fosse? Se oltre quell'apparenza riuscissi a scoprire una perfetta composizione di psicologia, di ideologia, di motivazioni forti, di verità inconfessate, di pensieri nascosti dalle vanità esibite?
Mi rendo conto che il mio bisogno d'affetto mi sta creando un alibi.
Ma tant'è.
Lui continua a fissarmi con spavalda aria interrogativa.
Io lo fisso.
Capisco immediatamente che non me lo leverò di torno con facilità.
«Va bene», dico, e lui finalmente mi volta le spalle ed infila la chiave nella toppa.

Credo che voglia entrare, invece inaspettatamente dice che deve scendere, mi saluta con un buffo inchino e va via di fretta lasciando sul pianerottolo la mia valigia. La porto dentro, chiudo a chiave la porta e libero Ponza, che si stiracchia e mi guarda sperando che le dia  da mangiare.  
Sospiro perchè non avrei voglia di muovere un dito, poi apro la valigia, prendo la scatola dei biscotti e gliene verso una manciata sul pavimento mentre lei mi si strofina contro le gambe facendo le fusa per la gioia.

La mansarda è miseramente arredata, sopra la porta d'ingresso troneggia una pendola che scandisce rauchi secondi...uno dopo l'altro...uno dopo l'altro...
Il lampadario diffonde una pallida luce, e illumina il filo di ragnatela che pende da un angolo del soffitto.
Osservo i mobili che già avevo guardato una settimana prima e un'ondata di depressione mi assale,  dalla porta-finestra che dà su un terrazzino fra i tetti tra la nebbia che sta diminuendo intreavedo il paesaggio che si stende oltre i palazzoni popolari: è come guardare attraverso un tulle nero i campi delimitati da salici, e sulla collinetta indovino la decrepita chiesa  che si appoggia al cimitero.
La tristezza mi assale con una tale forza che piango senza ritegno.

 ---

Il mattino dopo mi sveglio di buon'ora, cullata dal monotono ticchettìo della pioggia, un ticchettìo cantilenante, lugubre come il gufare di una civetta.

Ricordo di aver sognato di pullover appesi alle grucce e immersi in un buio totale, e poichè non ho dimenticato di portare tra i miei libri anche un dizionarietto dei sogni, l'apro e cerco il significato del mio. Lo trovo alla voce: INDUMENTI PESANTI (maglioni, pullover, ecc.) e leggo ad alta voce anche se nessuno mi sta ascoltando: Bisogno di forte protezione dal "freddo" interiore, dal senso di isolamento; bisogno di caldo umano, di persona che ci sappia capire, amare, proteggere.

Sospiro ingoiando la voglia di piangere, butto il dizionarietto dei sogni dentro la valigia, esco sul terrazzino e mi perdo a osservare i poveri salici battuti da una pioggia ora rabbiosa, la scura terra dei campi ed il tetro cimitero, mentre solo la chiesa sembra stagliarsi con indifferenza sul cielo di piombo.

Rientro, mi preparo un caffè, mi lascio cadere  su una sedia impagliata e mentre lo sorseggio, involontariamente il mio pensiero va a Luigi (pardon a Gigetto, mi correggo) e a quel bel sorriso con il quale mi aveva accolto. Decisamente era stato più piacevole trovare lui ad aspettarmi piuttosto che la signora De Stefani che non mi è simpatica e che reputo una pettegola.

Mi distrae il campanello alla porta. Vado ad aprire e mi trovo di fronte proprio lei, la signora De Stefani.
Non ho voglia di sorridere e mormoro un buongiorno a denti stretti.

«Buongiorno! Buona giornata a lei signora Vergani!», prorompe. «Ben arrivata tra noi...ma mi mostri come si è sistemata...sa, sono stata via due giorni e così ho chiesto al caro signor Barzizza, Luigi Barzizza, di riceverla in vece mia...», mi guarda zittendosi, ma è solo un attimo. «Non le è dispiaciuto vero?», chiede timorosa di avere fatto una gaffe.

«E di che? Di aver trovato un simpatico burlone ad accogliermi?», dico sorridendo.

«La ringrazio per la comprensione signora Vergani...», sospira girando intorno  uno sguardo compiaciuto: «Magari tutti gli inquilini fossero come lei! Ma mi dica...mi dica: che le pare di questo posticino?», chiede fiera di essere la proprietaria del posticino in questione.

«Comodo», rispondo mentre chiudo la porta e penso a che altro dirle. «La vista sui campi mi piace molto...»

E' appena arrivata e già vorrei che se ne andasse: che noia le sue inutili chiacchere!  
Ma sembra proprio che la signora non intenda andarsene, non tanto in fretta quanto io lo desidererei perlomeno.

«Eh, sì, sì, lo diceva sempre il mio povero marito che la vista sui campi è uno spettacolo...», esclama la signora agitando le braccia, poi trae un profondo sospiro e aggiunge con mestizia: «Beh, a parte il cimitero s'intende!». Ride, poi ridiventa seria, si accomoda sul divanetto che traballa sotto il peso del suo florido corpo. «E già...», riprende in tono mesto, «il mio povero marito è sempre stato disturbato dalla vista di quel cimitero...chissà...forse lo detestava perchè in cuor suo presagiva di raggiungerlo presto...troppo presto...», risospira e si passa il dorso della mano sugli occhi come per asciugare delle lacrime. «Pensi che il mio povero marito è morto dopo solo un anno che ci siamo trasferiti qui, dopo aver acquistato tutti gli appartamenti di questa palazzina...»

Si muove sul divanetto che cigola ad ogni suo movimento, e avanti, a raccontarmi tutte le tragedie della sua vita, a parlarmi e riparlarmi del suo povero marito e a illuminarmi su un'adorata nipote che dopo aver perso entrambi i genitori in un incidente automobilistico ora vive con lei, a dirmi che è una ragazza bellissima e bravissima.

Se ne va dopo una buona mezz'ora, un tempo infinito per tante chiacchere che mi hanno costretto a tanti sorrisetti di circostanza. L'unico aspetto positivo della situazione (tutte le medaglie hanno due facce) è consistito nel fatto che tutte quelle inutili chiacchere mi hanno distolto dalle mie elucubrazioni.

Ora che la signora De Stefani se n'è andata, posso ributtarmi sul letto, incrocio le gambe, piego le braccia sopra la testa e chiudo gli occhi.
Forse la colpa è del tempo, o della signora De Stefani, entrambi ugualmente uggiosi: forse la spossatezza mi ha svuotato delle energie capaci di reggere l'urto dei sentimenti offesi e delle emozioni sovrechianti.

Rivedo in rapide sequenze il film della mia vita, il matrimonio felice, la nascita di nostro figlio, il benessere economico: un'esistenza serena, una vita familiare esemplare, invidiata.
Poi le nubi.
Dapprima cirri di sporadiche incomprensioni, poi masse consistenti, seppur fugaci di sopportazioni, lontananze, bugie.
Infine cupe permanenze di silenzi, tradimenti, distacchi aggravati dal crollo del benessero economico,  dalla povertà al limite dell'indigenza. Fu probabilmente allora che apparve quella donna con la quale ora mio marito convive.

E mio figlio...un'adolescenza inquieta, l'incapacità di comprendere, di sciegliere tra suo padre e sua madre. Ha preferito andare a vivere con i nonni per più di un motivo. Ma non posso fargliene una colpa, non posso biasimarlo perchè la conversione a U delle nostre vite ha fatto capottare anche lui, e giustamente ha scelto il modo migliore per restare a galla.

Sono felice che abbia potuto sciegliere, perchè chi, come me, non ha scelte, è condannato ad affogare.

Mio figlio sa che ora abito qui, verrà a trovarmi, me lo ha promesso, lo aspetto.

Nelle mente e nell'animo si affastellano brani di memoria, interrogativi, apparizioni di luoghi, persone, immagini, emozioni ritrovate, echi di sensazioni perdute; il sospetto di un vivere onirico e inafferrabile: l'imprevedibilità dei rapporti.
Nuovamente lo squillo del telefono mi riporta alla realtà.

Ho un moto di disappunto temendo la visita dell'adorata nipotina della mia padrona di casa annunciata dalla nonna. Apro e invece mi trovo davanti il Gigetto, che mi fa un sorriso a trentadue denti e mi dice che è salito per portarmi i saluti della signora De Stefani poichè lei è in altre faccende affacendata.

Lo scruto e sorrido all'incauta bugia, ma non dico nulla, anzi lo invito a bere un caffè. Seduti sul vecchio divano Gigetto mi rivela di essere un'impenitente scapolo, di alloggiare nell'appartamento sottostante insieme alla sorella e di essere tampinato dalla nipote della signora De Stefani,  una ragazza insignificante e bruttina.

Non parlo, mi limito ad osservare le sue mani che gesticolano, e mentre tra me e me convengo che ha un bel sorriso illuminato da uno sguardo sornione la memoria evoca il Cristiano del Cirano, bello fuori e vuoto dentro.

Io sorseggio il caffè e sorrido divertita, lui beve tra lunghe spiegazioni, a ruota libera, dice che lo incoraggia la mia attenzione. Questo suo atteggiamento mi fa un gran bene, ho un estremo bisogno di cose leggere per evadere dall'angustia della mia bastiglia, ho bisogno di un antidoto ai veleni della mia esistenza.

Gigetto sembra comprendere tutto questo, e sciorina un aneddoto dopo l'altro, intercala barzellette, e riempie il tempo tanto che ci rendiamo conto dell'ora solo quando le campane della chiesetta rintoccano le ore della sera.

Zittiamo sorpresi, poi mi viene spontaneo chiedergli  se vuole restare a cena. Lui rifiuta l'invito; sua sorella, dice, avrà già messo in tavola per tutti e due, deve assolutamente scendere, sarà per un'altra volta, aggiunge. Poi se ne va via in fretta, proprio come la sera innanzi.

Mi ritrovo sola, mi assale uno strano malessere e vorrei chiamare il Gigetto, fermarlo, chiedergli di restare, chiederglielo come un favore, ma lui se n'è andato, è scomparso oltre la porta del piano di sotto, e a me non resta altro che raggiungere Ponza che sonnecchia, mollemente adagiata su una sedia. Apro la porta-finestra e mi affaccio al buio; abbasso lo sguardo e intravvedo il terrazzino del piano di sotto nel quale si fa strada una pallida luce. Il cucinino del Gigetto, penso,  e il bisogno di tiepido calore familiare mi preme sul cuore infreddolito. Sospiro, rientro, poi mi fermo un attimo a guardare i rigagnoli che la pioggia traccia sui vetri della finestra senza tendine: guizzi di vita sulla mia solitudine.

Mi riprendo, la gatta miagola, e decido che è bene per entrambe  mangiare qualcosa, ma ancora una volta suona il campanello dell'ingresso. Potrebbe essere mio figlio, penso con gioia,  corro ad aprire e grande (talmente forte da non essere descrivibile con le parole che conosco) è la mia delusione quando  mi trovo di fronte una ragazza veramente bruttina, proprio quanto la descrizione che Gigetto mi aveva fatto della nipote della signora De Stefani.

Sorride mostrando una dentatura da coniglio e con i convenevoli mi porge una torta di me, «fatta espressamente da mia nonna per darle il benvenuto in questo quartiere», mi dice senza staccarmi lo sguardo da dosso tanto da mettermi a disagio fino a chiedere: «Ho qualcosa che non va?»

«No signora!», esclama prontamente ed arrossendo. «E' solo che lei è così bella...», aggiunge mestamente.

Ho un moto di tenerezza e le offro un caffè che ci sorbiamo  con una fetta di buona torta alle mele che oltretutto mi risolve la cena. Ponza caracolla fino ai miei piedi, alza il musetto verso di me e capisco che vuole qualcosa da mangiare. La giovane vedendola esclama: «Che bello! Quanto mi piacerebbe avere un gattone così...come si chiama?»

Glielo dico, e lei spalanca gli occhi già dilatati da un paio di spesse lenti da vista, poi socchiude la bocca e mi fissa.

«Che c'è?» domando osservando quella sua strana espressione.

«Oh, niente, niente», risponde veloce, ma esita un attimo e poi aggiunge: «E' solo che il nome della sua gatta mi ricorda una persona patita di Pirandello...ma chestrana coincidenza...»

Io penso a Gigetto, alle frasi fuori luogo con le quali mi aveva acolto al mio arrivo, ma è solo un momento, un lampo nel buio perchè la giovane sta dicendo di essere innamorata – perdutamente e irrimediabilmente, asserisce – di un tizio che oltre a essere sposato nemmeno la degna di uno sguardo perchè è brutta, e glielo ripete sempre.

«Se fossi bella come lei signora...Le brutte come me non possono nemmeno sognare, i nostri sogni mai si realizzeranno perchè l'amore appartiene al bello e a tutte le cose belle...lo ha scritto anche Platone...»

«Beh, credo che Platone intendesse parlare di bellezza dell'anima...», tento di rincuorarla. «L'esteriorità conta fino a un certo punto...» accenno senza insistere.

«Signora, la bellezza dell'anima conta ben poco oramai, sì, d'accordo, può succedere che magari una bella sia stupida, sì, può accadere...ma vede, ciò che è triste è che noi brutte non abbiamo  nessuna possibilità di mostrare a chicchessia la nostra anima, perchè un uomo si avvicina sempre ad una donna bella. Voi belle avete una possibilità, fosse anche una sola su un milione, mentre a noi brutte è preclusa anche quest'ultima possibilità: mi capisce?»

Mi guarda seria, ed io le rispondo che sì, che la capisco, ma potrei rivelare tante cose che riguardano la bellezza, vorrei dirle quale apportatrice di delusioni cocenti e di cocenti dolori possa essere possa essere la tanto decantata e sospirata e desiderata bellezza; vorrei dirle in che modo può allontanare amicizie, in che modo avvicinare guai. Certo, la bellezza facilita i rapporti, ma può condurre a risultati tanto superficiali da essere inutile.

Vorrei spiegarle quanto la bellezza sia nello stesso tempo una benedizione e una maledizione. Certo,  la bellezza è una carta in più nel gioco della vita: su questo hai ragione, ragazza mia.

Sto ancora inseguendo i miei pensieri quando la giovane decide di andarsene, non prima di essersi raccomandata che non riveli a nessuno,  ma soprattutto a sua nonna, per carità!, quanto mi ha confessato del suo amore proibito.

«Per l'amor di Dio signora Vergani, che mia nonna non sappia, altrimenti mi chiude in un collegio per impedirmi di vederlo. Sa, lui abita tanto vicino...come potrei non vederlo?». E se ne va, leggera e veloce, mormorando: «Mia nonna detesta quell'uomo, non lo può sopportare. Invece io continuo a sperare che si accorga di me...non me lo rubi!»

Non me lo rubi... queste parole restano sospese nell'aria: in che modo potrei rubarle qualcuno che non le appartiene?
Com'è strana la vita.
Ognuno è prigioniero delle proprie disgrazie.
Chiudo la porta alle mie spalle e ricomincio a pensare a mio  figlio, sorretta dalla certezza che si farà vedere.
Arriva il  giorno dopo, sul far dellasera.
La sua sagoma si staglia nel vano contro la fioca luce delle scale.
Resto a guardarlo, a fissarlo come fosse un'apparizione e sono emozionata di rivederlo dopo tanti giorni.
«Allora mamma, mi fai entrare?»

«Ah, sì, certo...vieni vieni...», mormoro impacciata e sicuramente arrossisco. «Scusa sai...la voglia di rivederti...» e lo fisso aspettando che aggiunga qualcosa, qualsiasi cosa per stemperare questo momento carico di ricordi e di laceranti emozioni, ma lui non aggiunge altro.

Mi pare un pò giù, allora lo prendo per mano: «Vieni...entra...»

«Dunque...è qui che ti sei sistemata», dice guardandosi attorno senza tradire alcuna emozione.

«Sì, per adesso sì. Non è un gran che ma in compenso sono vicina alla fabbrica dove lavoro; sotto questo aspetto è un posto comodo...», rispondo guardandolo negli occhi  per cercare di capire se dai nonni si trova bene, se è felice anche senza di me. Ma è mio figlio, e sa camuffare fin troppo bene il suo reale stato d'animo.

Non è da me essere invadente, però devo sapere se è felice, devo saperlo perchè altrimenti non avrei pace, perchè il dubbio mi distruggerebbe l'equilibrio ripreso a fatica – a gran fatica – dopo il divorzio, così glielo chiedo se è felice, ma lui resta nel vago, cambia discorso troppo in fretta perchè io non capisca che c'è qualcosa che non va. Qualcosa che non so, che non riesco a capire perchè mi sento tagliata fuori dalla sua vita, dalle sue gioie e dai suoi dolori, dalle sue illusioni e dalle sue disillusioni. Capisco di essere tagliata fuori dal suo mondo e d'improvviso mi sento le gambe molli, e un groppo che mi chiude la gola.

Tento di mascherare con frasi banali ciò che mi ribolle nell'animo: ti trovo bene, che fai qui di bello, come stanno i nonni...

Lui risponde a monosillabi, guarda intorno, commenta la mia situazione. E' laconico, ma lo giustifico perchè in  questo mi somiglia. Lo osservo, cerco di intuire dietro le sue parole ciò che non dice, i suoi pensieri, le sue vere emozioni.

E mi domando – oh, quante volte al giorno me lo domando! – quanto, e fino a che punto i problemi che hanno sconvolto la nostra famiglia abbiano influito negativamente sul carattere di mio figlio e sul suo rapporto con me. Comunque lui ora è qui, la sua presenza mi rassicura, mi risveglia un misto di speranza, apre uno spiraglio di luce nel buio della mia malinconia.

Ma solo per pochi istanti.

D'improvviso lui guarda l'orologio e ha un leggero soprassalto: «Oddio, si è fatto tardi...», mormora senza guardarmi in viso, «gli amici mi aspettano per la cena...scusa mamma ma devo scappare...stammi bene...»

Mi da un bacio frettoloso in fronte ma io non ho nemmeno il tempo di contraccambiare che lui è già sulla soglia....giù per le scale....ecco...è svanito anche il rumore dei suoi passi.

 ----

In fabbrica ora ho il turno del mattino, così alle tre del pomeriggio sono già a casa.
Non vedevo Gigetto da giorni quando lo incontro nell'androne e capisco che mi sta aspettando benchè finga di essere lì per caso.

«Ciao Tamara», dice semplicemente.

«Ciao Gigetto», rispondo con un lieve sorriso.

«Mi offriresti un caffè?», chiede portando la sigaretta alle labbra.

Perchè no?, penso guardandolo. «Perchè no?», rispondo.

Saliamo insieme le scale e mi sento leggera come non mi accadeva da tempo. Forse da troppo tempo.

Lui vorrebbe che pranzassi prima di offrirgli il caffè, ma gli dico che non ho fame perchè sono stanca, e che non mangio mai appena  torno a casa, allora si arrende, e seduti vicini sul divanetto beviamo in silenzio.

Non so come comportarmi con lui, mi è simpatico e mi verrebbe spontaneo trattarlo come un amico di vecchia data, però temo che possa fraintendermi e taccio fingendo di concentrarmi sulla tazzina fumante.
E' lui a rompere il silenzio: «Una sigaretta?»

«Grazie ma non fumo più.»

«Come mai?»

«Ci vogliono troppi soldi per le sigarette!», esclamo con un tono scherzoso.

«Beh....effettivamente....ma guarda che le Diana non costano troppo....»

«E ti credo: senti che puzzo fanno!», dico ridendo. «Io fumavo Marlboro, solo Marlboro caro Gigetto», e assumo un'aria da donna fatale che diverte entrambi, e d'improvviso si crea un clima tanto confidenziale che, quasi senza che ce ne rendiamo conto, ci troviamo avvinghiati in un abbraccio dal quale io, pur contenta e con il cuore per un attimo avvolto da un alito di tepore, tento di sciogliermi, di resistere al bisogno di stare tra braccia accoglienti che invece si fa sentire pressante, sempre più forte.

Mi stacco e tento un dialogo. Cerco un argomento, uno qualsiasi, qualcosa che faccia parlare, e senza accorgermene mi soffrego le mani per la tensione.

«Hai freddo», mi dice accendendo una sigaretta. «E lo credo bene: fa freddo, è umido qua dentro...»

Ecco, mormoro in cuor mio, un buon argomento. Banale se vuoi, ma con un tipo come Gigetto, meglio che parlare di Lee Master o di Pirandello.

«Il calore mi da fastidio, mi fa venire il mal di testa», mento mentre lo guardo e avverto un turbamento: devo confessarmi che Gigetto mi piace, mi piace quel suo modo di essere divertente e serio nello stesso momento, mi piacciono quelle sue mani dalle ita lunghe e scarne che somigliano a quelle di mio figlio, quelle sue mani dai gesti scattanti, nervosi.  
Poi le mie mani sfiorano le sue, pare un caso ma non lo è.
Io so che non è un caso.

Sento che sto per cedere, ma trovo la forza di un ulteriore gesto razionale: «Gigetto, ascolta, io non so nulla di te e tu non sai nulla di me. La mia vita, sopratttutto la mia vita sentimentale, è stata finora un disastro, mi ha fatto, e mi fa tutt'ora, soffrire. Te lo confesso: provo per te un istintivo trasporto, non soltanto fisico; mi rendo conto della tua personalità, che non è – scusa la franchezza – spiccata e ferma,  ma tant'è, sento che potrei affezionarmi. Così ti chiedo di rispondermi in assoluta sincertità : che cosa cerchi in me? Soltanto il letto? Dimmelo...non te lo negherò...»

«Ma che dici!», mi interrompe Gigetto, «Io provo gli stessi tuoi sentimenti, te lo giuro. E ti sento molto superiore a me, come intelligenza, cultura, fermezza di carattere. Insomma, te lo giuro, sento di aver bisogno di te.»

E dopo avermi regalato l'ennesimo sorriso butta la sigaretta, con dolcezza mi abbraccia e mi bacia.

Le sue labbra calde mi avvolgono il cuore, scendono fin dentro l'anima, mi lascio andare, chiudo gli occhi e mi lascio trasportare dalla passione. Gigetto è un impetuoso fiume che mi trascina, mi lambisce, mi disseta, mi nutre; ed io fluttuo sull'onda di un piacere intenso.

Tutto accade così, semplicemente, come fosse stato scritto nelle stelle. Ora restiamo distesi l'uno accanto all'altro, esausti e felici. Vorrei dire qualcosa, parlare, ma le parole fuggono dalla mia mente come vespe da un alveare. Continuo a guardarlo, silenziosa, accontentandomi di accarezzargli la spalla.

Nemmeno lui parla, sembra inseguire un altro pensiero, un pensiero che sembra turbarlo. Vorrei chiedere,  sapere, conoscerlo, ma ho paura di frantumare questi preziosi momenti in cui mi sento finalmente serena. Sono le sette quando Gigetto decide di guardare l'ora, e lo fa con uno sforzo, quasi che anche a lui, come a me, dispiaccia di dover rendere conto del suo temp al Tempo stesso, a questo nostro tirannico padrone.

«Santo cielo, sono già le sette!», esclama.

Si alza, riveste camicia e pantaloni buttati a terra con gesti frenetici, sembra avere fretta.

Anch'io mi alzo, lo avvicino e gli chiedo: «Gigetto, che ne diresti di restare a cena con me. Sono qua sola e ancora non ho mangiato...»

Spero che accetti, e lo fisso quasi a volerlo obbligare a fermarsi, ma lui mi risponde che no, che non può accettare perchè sua sorella ha preparato anche per lui.

«Va bene», rispondo delusa, «sarà per la prossima volta...»

«Ci puoi scommettere Tamara che ci sarà una prossima volta!», esclama con un tono euforico in contrasto con l'espressione seria del suo sguardo. Di nuovo avverto il desiderio di saperne di più sul suo conto mentre mi abbraccia e mi bacia. Ma zittisco la mia curiosità e ricambio i suoi gesti, bisognosa del suo ardore come un fiore ha bisogno dell'acqua per non appassire e morire.

Vorrei che non se ne andasse via, ma capisco di non poterlo trattenere, e allora lo guardo dal pianerottolo, mentre scende di sotto e apre la porta, mentre si gira e mi lancia un'occhiata, mentre mi sorride e mi manda un bacio.

Rientro in casa e mi sento leggera, canticchio, e raggiungo la porta-finestra. Fuori nel buio intravedo la luce dei lampioni che fiancheggiano il vialetto del cimitero; ha smesso di piovere e un fioco bagliore si leva in fondo, oltre le montagne.  Penso che dovrei cenare, penso alla gioia regalatami dalla dolcezza di Gigetto e mi si contrappone il tormentoso ricordo dell'incontro con mio figlio: il risultato è che avrei voglia di tutto e di niente allo stesso tempo.

Mi affaccio al terrazzino, appoggio i gomiti sul davanzale e mi sorreggo il viso tra le mani. Dai campi impregnati di pioggia si leva il gufare di una civetta, l'ascolto, e il suo rauco canto si frappone alle note della canzone che continuo a canticchiare: "...paesi che lo so, no non esistono più...con te io li rivivrò...con te partirò..."

Ad un tratto zittisco. Dal terrazzino sottostante provengono strani rumori e mi sforzo di capire di che cosa si tratti. Mi pare quasi un gatto che si lamenta...ma no!, mi dico, questo è un gatto in amore...poi una voce di donna: «Se ti azzardi ad alzare gli occhi su questa qua sopra ti acceco!»

Un attimo di silenzio finchè una risatella si leva fino a me.

Poi la voce di Gigetto: «Ma va là, gelosona! Che vuoi che mi importi di  questa qua sopra....e poi l'ho veduta soltanto una volta, quand'è arrivata e nemmeno mi piace...»  Silenzio. «Sì, è bella...forse anche troppo per i miei gusti...sai, le donne belle non portano mai troppa fortuna a chi si innamora di loro e quindi preferisco stare alla larga. E poi...sei tu che adesso voglio!»

E la voce femminile esclama: «Ma se dici sempre che sono brutta!», al che lui aggiunge :«Che importa ciò che ho detto? Stasera sei tu quella che voglio...»

Silenzio...ancora silenzio...e silenzio...poi: «Lasciati toccare...stai buona...ferma...ferma...dai che ho voglia....sssttt....sssttt....stai zitta che altrimenti mia moglie ci scopre! Così...sì, brava...così...»

E di nuovo silenzio, ma adesso è un lungo, lungo lungo silenzio...un assordante silenzio che mi agguanta, e vuole soffocarmi coi suoi mostruosi tentacoli.

E' un silenzio che mi fa male e mi spaventa.  Allora mi ritraggo, chiudo e mi guardo intorno, come non fossi mai stata qua dentro: una ragnatela unisce la cappa al soffitto dove c'è un alone provocato dal vapore delle pentole, e sul tavolo in formica c'è una crepa che va quasi da parte a parte.

Spengo tutte le luci e mentre mi avvio al letto avverto una profonda spossatezza che imprigiona tutto il mio corpo come dentro una soffocante gabbia di ferro.

Vorrei piangere ma non riesco a farlo perchè nel petto non ho più un cuore che pulsa, ho solo un vuoto, una voragine che si spalanca sul nulla.

La pioggia riprende a picchiare sui vetri, mi lascio andare ai pensieri; dal fondo della mia mente, forse dettate dalle piaghe dell'animo, si fa strada la certezza che l'inferno non è una spaventosa aspettativa dell'oltretomba, ma esiste qui, nella nostra follia quotidiana, nella nostra vita di ambizioni, di paure insensate, di ignoranza della vera natura delle cose.

Ma chi ha espresso questo profondo pensiero, questa mia profonda verità? Non so, non ricordo.

Ora voglio solo dormire, dimenticare.

Apro il tubetto del sonnifero e ingoio.

Mi distendo, chiudo gli occhi sentendomi immersa in un grande silenzio.

Dormirò.

Fin quando dormirò?

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