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Alida Casagrande

L'ultima foglia dell'albero del passato

In due giardini confinanti, separati da una siepe di azalee di color rosso amaranto che sovrastava e dominava dei piccoli cespugli di erica oramai sfiorita e impolverata, due alberi dalla forma insolita si lanciavano contro un cielo reso limpido dal vento che aveva fatto sembrare i monti più vicini di quanto fossero in realtà ed aveva sospinto in alto le nuvole di bambagia.

Quelle due piante che appartenevano alla specie degli Alberi del Passato, avevano un folto intreccio di rami che non veniva tagliato da generazioni e generazioni. I rami erano contorti, intricati, ed ogni foglia che vi era appesa era la testimone di un ricordo speciale, particolare e prezioso; i loro tronchi erano ricoperti di edera che li abbracciava tutto attorno, ed ai loro piedi si stendeva un velluto verdeggiante nel quale sporadici ciuffi di margherite che parevano perle, sorridevano mentre i passeri li sfioravano coi loro leggeri volteggi.

Pur appartenendo alla stessa specie, uno dei due alberi era molto più alto, maestoso, imponente e splendente dell’altro che invece appariva misero, sofferente per le sue foglie strappate o sciupate, quasi come se qualcuno lo tormentasse continuamente: difatti la padrona batteva i rami con un bastone perchè desiderava che cadessero tutte le foglie e i ricordi che essere le rammentavano.

Quella donna detestava il proprio passato e non vedeva l’ora che dal suo Albero ne scomparisse ogni traccia; non sarebbe stata paga e soddisfatta fino a quando non fosse riuscita a staccare dai suoi rami anche il più piccolo e tenero germoglio. Lei assolutamente voleva riprendere a vivere, ma era be consapevole che le non le sarebbe stato possibile fare una cosa del genere fino al momento in cui anche un solo pezzetto di foglia, seppure ingiallita o rinsecchita, fosse rimasta attaccata ad uno qualunque dei nodosi rami di quella vecchia pianta che lei tanto detestava. Il povero Albero, maltrattato, osservava con struggente amarezza quel suo simile nel giardino accanto e non poteva evitare di ammirare, con una punta di invidia, la sua chioma lussureggiante colma di foglie intere e vive tanto da sembrare palpitanti; e mentre lo contemplava con triste e dolorosa rassegnazione rifletteva pensando: «Come si vede che la sua proprietaria lo ama! Come si capisce che ha cari i ricordi a differenza della mia che non vede l’ora di sbarazzarsi di tutte le mie foglie e non la smetterà di tormentarmi fino a quando sarò rinsecchito e le mie foglie distrutte, stracciate, strappate e lacerate... non avrò tregua nè respiro fino a quando tutte le mie foglie saranno cadute...»

E proprio mentre formulava questi tristi pensieri sotto un cielo ricoperto di nuvole smorte che soffocavano il sole, la padrona dell’Albero che esso tanto ammirava uscì in giardino per contemplarlo e mentre lo contemplava gli parlava del Passato come se fosse stato un bimbo ed il suo sguardo abbracciava con estatica e divorante nostalgia le foglie pregne di ricordi.

Quella donna amava, adorava e desiderava i suoi ricordi, li cercava e li ricercava come se avessero avuto la facoltà di ricambiare il suo affetto, la sua devozione, la sua dedizione e quel suo ostinato, ossessivo e tormentato bisogno di viverli e di riviverli sempre e in continuazione. Questa donna, tenacemente e caparbiamente legata al suo passato, era molto diversa dalla sua vicina che aspirava unicamente a distruggere quelle foglie che considerava tanto maledette quanto, al contrario, l’altra le adorava, le venerava, le respirava.

Un triste giorno l’Albero misero venne scrollato con più vigore e maggior violenza del solito, parecchie foglie erano state strappate brutalmente dai suoi rami che colavano una linfa rossastra, ed in un momento di sconforto chiese fremente al suo vicino:

«Perchè vuoi continuare a tenere strette ai tuoi vecchi rami quelle belle foglie verdi?»

Il maestoso Albero gli rispose con orgoglio:

«Non sono io che desidero avere queste foglie verdi, è la mia padrona che lo vuole... lei ama queste mie foglie come ama i ricordi che esse simboleggiano e rappresentano, io ne sono appagato perchè mi sento amato e perciò protetto, sento di essere la parte più importante della sua vita...»

«Perchè parli in questo modo? Non ti sembra di essere egoista?»

«No, e perchè dovrei sentirmi un’egoista?»

«Perchè le tue foglie sono impregnate di ricordi ed essi fanno soffrire la tua padrona!»

«E cosa ti fa credere che la mia padrona si dolga per le mie foglie cariche di ricordi?»

«Io riesco a vedere il suo dolore...»

«Come puoi dire una simile sciocchezza? La mia padrona è felice e serena come lo è chiunque riesca ad accettare il proprio passato.»

«Un discorso è accettare il proprio passato, ma un diverso significato assumono i gesti tristi, malinconici e colmi di struggente nostalgia di chi seguita a sopravvivere annaspando nel passato, ignorando il presente e rinunciando al futuro.»

«Vorresti forse insinuare che la mia padrona è triste perchè rammenta il passato?»

«Sì, perchè vive nel passato più che rammentarlo.»

«Io credo che tu ti sbagli perchè lei ama il suo passato, ed è questo il motivo per cui non potrà averne nessun danno... le cose che ami non ti possono fare del male.»

«A volte accade che proprio ciò che più ci sta a cuore ci ferisca e ci danneggi perchè nulla può essere bene in senso assoluto. La nostalgia che avverte non può esserle di conforto perchè la obbliga a restare immobile, la costringe a lasciare che il tempo passi, che la migliore stagione della sua vita si consumi senza gioia e allegria e compagnia... e anche senza amore.»

«Che vuoi dire: spiegati! Forse che non vive nel presente e che non l’attrae il futuro ma solo il passato? Vuoi dire che per colpa mia, per colpa delle mie foglie cariche di ricordi lei non vive?»

«Sì, voglio dire proprio questo. Chi vive totalmente sperso e immerso nel tempo oramai andato non è una persona felice, non può esserlo, e non potrà esserlo fino a quando imparerà a vivere nel presente.»

«Dimmi, tu che sei tanto sapiente e saggio, dimmi, è forse felice la tua padrona che ogni giorno si sforza con crescente fare rabbbioso di disperdere tutte le tue foglie? Sinceramente a me pare molto più felice la mia che mi parla, mi ama e mi tiene in grande considerazione: non lo credi anche tu questo?»

2No mio caro, non sono d’accordo con te ed ora ti spiego il motivo: la mia padrona mi maltratta, questo è vero è ti dò ragione, però a mano a mano che le mie foglie intristiscono e cadono lei rifiorisce e rinasce... è come se la morte delle mie foglie le regalasse la vita... quando sarò completamente spoglio lei riprenderà a vivere e a ridere ma non altrettanto potrà fare la tua padrona fino a quando le foglie rigogliose penderanno dai tuoi rami.»

«La mia padrona non ha gli stessi desideri e le stesse aspirazioni della tua. Anche se tu ti adoperi per farmi credere il contrario io resto convinto del fatto che lei è paga, soddisfatta di quello che ha e non avverte l’insensato bisogno di disperdere le mie preziose foglie per ricominciare a vivere. La mia padrona non è frivola e superficiale come lo è la tua che ad ogni cambio di stagione regala il cuore ad un nuovo amore!»

«Se la mia padrona regala il cuore ad un nuovo amore ogni qualvolta muta la stagione è solo per merito mio perchè so tirarmi in disparte seppure con dispiacere e di malavoglia; io riesco a vincere e dominare la mia stessa resistenza perchè ho imparato a lasciarle lo spazio necessario per vivere nel presente e per costruire un futuro... non sono uguale a te, io, che obblighi la tua povera padrona a vivere prigioniera del passato! Se tu le volessi un pò di bene cercheresti di alleviarle alcuni tormenti e invece no, te ne stai lì bel bello a lasciare che il vento ondeggi la tua folta chioma. Credi a me, tu stai soffocando la tua padrona, non stai aiutandola, affatto, prova a riflettere su queste mie parole, osservala e ti accorgerai che il suo cuore sanguina, ti accorgerai che non è felice come credi tu... osservala bene...»

E così fece l’Albero più bello quando in una sera inondata da un sole inerte e sbiadito, la sua padrona gli si avvicinò per accarezzargli il tronco rugoso e le morbide foglie. Vide che sul bel volto della donna si era adagiata un’impalpabile ombra, una vaga tristezza senza corpo, una malinconia leggera e fluttuante come un velo di toulle nel quale si impigliava il suo sguardo quando, smarrito ed assorto, vagava tra le sue belle foglie. All’Albero del Passato sembrò di vedere la sua padrona per la prima volta, e per la prima volta parve rendersi conto dell’importanza delle sue foglie. Questa considerazione lo spinse a domandarsi se per caso l’Albero vicino non avesse avuto davvero ragione e lui torto, se la sua padrona avesse avuto veramente bisogno di liberarsi delle sue verdi foglie per pemettere alla sua vita di rinascere. Si poneva, comunque, questa domanda con un certo scetticismo perchè gli pareva impossibile che la sua padrona avesse bisogno di perdere i suoi ricordi se li amava e li cercava e li ricercava in un modo tanto intenso e struggente.

Eppure non poteva ignorare la spossatezza che aveva intravisto nel corpo e nello spirito della sua padrona e d’improvviso capì che l’incessante passione per le sue foglie piene, gonfie e sature di ricordi la stava sfinendo.

* * *

Intanto i giorni passavano velocemente come basse nuvole sospinte dal vento, e nell’ultimo scorcio di primavera l’Albero povero si ritrovò con una sola foglia ancora aggrappata ad un ramo nodoso, ancora un solo ricordo rimaneva acceso per la sua padrona, un ricordo ardente e bruciante che il vento, prima o poi avrebbe spento. E vedendo che il suo vicino continuava a prosperare contrariamente a lui che agonizzava, gli disse in un tono di biasimo:

 «Fra poco me ne andrò e non avrò più nulla da fare nelle prossime giornate... la mia padrona ha quasi raggiunto il suo scopo e riprenderà la sua vita, imparerà nuovamente a divertirsi e a ridere com’era solita fare allora, in un tempo non troppo lontano... avrà nuovi amori la mia padrona, nuovi uomini che in capo le poggeranno una corona di latta, di cartone e di illusione, ma a lei basterà per sentirsi felice... in fondo, tutto ciò che è permesso di possedere agli uomini è una parvenza di felicità, non possono fare altro che inseguire chimere e cercare incessantemente sogni che possano riempire la mente per non pensare troppo alla morte. Ad ogni modo spero che il sacrificio delle mie foglie non sia inutile e che la mia padrona riesca ad essere felice anche se magari sarà solo per poco tempo, sono felice di lasciarla libera, finalmente, sia con il corpo quanto con la mente...», e proprio mentre stava pronunciando queste parole con voce roca per l’emozione, un’impetuoso soffio di vento gli strappò l’ultima foglia insieme ad un breve lamento.

L’Albero vicino si commosse nel vedere tanta generosità da parte di quel suo sventurato compagno, e rapito da tale e tanto altruismo incominciò a credere di essere dalla parte del torto, e propri quella stessa sera gli capitò anche di vedere gli occhi della sua padrona che, guardandolo, si bagnavano di pianto ed ebbe la sgradevole sensazione che in ogni foglia appesa ai suoi rami ci fosse il di lei cuore come sospeso in un dolore.

Mentre l’aria imbruniva ed il giorno moriva all’orizzonte inseguendo il sole, un tiepido vento foriero di burrasca iniziava un balletto e l’Albero del Passato prese una drastica decisione: per tutta la notte attese con ansia crescente che gli impetuosi turbini del vento giungessero a lui e gli rubassero tutte le foglie gravide di ricorsi perchè solo così avrebbe alleggerito il cuore della sua padrona.

Fu così che quando il freddo vento soffiò ruggendo come una belva ferita il maestoso Albero gli offrì tutte le sue foglie e con esse il ricordo di un unico amore appassionato ma impossibile, risate gioiose e colme di allegria per un felice incontro, un bacio, una carezza, un sorriso, uno sguardo adorato e adorante, e ricordi di lacrime, di dolore, di un addio ad un sogno mai vissuto e mai perduto, di un sogno mai bruciato nè consumato, mai liso dal tempo tiranno che impietoso tutto divora e calpesta, ricordi vivi e palpitanti, pulsanti e caldi come un cuore che sussulta... ricordi... ricordi... ricordi che il gelido vento sgranò uno ad uno come fossero stati palline di un rosario che si sfilavano dalla catenella. Le foglie scivolavano via dai rami contorti una dopo l’altra, una dopo l’altra, uno dopo l’altra fin dentro al glaciale abisso della notte.

In quegli stessi attimi un urlo disumano si levò alto e dolente, nel crudele sibilo del vento che si disperdeva nel baratro della notte.

All’alba del giorno seguente fu trovato il corpo senza vita della donna che adorava il proprio passato: giaceva riverso sul letto ed era vestito del sangue che colava dallo squarcio che qualcosa le aveva inferto per strapparle il cuore lasciando al suo posto una foglia lacerata ed un fiore appassito.

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