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La cena

Malore per avvelenamento. Questo fu l’esito della visita al Pronto Soccorso dell’Ospedale Generale di Treviso. “Avvelenamento?”, domandò stupefatta Mena, diminutivo di Filomena, e poi si accasciò sulla sedia. “Avvelenamento!”, ripeté incredula. “Ma come …come può essere accaduto? Avvelenamento …ma quando? E poi di quale veleno si tratterebbe? Io non ci credo! Non posso crederci!”

Il medico guardandola al di sotto degli occhiali dalle spesse lenti le rispose che era possibilissimo, tanto possibile che era accaduto, e si lisciò i baffi con la mano. “I funghi …suo marito mi ha detto che a cena avete mangiato funghi …”, “Sì, è vero, abbiamo mangiato dei funghi, ma allora perché io non sto male? Se i funghi erano velenosi come lei dice non crede che dovrei avere anch’io, quantomeno un po’ di mal di pancia?” “Dipende”, rispose il medico legale senza fare una piega. “Dipende? E da che dipende?”, domandò Mena agitatissima e prostrata per l’improvviso malore di suo marito, “Io non la capisco …se i funghi erano velenosi avrebbero dovuto uccidere anche me, non crede?” “No, non necessariamente. Dipende dalla quantità che si mangia. Se suo marito ne ha mangiati molti e lei pochi, ecco che lui viene ricoverato d’urgenza al Pronto Soccorso e a lei, al contrario, non accade niente, nemmeno un male di pancia!”

Mena si lasciò cadere su una sedia del Pronto Soccorso, annichilita e incredula. E spaventata si domandava: “Fra quanto mi chiederanno come e dove abbiamo mangiato i funghi avvelenati? E quando me lo chiederanno, perché non potranno non chiedermelo!, quando me lo chiederanno cosa risponderò? Cosa dovrò rispondere? Dire che …ma no! No! Non potrei mai dirlo, no …”

E quando una decina di minuti più tardi il medico legale le pose la fatidica domanda Mena rispose: “A casa nostra …ieri sera era il nostro anniversario di matrimonio, il nostro primo anniversario di matrimonio e avevo preparato una cenetta speciale …”, “Una cenetta coi funghi avvelenati!”, esclamò il medico mentre Mena si soffiava il naso e si stropicciava continuamente gli occhi con le mani. Era pallida e visibilmente scossa, un’ombra sembrava gravare nel suo cuore, ed era un ombra pesante, un ombra che andava oltre il malore del marito. D’un tratto prese a respirare profondamente e a fregarsi nervosamente le mani. “Posso andare da mio marito?”, chiese al medico legale. “No. Mi dispiace ma per il momento non può andare da nessuna parte. Bisognerà fare luce sul malore di suo marito, e forse non potrà andare nemmeno dopo. Signora, lei sembra non capire la gravità dell’accaduto. Ha mai pensato che potrebbe essere sospettata di tentato omicidio?” Mena sgranò gli occhi e fissò l’uomo come se avesse una eresia. Avrebbe voluto ribattere, ma nessun suono usciva dalla sua bocca. La sorpresa per quelle parole del medico le procurò una specie di paralisi, era come se nella sua testa tutto si fosse bloccato, inceppato, che il suo cervello non reagisse più ai comandi che lei gli dava, e così restava immobile come una statua, incapace perfino di pensare, tanto erano orribili i pensieri che, come falene dalle grandi ali nere, la oscuravano e le impedivano di connettere.

Dopo qualche minuto di sgomento il cuore riprese a pulsare e con un filo di voce chiese al medico: “Vorrebbe ripetere …per favore?” Il dottore la fissò senza benevolenza, per lui, abituato dal suo mestiere alle cose più turpi e più tristi, era convinto di avere davanti una potenziale assassina, senza ritegno e senza riguardo ripeté con cruda indifferenza: “Ho detto che potrebbe essere accusata del tentato omicidio di suo marito, dopo tutto, lei gli ha preparato la cenetta per l’anniversario, e nella cenetta c’erano pure i funghi velenosi, per cui, dovrebbe ben capire, che due più due fa quattro! Fra poco arriverà una persona della Polizia …” E certo, pensò Mena, due più due fa quattro, due più due fa quattro.

Due più due fa quattro …pensava mangiucchiandosi le unghie, due più due fa quattro. E riandò col pensiero alla sera prima, alla sera in cui venne festeggiato il primo anniversario di matrimonio di lei e di suo marito. Una coppia invidiata da tante persone, soprattutto da sua sorella, da Filo, diminutivo di Filotette, la quale Filo aveva da poco compiuto i trent’anni e non aveva per le mani uno straccio d’uomo, l’ombra di un fidanzato, di un amante, di un gigolo, niente, nessuno le faceva la corte e nessuno sembrava interessarla, certo, nessuno tranne Eusebio, il marito di Mena!

Di questo Mena ne era sempre stata consapevole, ma aveva sempre fatto spallucce dato che sapeva Eusebio un marito innamorato, fedele, e Filo non l’aveva mai impensierita da questo lato. Ma sapere Filo innamorata di Eusebio era sufficiente per sospettarla di tentato omicidio? Perché la cena del primo anniversario di matrimonio era stata fatta a casa dei genitori, e i funghi incriminati non erano stati un’idea di Mena, erano stati un’idea di mamma …”un idea di mamma …” si ripeté Mena, “un idea di mamma …”, sì, certo, mamma non era felice del suo matrimonio con Eusebio, e allora? Bastava per crederla un ipotetica assassina? No, nemmeno sua madre era sospettabile, e allora? Chi poteva essere stato? Si fermò col pensiero alla cena della sera prima e cercò di non distogliersi dai particolari …suo padre non poteva mangiare i funghi perché era allergico a una sostanza che essi contenevano e ieri sera non li aveva assaggiati, sua madre aveva rinunciato ai funghi trifolati per essere solidale col marito che non poteva mangiarli, e Filo …Filo nemmeno aveva assaggiato i funghi, solo lei e Eusebio avevano mangiato i funghi, lei pochi, ma Eusebio ne aveva fatto una bella scorpacciata con la giustificazione che gli altri commensali avevano dovuto, chi per un motivo e chi per un altro, rinunciare alla squisitezza di quel piatto. Più ci pensava e meno ci capiva, Mena, di quella storia, ma decise di non dire nulla della cena incriminata, decise di non rivelare che era stata fatta a casa dei suoi genitori, e prese su di se ogni responsabilità.

Ma non le accadde nulla, perché Eusebio riavutosi dal malore dopo la lavanda gastrica, disse di aver trovato lui stesso i funghi e di averli pure cucinati lui per festeggiare il suo primo anno di matrimonio con Mena. Disse anche di averli mangiati tutti e di aver lavato le pentole.

Così Eusebio e Mena se ne ritornarono a casa e decisero di non fare parola dell’accaduto con nessuno, ma proprio con nessuno inclusi i rispettivi genitori.

“E’ stato un caso, Mena”, aveva concluso Eusebio con un tono dolce, e non mi pare giusto far preoccupare i tuoi, dopo tutto sono stati così gentili a prepararci quella deliziosa cenetta!”.

Anche Mena la pensava così, e ringraziò il marito per la sua bontà. “E’ stato certamente un caso, un caso …”, bisbigliarono all’unisono guardandosi negli occhi, “un caso …”

Ma quella stessa sera, in fretta e furia prepararono i bagagli, saltarono sul loro fuoristrada e si allontanarono da Treviso senza avvertire nessuno.

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