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La lettera

La lettera è una gioia della terra negata agli dei.”
Emily Dikinson

E anche le e-mail...aggiungo io.

"...trova il bandolo della matassa, srotola il gomitolo e inizia un nuovo racconto in cui mi farai sentire quanto è bello essere trasportati dalla corrente calda e raggiungere quella fonte lontana in cui trovare le dovute risposte ai dubbi, alle incomprensioni e alle paure che ogni giorno ti scassano...a presto, ciao dolce Alissia."

Tenendo stretto in una mano il foglio sul quale sono scritte quelle parole Alissia Mainardi si avvicina alla finestra della cucina, con una mano scosta la tenda increspandola e resta per un lungo momento a guardare l’alba rigida, la nebbia che si stende in fondo alla strada, gli alberi che allungano i rami scuri su un cielo carico di nubi gonfie di pioggia, le ultime foglie morte, secche e arruffate che cadono e si ammassano sull'erba ghiacciata e bianca di brina nell’attesa della dissoluzione, un'edera luccicante che si attorciglia amorevolmente lungo il tronco rugoso di un vecchio pino dai cui rami pendono frange zuppe e gocciolanti. Le foglie della siepe di alloro vibrano nell’aria che soffia come trepidanti cuori in attesa d’amore, e dal camino della casa di fronte sale una leggera voluta di fumo, si innalza diritta sull’aria, poi si attorciglia su se stessa come un nastro mosso dal vento che si sta alzando. Nell’aria adesso si spande il suono di una campana a morto. Alcuni passeri spiccano il volo spaventati e roteano alti nel cielo, altri si bagnano in una una pozzanghera mentre cinquettano strìduli e acuti, poco distante un piccione con un'ala spezzata che inerte gli pende dal fianco attraversa lento un giardino. Alissia lo osserva con una stretta al cuore, e suoi occhi si riempiono di nostalgia e di lacrime, poi legge ancora una volta il biglietto che tiene in una mano: l'ha letto tante di quelle volte da saperlo a memoria, tuttavia il desiderio – o meglio il bisogno – di rileggerlo per vedere coi propri occhi che davvero lui ha saputo scriverle quelle meravigliose parole è più forte di lei, e nuovamente le abbraccia e le avvolge con lo sguardo:

"...trova il bandolo della matassa, srotola il gomitolo e inizia un nuovo racconto in cui mi farai sentire quanto è bello essere trasportati dalla corrente calda e raggiungere quella fonte lontanain cui trovare le dovute risposte ai dubbi, alle incomprensioni e alle paure che ogni giorno ti scassano...a presto, ciao dolce Alissia."

Rialza poi lo sguardo sul cielo stanco dove si allungano nubi stropicciate che sembrano pesanti più del piombo e vede che già i primi goccioloni di pioggia mista a neve frustano l'aria tetra e l'erba bruciata. Manca una settimana a Natale, e il gelo che si indovina fuori serpeggia anche dentro casa, come una biscia si infili dentro quella vecchia costruzione piena di spifferi, e invada tutte le stanze ghiacciando l’aria. Brividi percorrono il corpo di Alissia vestito solo di una leggera vestaglia da camera, e stringendo la lettera nell mano scoppia in un pianto silenzioso. Dopo qualche minuto sembra calmarsi e riprendere il controllo di sè, tira su col naso e si passa una mano sugli occhi e trattenendo il respiro conta mentalmente fino a dieci. Ripete l'esercizio per tre volte dopo di che infila la lettera dentro la sua busta soffermandosi ancora un attimo – quante volte l'ha fatto? – ad osservare la bella e armonica scrittura di Giorgio Anelli, poi la infila nello scomparto segreto della sua borsetta in modo da averla sempre con sè anche quando esce di casa e poterla leggere ogni volta che ne ha voglia. Ogni volta che ne sente il bisogno. E' sua, è tutta e solo per lei quella lettera, e la conserva come si conserva un tesoro pensando che, forse, solo chi ama scrivere può dare così tanta importanza a delle parole tracciate su di un foglio di carta. L'ha ricevuta da un mese, e solo Dio sa quante volte l'ha letta – pur avendola imparata a memoria parola per parola, virgola per virgola e punto per punto dopo averla letta la prima volta – e solo Dio sa quante volte la leggerà anche in seguito!

* * *

Alissia Mainardi e Giorgio Anelli si erano conosciuti solo per telefono, lui commissario di polizia e lei giornalista di cronaca, e per telefono avevano simpatizzato e fatto amicizia: avevano incominciato sempre parlando di lavoro finendo poi col raccontarsi aneddoti personali, ed era stato semplicemente così, tra un discorso ed un altro, che era nata la loro amicizia, e la curiosità di Alissia verso un uomo dalla voce calda e profonda. Poi si erano incontrati nella città di lei – a Verona – e come aveva battuto veloce veloce il cuore di Alissia in quei momenti! Il pensiero di vedere finalmente di persona Giorgio Anelli l'aveva gettata nel caos dell'ansia e l'aveva obbligata a notti insonni e ricolme del pensiero di lui, di come sarebbe stato vederlo di persona, guardarlo negli occhi, sorridergli, di come lui avrebbe reagito vedendo lei, di come lei avrebbe reagito vedendo lui. Non avrebbe saputo cosa aspettarsi da quel loro primo incontro, ciò che invece sapeva con assoluta certezza era che non gli sarebbe importato nulla di come Giorgio Anelli fosse stato fisicamente perchè questo era un aspetto di lui che non le interessava, che non avrebbe fatto alcuna differenza perché ciò che amava di lui non poteva essere visibile. Non avrebbe mai potuto essere visibile. Per Alissia Giorgio Anelli sarebbe stato comunque una persona speciale, un Essere come pochi, un uomo con la U maiuscola: l'Uomo che aveva saputo farla ridere e aveva saputo coinvolgerla nella sua travolgente risata in momenti di tristezza: ed erano stati tanti quei momenti. L' Uomo che aveva saputo sollevarla da un'ambascia celiando amabilmente.

L’Uomo che aveva saputo scriverle quella lettera con quelle parole.

Un Sogno da Sognare. Un Uomo da amare.

Quel giorno a Verona non era né freddo né caldo, nel pomeriggio la luce del sole pioveva obliqua da sotto i fianchi delle nubi madreperla, e le poche foglie oramai rattrappite rimaste sugli alberi frusciavano ad ogni soffio d’aria. E in preda alla più sfrenata eccitazione e alla più grande felicità Alissia per l’occasione aveva acquistato un abito fasciato e scollato, e scarpe nuove col tacco chilometrico , ma poi aveva finito coll'indossare le cose più tranquille che aveva nell'armadio, le cose che indossava sempre e con le quali si trovava a proprio agio. D'improvviso, come per incanto, le era parso che non gliene importasse nulla di nulla di nulla di Giorgio Anelli, si sentiva solo una bambina sciocca che aveva fantasticato su alcune telefonate, su una voce profonda, su una risata travolgente. E su quella lettera , su quelle parole che lui aveva saputo scriverle e che l’avevano convinta – e spinta – ad incontrarlo. Ma di colpo le era parso di non curarsi affatto dell'impressione che tale Giorgio Anelli avrebbe avuto di lei. – Ma chi se ne importa di piacergli! – aveva concluso tra sè e sè, – Anzi, meglio se mi ignorerà...se lo deluderò...molto meglio!

Quell’impulso alla rinuncia, quel senso di sgomento, quel desiderio di fuga, quel senso di paura e di inadeguatezza che sempre la attanagliavano al momento di decisioni importanti , forse fatidiche, svanirono d’incanto allorchè dall’anonima folla dell’atrio della stazione ferroviaria in cui avevano stabilito l’incontro vide avanzare lui, l’uomo munito del segno concordato per il riconoscimento: Giorgio Anelli. La voce, quella voce che aveva il potere di turbarle i sensi ora prendeva corpo nella figura elegante, solida e sicura che le ripeteva: “Alissia, Alissia…nome singolare, pieno di fascino: e mai così bel nome è portato da tanta bellezza. Sono Giorgio, Giorgio Anelli.”

Le parole erano amabili, convinte nel loro significato, ma non avevano riscontro nello sguardo, fatto di lampi ambigui, ora di desiderio, ora di reticenza. E la reticenza prevalse. Con inspiegabile, distaccata seppur calda cortesia Anelli si rammaricò di non potersi trattenere, pressato com’era da un treno in partenza. Esterrefatta, balbettando banali frasi di comprensione tra forzati sorrisi di circostanza, Alissia gli consegnò il suo libro di racconti, l’anello di congiunzione che aveva assunto la funzione di giustificare l’incontro. Poi, affrettati saluti, certezze di telefonate, promesse d’incontro: e Giorgio Anelli si immerse frettoloso nell’andirivieni della gente lasciando Alissia in un profondo turbamento, e con un terribile dubbio in testa: – Forse ho sbagliato io…come sempre ho sbagliato…Perché? Perché quello sguardo carico di appassionato desiderio, miseramente spento da gelide ondate di…di timidezza? Impotenza? Timore? Sì, forse di timore, ma timore di che! Paura di chi? Alssia si era sentita come un’impetuosa falena che aveva cozzato contro un vetro. Nere ombre avevano incupito i suoi pensieri facendo finire il momento dell’estasi e mandando in pezzi il suo cuore, e il suo tempo. Come un incendio che si era placato lasciando grigia cenere su un camino spento. Un fiore piegato dal vento, un fiore greve che non sapeva risollevarsi, un fiore dal gambo spezzato.

* * *

Alissia non seppe trovare una spiegazione né il giorno dell’angoscioso incontro, né nei tanti, tanti giorni che seguirono sempre con quell’assillo nella mente, anzi, paradossalmente sembrava che più ci pensasse meno capisse.

Ma comunque davanti agli occhi ha sempre quella sorprendente lettera di lui, quella sorprendente lettera con quelle sorprendenti parole:

“ …trova il bandolo della matassa, srotola il gomitolo e inizia un nuovo racconto in cui mi farai sentire quanto è bello essere trasportati dalla corrente calda e raggiungere quella fonte lontana in cui trovare le dovute risposte ai dubbi, alle incomprensioni e alle paure che ogni giorno ti scassano…a presto, ciao dolce Alissia.”

Aveva toccato il cielo con un dito quando l’aveva trovata sopra la scrivania del suo ufficio: – Lo sapevo! – aveva esclamato felice mentre il cuore sembrava scoppiarle per l’emozione, – Lo sapevo! Lo sapevo! Lo sapevo! – e pareva essere tutto chiaro come una chiara giornata di sole, e tutto facile e semplice: se voleva la felicità bastava allungare una mano: lui era là, la stava aspettando.

Ma poi…poi c’era stato quel loro triste incontro.

E coll’andare dei giorni Alissia si sente confusa, le luci sembrano cedere il posto alle ombre, i dubbi attanagliano i suoi pensieri, e l’angosciosa tristezza sentita durante il loro incontro non l’abbandona per un istante. E più le parole che lui le ha scritto assumono importanza, più l’anima sua se ne nutre e più penetrano nel suo cuore e nel cuore della sua vita, più lei è indecisa, impaurita e incerta tanto che ancora non gli ha risposto, né gli ha fatto leggere il suo racconto, il nuovo racconto che ha scritto per lui e composto di sole tre parole: “Io ti amo”.

* * *

Due settimane sono trascorse da quel loro incontro, e per quanto in quella circostanza Alissia avesse mangiato con gli occhi Giorgio, adesso non c'è verso che il suo volto le ritorni alla memoria, non riesce a ricordare i suoi lineamenti, nè i suoi occhi e il loro colore e la loro espressione a causa del tumulto interiore che aveva provato nel vederlo, solo il tono della voce di lui e la sua travolgente risata le ritornano in testa a momenti come onde sorde che si frangono rumorosamente sugli scogli e come onde gelate di un mare in tempesta che avanzano spazzando via tutto, ma in altri momenti come onde che si ammassano, si piegano e si adagiando dolcemente e languidamente come mani a ventaglio sulla spiaggia.

Manca una settimana a Natale, nubi grigiastre sbuffano su un cielo lanoso, fuori il nevischio si è tramutato in pioggia

battente, e cade forte, tamburella in rivoli disuguali sui vetri come le mani disperate di un vagabondo che voglia entrare. Meditabonda, a testa bassa, Alissia ascolta il brontolìo sommesso del vento e della pioggia simile all’ammassarsi di onde che ribollono, si sente rabbrividire, non sa se per il gelo o per la tristezza o per tutte e due le cose, e si stringe nella propria vestaglia da camera pensando a come le piacerebbe indossare una vestaglia doppia nella quale stringere e stringersi forte a Giorgio. Ma ingoiando la nostalgia e cacciando indietro le lacrime che ancora premono dietro le ciglia mentre le parole che Giorgio le ha scritto – parole luccicanti e dorate, parole come falene che svolazzando dentro una stanza gettano qua e là le loro ombre ingigantite da una lampada, parole che come frecce infuocate che piovono sul suo cuore, parole come onde calde che abbracciano la sua anima incredula e stupita per quel sentimento nuovo e sorprendente che provava – continuano a imprigionare i suoi pensieri come il ghiaccio di uno stagno imprigiona il dolce dondolìo dell’acqua sommersa.

Una voce di uomo la distoglie dal fragore del suo silenzioso tormento: “Allora Alissia! Hai stirato la mia camicia? E i calzini? Dove saranno finiti i miei calzini...accidenti Alissia, lo sai che ai miei amici non piace aspettare troppo, andranno a caccia senza di me se non mi sbrigo… va a vedere la bambina, non senti come piange? E hai chiesto a mia madre come sta e se ha bisogno di qualcosa? Fa un salto in camera sua..."

"Un attimo. Arrivo subito...", risponde stancamente Alissia al marito, :"Eccomi...”

Ed è in questo momento che una folgorante spiegazione illumina le domande senza risposta che da tempo le tormentano incessantemente l’animo, come una luce che avanzando spingesse via il buio e si profondesse dovunque. Giorgio Anelli sapeva, aveva saputo! Lui, il poliziotto, l’uomo che premendo un bottone poteva conoscere tutto di chiunque, lui quel bottone l’aveva premuto prima di avviarsi nell’atrio di una stazione.

E alla chiamata avevano risposto calzini famigliari, pianti di bimba, bisogni di vecchia…Ostacoli, rischi, conplicazioni.

– Un prezzo alto, troppo alto forse, un prezzo che solo un vero amore avrebbe potuto pagare… – pensa Alissia amaramente, – un prezzo che solo un vero e reciproco amore avrebbe potuto pagare...

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