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Alida Casagrande

La predizione

«Tornerà!», sentenziò con sicurezza Madame Martinette tra la nuvola di fumo che stringeva fra le labbra sottili, mentre con gesti veloci delle mani dalle unghie laccate di rosso disponeva i Tarocchi due a due. «Non ho dubbio alcuno», ripetè , «è scritto...tornerà a casa...», e per un momento distolse lo sguardo dalle carte per posarlo sulla nuova cliente che aveva davanti.

 «Davvero?», domandò quest’ultima illuminandosi.

 «Sì, le ripeto: tornerà a casa!», riconfermò Madame schiacciando il mozzicone sul posacenere. «E’ andato via da tanto tempo?», domandò poi rimescolando i Tarocchi.

 «Beh...da una settimana...mi dispiace più per mia figlia...sa, lei gli era sinceramente affezionata...»

 «Capisco, capisco», tagliò corto Madame. «Sua figlia sente molto la sua mancanza. E’ naturale, immagino sia stato un buon compagno di giochi per lei...»

 «Sì, l’ha fatta felice, molto.»

Madame Martinette accese un’altra sigaretta e ripetè: «Signora, stia tranquilla che tutto ritornerà alla normalità. Vedo qui...», e indicò coll’indice inanellato un re di fiori «delle buone carte...certo, leggo anche che lui se n’è andato via per amore...ha mai avuto dei sospetti?»

 «No, io non mi sono mai accorta di nulla...non sono una buona osservatrice evidentemente.»

 «Non se ne dolga signora bella: non tutti abbiamo gli occhi anche dietro la schiena. Comunque, ciò che a noi importa non è il motivo per cui se n’è andato da casa, ma il semplice fatto che vi ritorni. E vi farà ritorno molto presto.»

 «Grazie Madame, lei mi consola in questo brutto momento. Grazie ancora», disse Rosa alzandosi e appoggiando un biglietto da diecimila sul tavolo – diecimila lire che Madame fece scomparire  con la sveltezza e l’abilità di un prestigiatore – e uscì dalla cartomante  sentendosi sollevata per le buone previsioni avute.

D’accordo, si disse poi scrollando le spalle, la cartomanzia non  è una scienza, ma che m’importa? Forse che uno scienziato avrebbe saputo dirmi se lui tornava oppure no? Ciò di cui adesso ho bisogno non  è di una certezza ma di una speranza, di una speranza, nient’altro che di una speranza.

Il sole occhieggiava alto nel cielo azzurro dove placidamente veleggiavano pigre e goffe nuvole bianche. Rosa offrì un volto disteso alla carezza della calda aria d’agosto.

Con un passo veloce raggiunse l’asilo ed entrò per prendere sua figlia. La Madre superiora le andò incontro non appena vide la sua figura disegnarsi sull’uscio, ed afferrandole le mani domandò con enfasi: «Allora signora, è tornato?»

 «No, non ancora», rispose Rosa abbassando lo sguardo.

 «Sua figlia non ha mangiato...è tanto triste povera picccina!»

 «Lo so Madre, lo so.»

 «Cosa possiamo fare per lei?»

 «Io non credo che lei possa fare molto Madre. Non abbiamo altra scelta che aspettare...», sospirò e poi aggiunse: «Sì, insomma, aspettare che lui torni a casa.»

 «Ma...», mormorò la suora incredula, «crede che torni?»

 «Sì, credo proprio di sì.»

 «Dio lo voglia!», esclamò la religiosa alzando le mani al cielo, «Dio lo voglia!»

 «Stia tranquilla Madre», tornò a rassicurarla Rosa, «ci sono buone speranze che torni...adesso vorrei portare a casa mia figlia.»

 «Sì, si certo. Andiamo», disse la suora battendole una mano sulla spalla. «andiamo dalla sua piccina. Mi segua signora...»

E si avviarono.

Dentro una grande stanza dalle pareti tappezzate di disegni infantili un gruppetto di bambini discuteva animatamente. In un angolo sedeva una bambina tutta sola che gridò: «Mamma!  ...Mammina», e corse incontro a Rosa saltandole al collo e riempendole il viso di baci.  Sua madre le sussurrò qualcosa all’orecchio e lei rise e arrossì.

Dopo aver coccolato sua figlia Rosa salutò la Madre Superiora  e uscì dall’asilo dirigendosi al supermercato. Teneva sua figlia per mano, e la bambina saltellava trattenendo per un braccio una bambola di pezza.

Il sole all’orizzonte pareva ora più piccolo e vulnerabile, ma l’aria si manteneva calda, e i suoi aliti muovevano con dolcezza i lunghi capelli di Rosa e della sua bambina. Entrarono al supermercato, girarono per i reparti prendendo qualcosa da uno scaffale e dall’altro, poi si diressero alla cassa: era quasi l’ora della chiusura serale e c’era pochissima gente. Quando arrivò alla cassa Rosa si sentì chiedere: «Allora signora, è tornato il fuggitivo?»

«No, ancora no.», rispose Rosa alla minuta cassiera dal naso aquilino. «Ma tornerà  presto...»

 «Sì. Sì!», ripetè ripetè sua figlia mentre appoggiava il mento al bordo della cassa. «Mamma ha detto che tornerà presto.»

 «Ah, sì? E tu sei contenta che torni presto?», domandò la cassiera alla bambina allungandole un cioccolatino dentro la sua manina protesa.

 «Sì, sono contenta...con-ten-tis-si-ma!», sillabò poi.

Rosa guardò la sua bambina con amore, e dopo aver salutato la cassiera che le disse: «Auguri signora: spero che torni davvero!», se ne andò a casa e preparò la cena.

Quando tutto fu pronto si sedette e prese la sua bambina sulle ginocchia.

Rosa si sentiva stanca, e sempre la stanchezza trascina con sè tristi pensieri, approfondisce le angosce e mette nuovo sale nelle piaghe. Diede da mangiare solo alla bambina che ininterrottamente la guardava chiedendole: «Davvero tornerà?»

E lei, paziente, rispondeva: «Sì tesoro, tornerà...tornerà...lui tornerà....»

La bimba, rasserenata dalla convinzione della madre mangiò con apetito, e poi di corsa se ne andò a sedersi sull’uscio di casa.

Rosa la osservò di sottecchi, il cuore le si stringeva nel timore che lui non tornasse, e tra sè e sè mormorava: «Torna, ti prego, torna. Torna almeno tu che puoi farlo...tu che puoi tornare torna...»

Si alzò da tavola e posò un triste sguardo alla fotografia che c’era sopra al caminetto: ritraeva un bel giovanotto in piedi acanto a una potente vettura fiammeggiante.  Quella fotografia era il ritratto della salute e della felicità. Rosa sentì gli occhi inumidirsi e pensò: «E adesso? Che mi rimane? Vivere di ricordi...mi sento un sasso che sta andando a fondo...a fondo...e invece devo fingere di essere un uccello che si eleva...per amore di mia figlia.»

Sospirò a fondo per ingoiare le lacrime e raggiunse sua figlia, si sedette sullo scalino insieme alla piccola.

Il crepuscolo calava con leggerezza, le fronde degli alberi davanti casa danzavano al tocco dell’aria dorata, i passeri svolazzavano da un pino all’altro e una farfalla bianca girava attorno a un grappolo di glicine. Un paio di ragazzini passarono di corsa, ridendo, e un terzo si fermò al cancelletto di Rosa: "Lo state aspettando?», domandò curioso.

 «Sì, certo.»

 «Credete che tornerà?»

«Sì sì!», gridò la bambina.

E fu in quel momento che lo videro giungere dal fondo del vialetto.

Barcollava, e si intuiva la suia stanchezza dall’andatura. Rosa e la  bambina si alzarono di scatto e gli corsero incontro, sorprese e stupite di quell’arrivo anche se tanto atteso, spalancarono il cancelletto per farlo entrare, e lui crollò a terra stanchissimo.

Lo abbracciarono e lo coccolarono mentre lui, distrutto ma felice, leccava il viso di entrambe e dimenava festosamente la grossa coda pelosa.

 

 

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