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Alida Casagrande

La rosa

Non amai che la rosa che non colsi.
 
Guido Gozzano

Nel buio Odette avvertì una strana presenza. Spaventata da quella sensazione accese la luce con una mossa repentina: la tenda della finestra ondeggiava lievemente come una vela alla brezza, e quando vide che ai piedi del suo letto era seduto uno splendido giovane pallido come la luce della luna, dai capelli rossi e dallo sguardo brillante screziato di verde, si ritrasse spaventata.

«Ma... chi sei? E come hai fatto ad entrare?»

«Sono la rosa di porpora che hai reciso ieri.»

«La rosa che ieri ho colto nel folto del boschetto?»

«Sì, proprio quella...»

«Non ...non è possibile...»

«Perché non guardi il vaso dove ieri avevi sistemato la tua rosa preferita? Adesso non c’è ... ci sono io» disse lui con una voce melodiosa.

«Ti prego: non insistere con questa bugia. Chiunque potrebbe aver buttato via la mia bella rosa...» disse Odette con un tono sarcastico, ma mentre pronunciava queste parole non resistette alla tentazione di allungare lo sguardo fino al vaso posto sulla cassettiera della sua camera per vedere se la sua bella rosa era là oppure no. Non c’era. Qualcosa le serrò la bocca dello stomaco e una dolce paura le fece battere più forte il cuore, la fece vibrare come una vela che volteggia tra raffiche di vento: «Ma com’è possibile ...sto sognando... ma tu chi sei?»

«Io sono l’Amore,» rispose il giovane. «L’Amore... – ripeté lei trasognata, – E da dove vieni?»

«Le mie radici affondano fin dentro un abisso insondabile.»

«Che vuoi da me?» domandò Odette corrugando la fronte e rannicchiandosi in un angolo del letto.

«Non vorrò niente che anche tu non voglia, vorrei solamente amarti e se anche tu vorrai questo non avremo altro da fare che assaporare la più grande felicità.»

«Per sempre? Saremo felici per sempre?»

«Tu vuoi sapere troppo, Odette cara. Saremo felici... tutte le notti verrò a trovarti e ci ameremo lasciandoci cullare dall’acqua come due foglie, e noi saremo foglie che galleggiano lievi, che seguono la dolce corrente d’acqua calda, e noi saremo anche la corrente d’acqua calda che scorre increspata e bagnerà le sponde e disseterà le piante e l’erba e i fiori, e noi saremo le piante e i fiori bagnati dalla rugiada e asciugati dal vento, e noi saremo il vento che mulinando qua e là salirà in alto fino a sfiorare le stelle e la luna e il sole, e noi saremo il sole e il suo fulgore. Noi due insieme saremo Tutto. Nessuno si accorgerà della mia presenza nella tua vita: io verrò da te al calare del sole quando una cortina di buio avrà inondato questa stanza e me ne andrò insieme al biancore glaciale dell’alba scivolando via leggero e indistinto come una barca su un luccicante specchio d’acqua.»

«E dove andrai? Vuoi che ti mostri qualche nascondiglio? Ce ne sono tanti in questa vecchia casa!»

«No, non devi nascondermi Odette: al primo baluginìo del sole io ritornerò dentro al vaso, ritornerò dove tu mi hai messo...»

«Ma che prodigio è mai questo? Io non capisco...»

«Non puoi capire: è il prodigio dell’Amore...» e così dicendo si avvicinò a lei e la baciò sulla bocca con le sue labbra tempestate di rugiada suggellando il loro amore. Poi si staccò da lei, dolcemente e silenziosamente, le posò le mani sulle spalle e la fissò negli occhi dicendo: «A domani notte. Verrò ogni notte...»

«Tutte le notti? Verrai per sempre? Verrai fino a quando vivrò?»

«Tu vuoi sapere troppo, Odette cara. Verrò domani notte.»

E da quella notte i due giovani diventarono inseparabili, e trascorsero ogni ora, ogni minuto, ogni secondo stretti l’uno all’altro, amandosi con passione, coi cuori che pulsavano all’unisono, con le bocche che si cercavano avidamente.

Poi una notte lui disse a Odette: «Credo che sia finito il tempo per amarci: la rosa sta appassendo...»

«E allora?» disse lei accarezzandogli il pallido viso e sentendosi sprofondare nel suo sguardo di liquido smeraldo come se affondasse dentro una calda corrente d’acqua, «Che ce ne importa se la rosa sta vizzendo? È il suo destino questo.»

«Ma non capisci? Quella rosa sono io, e vizzirò con lei!»

«Tu non puoi morire...»

«Ti sbagli: io morirò come muore la rosa.»

«Ma avevi detto che tutte le notti ci saremmo amati e saremmo stati felici!» disse con l’anima trafitta da lampi di dolore.

«Tutte le notti a me concesse Odette cara, solo tutte le notti a me concesse...»

«Ma perché vuoi morire?»

«Non sono io che lo voglio, semplicemente è giunta la mia ora, ho finito il mio tempo...»

«Ma perché, perché deve finire?»

«Perché è così...»

«Non capisco...» disse Odette col cuore che si frantumava.

«Capirai...» ribadì il giovane.

«È assurdo! Tutta questa storia è assurda...»

«Ma è così...»

«Non lasciarmi – pianse poi disperata, – non andartene... io ti aspetterò anche domani notte, io ti aspetterò per tutte le notti della mia vita!»

Lui pallido e sfinito la fissò con gli occhi sbiaditi, con lo sguardo spento, allontanò le sue mani dalle spalle di lei e le disse: «Non aspettarmi domani notte, non aspettarmi nelle prossime notti, non aspettarmi per sempre perché io non tornerò più. Mai più. Non tornerò una seconda volta, non mi è concesso questo potere. Addio Odette cara!»

E dopo aver pronunciato quelle parole scomparve nella fitta cortina buia della stanza. Odette pianse fino a quando gli occhi le si gonfiarono tanto da non riuscire ad aprirli e poi si addormentò, ma fece sogni agitati che la sfinirono. Quando al mattino si svegliò per la luce che pioveva nella stanza guardò il vaso sopra la cassettiera, e vide che la sua bella rosa era appassita, scolorita, e qualche petalo sbiadito, accartocciato e arruffato si era staccato dal suo bel fiore ed era caduto sul pavimento. Ma lei continuò ad aspettare il suo Amore per tanto, tantissimo tempo, continuò ad aspettarlo col cuore gonfio di dolore fino a quando tra il sonno e la veglia si accorse di una figura che si stagliava nella penombra della stanza, il cuore le balzò in gola: «Sei tu?» chiese con la voce rotta di pianto e di emozione, «Sei tu Amore?»

«Certo che sono io!», le rispose una voce di uomo rauca e per nulla melodiosa. «Chi vuoi che sia altrimenti?»

Odette spalancò gli occhi e la luce del giorno le ferì lo sguardo.

Si sedette di colpo sul letto, si guardò attorno smarrita e stanca come avesse faticato tutta la notte, si stiracchiò pigramente con mosse feline e scoppiò in una strana risata: «Santo cielo! – esclamò, – Sei tu Guido... ciao... sapessi che strano sogno ho fatto, inquietante... te lo racconto subito...»

«Me lo racconti dopo invece, subito devo darti questo... – disse lui allungando la mano che stringeva una bellissima rosa dal gambo lungo. – Auguri Odette! È il nostro primo anniversario di matrimonio...»

Lei fissò il fiore, lo annusò e istintivamente se lo strinse al petto.

Un petalo cadde, una spina le punse il braccio disegnando una smorfia di dolore nel suo viso, e una goccia di sangue bagnò di rosso porpora la sua candida camicia da notte.

«Grazie Guido, sei un amore...» disse, tacque per un attimo fissando la bella rosa e poi aggiunse con un sorriso stampato sulle labbra dischiuse come i petali dei fiori appena sbocciati e tempestati di rugiada mattutina: «No, tu sei l’Amore...»

Lui la guardò e scrollò la testa: amava così tanto la sua Odette!

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