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Alida Casagrande

La telefonata

«Non importa... non rischiare...»

«No, non rischio...»

Cristo Santo: no, non rischio! Non rischio! E quali altre parole, quali diverse parole avrei dovuto aspettarmi da te? Che tu non rischiassi – e che mai lo avresti fatto – lo sapevo – altroche se lo sapevo! – nonostante tutto mi sentivo come un passero preso di mira da un cacciatore che stava lì lì per fare fuoco: prima o poi – era solo questione di tempo – una rosa di pallini mi avrebbe lacerato le carni. Non avresti rischiato, per me, ma io speravo che dopo tanto tempo – dopo tanti anni – ti fossi ammorbidito perdendo parte della razionalità che ti contraddistingue. E invece no.

Continuavi a restare abbarbicato alle tue ragioni difendendole dalle mie accuse, e seguitavi a dirmi:

«Sai com’è... devo sbrigare un sacco di faccende... e poi agosto è agosto»

«Va bene, ho capito. Però, se mi permetti, non è che dovessimo vederci in agosto: giovedì sarebbe stato, anzi è, l’ultimo di luglio... a meno che io non stia sbagliando... correggimi pure.»

«No, cioè sì, hai ragione tu, ma giovedì io sono ultra impegnato e non ho il tempo materiale per raggiungerti... non ce la farei: sii ragionevole...»

«Per un caffè?», domando timorosa. «No eh? Troppo impegnato immagino...»

«Assolutamente no! Un caffè? Ma figurati! Io voglio fare l’amore con te, stringerti, baciarti e altro... un caffè... ma sentila!»

Barava, era chiaro. Sapeva fin troppo bene che il caffè era solo un pretesto.

«Capisco...», mormoro a fior di labbra. «Capisco...»

«Sei arrabbiata?»

«No: e perchè dovrei? Mica sto scoprendo l’acqua calda...»

«Così. Mi è parso dal tuo tono di voce che fossi arrabbiata.»

«Ti sbagli: sono solo un pò raffreddata.»

«Comunque non si sa mai: potrei inventarmi qualcosa per raggiungerti.»

Certo che avresti potuto inventare qualcosa, avresti potuto inventarti qualsiasi scusa, non era questo il problema: il problema era che non ti saresti inventato niente, che nemmeno avresti fatto un piccolo sforzo per poter stare con me. Ma non mi lamentavo. Come avrei potuto lamentarmi se continuavo a stare con la cornetta del telefono appiccicata all’orecchio pur di sentire la tua voce indipendentemente da ciò che mi diceva e dalle bugie che mi raccontava? Quante bugie mi ha sciorinato quella tua voce sensuale... ma che importanza hanno avuto – e quale importanza hanno tutt’ora – se ancora sei tu quello che amo? Se ancora sei tu che voglio?

«Potrei trovare qualche occasione per noi due... chissà...», mi ripeti mentre sento il mio cuore sciogliersi nella delusione. E continuo ad ascoltarti, e continuo a nutrirmi della tua voce... la tua voce: tutto ciò che adesso mi stai concedendo di te stesso. E la bevo, e mi entra a poco a poco nel sangue, e fa parte di me, della mia gioia e del mio dolore.

«Ma no, non rischiare,» ti ripeto mentre, in cuor mio, nel profondo del mio povero cuore innamorato spero di sentirmi dire che sì, che rischierai per vedermi, e che sarai felice di farlo, che ne sarai felicissimo perchè stare con me è tutto ciò che desideri, perchè amarmi è vivere, perchè il tuo sentimento per me è sconfinato, meraviglioso, perchè hai bisogno di me, perchè hai bisogno di dirmelo, perchè io sono io e perchè tu senza di me non vivi, respiri ma non vivi, non esisti.

Tutto questo e altro avrei voglia di sentirmi dire da te. Magari anche un semplice verso d’amore. Mi viene in mente Tagore: Il mio cuore, uccello del deserto, / ha trovato il suo cielo nei tuoi occhi. / Essi sono la culla del mattino, / il regno delle stelle... s’, lo so, lo so che lo conosci anche tu questo poeta, lo so, ma tu non sei un tipo da recitare versi nè poesie d’amore, tu sei una persona pratica, razionale, e tutto, per te, deve combaciare come in un puzzle. Ma il mio cuore, il mio amore ed io stessa non siamo freddi tasselli di un puzzle, e non possiamo, non posso, fare tutto ciò che vorresti tu. Dalla mia testa una voce grida: basta!, ma il mio cuore continua a bearsi della tua voce e la voglia di vederti mi straccia il cuore e lo riduce a brandelli. Respiro profondo e guardo dalla finestra il cielo chiaro attraversato da stralci di nuvole grigie, l’aria fa vibrare le foglie degli alberi, i passeri svolazzano senza posa da un ramo all’altro e intuisco che il tempo è foriero pioggia; una leggera nube violacea si sta sovrapponendo fra il mio sguardo e il sole: mi sento triste e vorrei dirtelo... ma capiresti? Ne sai qualcosa tu della tristezza che si aggroviglia nei miei giorni senza di te e mi fa mancare l’aria? Ne sai qualcosa tu della solitudine che mi azzanna il cuore e l’anima nello stesso modo in cui un cane azzanna l’osso e lo dilania? Tu sei là, in città, hai i tuoi impegni, il tuo lavoro importante e non senti il mio grido d’aiuto, non senti la malinconia nelle mie parole. Vuoi che ti parli, che ti dica qualunque cosa pur di sentire la mia voce, perchè la mia voce ti dà i brividi, mi dici, la mia voce ha il potere di farti sognare anche se siamo distanti; la mia voce, dici, ti fa crescere la voglia di vedermi e di fare l’amore con me. E io ti parlo, ma non ti parlo di me, ti racconto di ciò che vedo dalla finestra, ti dico del tempo grigio

E che pioverà, poi allungo lo sguardo e sul marciapiede della casa di fronte vedo un merlo che saltella rincorrendo una lucertola, va veloce l’uccello, troppo veloce, troppo veloce perchè raggiunge la lucertola, la raggiunge e la stordisce a colpi di becco, poi si leva in volo portandola a penzoloni dal becco. Ho voglia di piangere, ma tu non mi capiresti, e ingoio le lacrime mentre un groppo mi sale in gola rendendomi penoso il respiro.

«Sei un amore piccola... un amore... ho tanta voglia di vederti che nemmeno te l’immagini! E tu? Tu vuoi vedermi?»

«Sì, io vorrei vederti...», rispondo cacciando indietro a fatica il groppo che mi serra la gola.

Intanto le nuvole si addensano e il sole scompare dietro lo stralcio di nube violacea; l’aria diventa più forte e scuote i rami degli alberi facendo volare via qualche foglia ingiallita pur se siamo solo a luglio; i passeri cinguettano, e spaventati volano di qua e di là senza posa, forse in pena per i loro piccoli dentro ai nidi, senza alcun riparo per il temporale che si sta annunciando.

«Ma ci vedremo sai tesoro...», continui tu, allegro e sereno, «Anche se non sarà per il giorno che avevamo previsto.»

«Non importa,» rispondo mesta, «non importa... sarà per un’altra volta, sarà per la prossima volta...», aggiungo sentendomi più triste che mai. E non ti dico che mi sento defraudata di qualcosa che, amandoti, mi spetterebbe di diritto: vederti, non ti dico che la nostra storia, il nostro amore è arrivato ad un punto in cui sembra non avere più alcun senso di esistere, non ti dico che forse conviene lasciar perdere tutto... taccio, e piango. La pioggia intanto cola lungo i vetri della finestra.

«Ma sai, può darsi che mi si presenti una qualche occasione prima di settembre... magari non appena avrò terminato le vacanze... non si sa mai: mai dire mai piccola..», mi dici con quella tua voce suadente.

«Va bene», rispondo: che altro potrei dire? «Ma non rischiare per me», aggiungo.

«Ma no! Non rischio, stai tranquilla che non rischio e soprattutto non voglio che tu corra dei rischi per colpa mia.»

Lo so che hai la testa sulle spalle, lo so fin troppo bene, e vorrei tanto che per un attimo, per un istante, per il tempo di un respiro tu perdessi la testa, facessi un tiro da matto – o meglio: da innamorato – e mi corressi incontro, e mi raggiungessi mentre io me ne sto ancora qua, in piedi presso la finestra del salotto con la cornetta stretta nella mano e mi dicessi: «Ti amo!», e mi abbracciassi fino a soffocarmi, mi stringessi forte da farmi morire perchè così è l’amore, questo è l’amore. Questo.

«E invece ti dico, rassegnata: «Ci vedremo... prima o poi...»

«Certo amore, certo. Ma non prima o poi. Ci vedremo al più presto possibile; e il possibile sarà al più presto. Te lo prometto. E adesso mandami un bacio di commiato.»

«Ciao... un bacio...»

«Anch’io ti mando un bacio. Pensami, e tienimi sempre con te, qualunque cosa tu stia facendo. Ciao tesoro...»

«Ciao...»

Ecco, la telefonata è finita e tu già non ci sei più, già ti sei allontanato da me.

Quanto tempo siamo stati al telefono? Mezz’ora? Un’ora? Non lo so, sempre il tempo scompare sull’onda dell’emozione che le tue parole e la tua voce mi fanno vivere... le tue parole e la tua voce mi danno emozioni per vivere... Vivere... Tu mi fai vivere: ecco il punto.

Tu sei la vita.

Ha smesso di piovere e l’aria sta ripulendo il cielo, anche dentro di me il tumulto della tempesta è passato, la neve si è sciolta, le guglie si sono trasformate in declivi ed io penso: che importa se lui non è la perfezione fatta uomo? Che mi importa? Io lo amo, lo amo e tanto mi basta.

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