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Alida Casagrande

Te' delle cinque, in una villa

O umano amore! Tu che già possiedi
In terra quel che speriamo di trovare nel cielo!
Tu che cali sull'anima come la pioggia
Sul piano che lo scirocco ha disseccato
e se venisse meno il tuo benefico potere,
Il cuore lascieresti più arido di un deserto
     E.A. Poe

Un vago senso di inquietudine l’ha assalita appena scesa dalla metropolitana, mentre esce dalla stazione del capolinea nel verde e nel silenzio del più esclusivo quartiere della città, tutto ville protette da alberi frondosi e cinture di prati inglesi.

«Tutti ricchi da queste parti», mormora fra sè e sè Alisea, «e io che ci faccio qui?»

Intanto imbocca il viale , deserto, fiancheggiato da siepi e mantelli di edera distesi su robuste cancellate.

 «Beh, dopotutto», mormora per rincuorarsi, «anche sognare  fa bene. Aiuta a togliersi di dosso quella cappa grigia di normalità che rischia di soffocarti nella rassegnazione.»

Così, tra un impulso a tornare indietro e una spinta in avanti dalla curiosità, Alisea arriva al cancello di villa Pironti De Santis. Percorso il giardino fiorito, sulla soglia di casa appare Solange.

 «Cavissima!», esplode con un eccessivo sorriso tendendo le braccia.

Alisea spera che il suo sguardo ridente non tradisca il pensiero: madonna santa, non mi sembrava così strascicata quella «erre» quando ci siamo conosciute. Accoglie l’abbraccio con un soave «mia cara» e, mentre Solange allacciandola con un braccio in vita ripete «entva, entva come se fossi a casa tua», tempesta d’improperi la propria intelligenza che non ha saputo resistere alla vanità.

Intimidita dall’ambiente che le si profila, si pente di essere lì e va con la mente al suggerimento del marito, che la consigliava di non accettare perchè la differenza di stato sociale era tale da poter provocare un senso d’inferiorità.

Assorta in tali considerazioni Alisea attraversa con crescente disagio saloni e corridoi lussuosamente arredati, di un lusso ostentato, privo di signorilità, che tuttavia la inducono ad un confronto con il modesto appartamento dove vive con il marito e i figli.

Al termine di un corridoio, nell’angolo del quale era sistemato un pianoforte a coda laccato di bianco con degli spartiti musicali sparsi in un disordine voluto, Solange introduce Alisea in un salotto di piccole dimensioni: due divanetti – ovviamente di firma – un caminetto, ed un tavolino vestito con una tovaglietta in prezioso pizzo sopra il quale si sprecano bottiglie di liquori delle più svariate e costose marche. E l, in quel raccolto salottino, sotto il chiarore di due lampade ad angolo e mollemente buttate sui divanetti ci sono le amiche della padrona di casa.

Solange tossisce per annunciare il suo ingresso e le signore zittiscono di colpo.

 «Vagazze», dice col suo tono da snob, «vi pvesento un’amica: Alisea.» Poi volgendosi a lei ripete: «Alisea, ti pvesento le mie amiche: Movella, Bevenice, Ligeia...pvego Alisea, accomodati  con lovo. Io faccio un salto in cucina a vedeve se Mavia ha pvepavato il tè...fate la vovstra conoscenza intanto...pevmeso...», e se ne va.

Alisea si accomoda sul divano e si guarda intorno osservando che la stanza è illuminata solo dalle lampade perchè non ci sono finestre.

 – Che strano...–, pensa, – qua dentro sembrerebbe notte fonda se non fosse per quelle due lampade...che belle però...–

 «Allora Alisea», esordisce Morella distogliendola dai suoi pensieri, «com’è che ha conosciuto Solange?», domanda ostentando una benevolenza che sottende una punta di civetteria.

Alisea, sperando in cuor suo che il tè arrivi presto, ma tanto presto da toglierla dal disagio in cui versa risponde: «L’ho conosciuta in un supermercato...è stato un caso e...»

 «Eh sì, sì davvevo», conferma Solange tornando in quel mentre, e da buona snob chiarisce che è stato davvero un caso eccezionale l’aver incontrato Alisea in un supermercato , poichè lei non va mai a fare la spesa, tutt’al più manda Maria, la cameriera.

Così il discorrere parte dallaspesa al supermercato e approda alle «spesucce» che Solange, Morella, Berenice e Ligeia affettuano durante i pomeriggi di «shopping», tuttavia traendo dall’argomento il pretesto di scambiarsi confidenze sul loro intramontabile fascino, su quel fascino che resiste a dispetto della non più verde età.

Morella racconta del recente cambio del guardaroba in boutique a spese del marito, per compiacere «l’amico del cuore», tanto raffinato, tanto gentile (e tanto più giovane di lei).

 «Sapete carissime, a volte io e il mio...come posso dire?...io e il mio ragazzo?», dice Morella, la più giovane, con un sorriso di soddisfazione, «Io e lui prepariamo un bagno di schiuma, entriamo insieme nella vasca, sediamo l’uno di fronte all’altra, parliamo, ci accarezziamo, ci stringiamo, ci laviamo a vicenda. Poi lui mi asciuga in tutte le parti del corp...e poi...Ah!, se penso a mio marito...sempre così preso dai suoi affari, sempre distratto, sempre frettoloso...»

Un coro di risate si leva nella stanza.

Parevano essere tutte d’accordo sull’ultima affermazione di Morella, sul giudizio dato al marito.

Solo Alisea sembrava perplessa, o quantomeno sorpresa per la facilità con la  quale quelle signore parlano della loro vita più intima, di quell’angolo di giardino che avrebbe dovuto, secondo lei, restare segreto, nascosto agli sguardi curiosi della gente.

 «E già, i mariti...te li raccomando quelli!», esclama Berenice. «Io, per vendicarmi del mio ho fatto degli acquisti niente male in una gioielleria del centro...sapete...quella che tiene i gioielli di Cartier...»

 «E di cosa hai dovuto vendicavti? Hai un buon mavito...», dice Solange, «o almeno così pave a me...»

 «Ecco, brava: così pare a te perchè il verme mi ha tradito, e, se permetti, è un affronto che devo fargli scontare!»

 «Beh...non mi sembvi nella condizione di scagliave la pvima pietva», insinua Solange.

Berenice accende una sigaretta, aspira una boccata di fumo, poi scrolla la cenere che ancora non si è formata, e aggiunge: «Inutile menar il can per l’aaia: gli ho detto, senti, col tempo il cambiamento è inevitabile. Nel corso degli anni, bisogni e interessi si modificano naturalmente. Allora quale modo migliore di affrontare il problema che vivendo ciascuno la propria vita? Senza drammatizzare, senza tirare in ballo divisioni, separazioni e via dicendo...non ti pare, Solange?»

 «No, non sono d’accovdo con questo tuo modo di vedere le cose: d’altva pavte lo dimostva il fatto che ho pvefevito la sepavazione da mio mavito. E’ tvoppo tviste e avvilente viveve ognuno una vita pvopvia, indipendente e viveve insieme, dovmive sotto lo stesso tetto...cvedo che mai viuscivei a tollevave una simile situazione. Ti divò, Bevenice cava, che la tvovo piuttosto avvilente...», Solange esita un attimo, poi conclude dicendo: «E anche squallida...»

Alisea ascolta, ascolta e tace.

 «Oh!», irrompe Ligeia, «Sentila la santa! Solange carissima, tu parli così perchè il tuo bel marito ti ha lasciato il beneficio di questo po’ po’ di villa e continua a mantenerla. Vorrei vedere se ti saresti davvero separata, in un altra situazione...magari se, rinunciando al caro marito, avessi dovuto rinunciare a tutto il caro resto, e per resto sappiamo bene che intendo, eh?»

Alisea si sente sempre più a disagio.

Ascolta e si guarda intorno. Le piace la tappezzeria fiorita di lillà che veste i muri,  lo stesso motivo floreale  è richiamato dal velluto che riveste i divanetti, e, con una tonalità più scura è disegnato sugli ampi tappeti che ricoprono per intero quasi tutto il pavimento.

Quando la cameriera entra portando il vassoio con il tè e i pasticcini Alisea tira un sospiro di sollievo sperando che le signore, riempendosi la bocca, stiano zitte.

Ma la sua è una vana speranza.

Tra un pasticcino, un sorso di tè ed una confidenza, le quattro amiche tentano di coinvolgere Alisea, ammiccando, supponendo, chiedendo il suo parere tutto con l’evidente intento di conoscere particolari della sua vita privata, possibilmente degli aspetti più intimi e – perchè no – meno confessabili.

Alisea dapprima resta nel vago, esprime opinioni banali, si rifugia nei luoghi comuni (ah!, i mariti!, ti trascurano, pensano più agli amici che a te, a letto...lasciamo perdere...) e poi tace.

– Che dico?– , pensa, – che posso dire per apparire interessante e vissuta?–  Potrei dire che...beh...perchè no? Che ci sarebbe di male se , diciamo inventassi , una storiella che , perchè no , potrebbe perfino essere vera? Potrei raccontare...ecco, potrei raccontare che non ho più una vita serena in famiglia...che i rapporti con mio marito sono di routine, che la differenza di sensibilità ha oramai prodotto una rottura insanabile...potrei dire di un’amicizia, tenera, strenua, coinvolgente anche sul piano fisico che mi lega ad un uomo che sa leggere nei miei pensieri, che comprende le mie aspirazioni...potrei anche aggiungere che mi scuote dall’apatia del tran tran quotidiano...già...– seguita a pensare Alisea, – sono tante le cose che potrei dire. Ad esempio che il mio rapporto di amicizia , ma esiste davvero l’amicizia?, con l’altro non mi fa trascurare i doveri familiari, che è fondato sul reciproco desiderio  di condividere più cose di sè  e della propria anima di quanto non riusciamo a fare con altri. Noi tendiamo, prima di tutto, – potrei aggiungere – a condividere pensieri e sentimenti, speranze, sogni e aspirazioni: siamo più interessati alla vita interiore l’uno dell’altra che non al rapporto sessuale, che ne potrebbe essere la naturale conseguenza...beh...almeno rispetto alle situazioni di queste ‘vacue signore della buona società’, la mia storia sarebbe una storia ‘morale’, nel senso che affonderebbe le radici in un autentico bisogno di rapporto umano, di sviluppo della personalità...oserei anche aggiungere del bisogno naturale di’vivere’...Se confidassi che anch’io potrei avere colori forti sotto l’apparenza del grigiore che appiattisce i giorni e le notti nell’indifferenza e nella sopportazione, non sarebbe soltanto un modo per mostrarmi ‘all’altezza’ di queste signore della buona società, ma anche un’occasione per manifestare qualità e capacità tali da strappare ammirazione e consensi...potrei far impallidire sia loro che le loro storielle da quattro soldi...che faccio?...Parlo?...–

 «Allova Alisea», rompe il silenzio Solange prima di addentare un pasticcino al cioccolato. «Ci pavli un po’ di te? Ovmai sai tutto, o quasi tutto, di noi, e noi vovvemmo sapeve come te la passi tu. Io posso dive che sei gentile poichè al supevmevcato mi hai dato una mano quando la bovsa della spesa si è votta e tutto il contenuto si è spavso sul pavimento, pevò oltve a questa tua pvopensione all’altvuvismo noi quattvo non conosciamo altvo di te...e poichè adesso sei quasi una di noi dovai confessavti, chè siamo cuviose...dai...avanti, avanti...»

Alisea esita. «Beh...veramente...io non ho un granche da dire...», tergiversa per prendere tempo. «Lasciamo perdere...vedete, la mia vita non è...», sta per partire con la sua storia, vera o inventata che sia, quando la cameriera l’avvisa che qualcuno la vuole al telefono.

Alisea ha un moto di sorpre. «E’ sicura che cerchino me?», chiede.

 «Hanno chiesto della signora Alisea Venti...non è lei?»

 «Sì sì, ha ragione. Mi scusi», dice imbarazzata.

Soltanto suo figlio sapeva esattamente dove trovarla. Erano d’accordo che sarebbe passato a prenderla, in motorino (l’automobile di famiglia serve al marito per recarsi al lavoro), ma ad una certa ora ed in un certo posto: lei si sarebbe fatta trovare lontano da villa Pironti De Santis, all’imbocco del viale, affinchè Solange e le sue amiche non vedessero il motorino. Ma non era ancora giunta l’ora stabilita.

Al telefono il figlio le dice di essere in anticipo e la sollecita ad uscire ugualmente.

La voce del figlio riporta Alisea alla sua dignità di donna «vera», alla consapevolezza dei suoi valori autentici, alla consistenza dei suoi affetti:  lei non ha nulla a che vedere con quelle donne senza personalità, vuote di sentimenti autentici, tutte apparenza e scarsa moralità.

Con un moto di orgoglio dice al figlio di arrivare al cancello della villa. Dopo di che, accompagnata dalla cameriera, rientra nel salottino che le appare non solo scuro, ma anche tetro: la carta da parati non è più lilla ma viola, buia, opprimente come tutto il resto dentro quei salottini di firma.

Alisea d’improvviso ha la sgradevole sensazione di soffocare, le manca l’aria, e quella stanza la chiude adesso come una tomba: senza luce, senza vita e col muschio che ricopre le pareti umide, che trasudano desolazione.

Solange la invita a riaccomodarsi: «Vieni qui Alisea...è ancova pvesto pev scappave a casa, no?»

 «Mi dispiace ma devo andare...», dice trattenendo a stento un sorriso che però le germoglia dentro l’anima. «Sapete...mio figlio sarà qui a momenti...»

«Ma così presto?», esclama Ligeia assumendo un’espressione contrariata.

  «E già Alisea, lo ripeto anch’io: così presto?», segue a rota Morella mentre tira fuori una Marlboro da una scatola d’argento e l’accende con un accendino che, Alisea potrebbe giurarci, è d’oro massiccio.

 «In effetti...sei qui da poco più di mezz’ova...», replica Solange. «E queste mie amiche le ho invitate pev te, pev favti stave in piacevole compagnia. Vevsta ancova con noi, potvei accompagnavti a casa io più tavdi.»

 «Mi rincresce ma credo che mio figlio sia già al cancello...devo affrettarmi sennò farò tardi con la cena: sapete, mio marito brontolerebbe perchè perderebbe la partita in TV ...e...»

 «Ma a te non pensi?», chiese Solange con un tono sarcastico. «Voglio dive...il mavito che deve cenave, il figlio che deve avvivave: ma tu?»

 «Io? Io che? Quanto a me...con tutto quello che ho da stirare!», dice, e detto questo prende la sua borsa, chiede alla cameriera se l’accompagna alla porta ed esce.

Esce e si tuffa nell’aria aperta , si immerge nel caldo del tardo pomeriggio di metà giugno; attraversa in fretta il giardino accompagnata dallo stormire delle chiome degli alberi e del festoso garrire dei passeri che svolazzano di ramo in ramo e di albero in albero.

 «Sono felici...», considera Alisea osservando i loro voli, «anche gli alberi sono felici, e vibrano al tocco delle ardenti carezze dell’aria...», e quando scorge suo figlio che già la sta aspettando al cancello , quando vede un sorriso sul suo viso mormora tra sè: «Adesso sono felice anch’io...»

 

 

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