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Prefazione a
Tempo barbaro

Franco Lanza

La barbarie a cui allude Duccio Castelli, facendola campeggiare sul frontespizio di questo suo quarto libro di versi, sembra contraddire, se non tutto, gran parte del cammino finora percorso. Contraddice, prima d'ogni altra connotazione psicologica, quella creaturalità provvidenziale che due anni or sono, presentando Credito d'affetto (1995) indicai come centro animatore della sua imago mundi; contraddice il primato dell'intelligenza e della cultura, insidiato da una regressione che sembra riflettersi dall 'uomo sulle cose, sulla montaliana "piccola stortura | d'una leva che arresta | l'ordegno universale"; contraddice soprattutto la solare, convinta asserzione dei valori, ora intaccati e corrosi (se non proprio distrutti) dai disvalori che dilagano sullo scenario della storia e nell'oscillare delle coscienze.

Dunque, un libro apocalittico? Uno schiudersi dei sigilli di Nostradamus e di Fatima? Una vibrazione di rinata inquietudine all'approssimarsi del millennio? Forse è questo il filo d'Arianna che ci può condurre al gorgo segreto da cui è rampollata la nuova poesia eli Castelli, col suo tasso di pessimismo indubbiamente superiore a quello dei libri precedenti. Perché, a leggere tra le righe, non è il senso della fine a legare i testi col suo filo grigio; non vi sono né cosacchi che abbeverano i cavalli alle fontane di Piazza San Pietro, né torve comete che s'infrangono contro la piccola sfera stanca di girare nel cosmo. E' piuttosto il tempo come fatale entropia, ravvitamento, consumazione; è il tempo come realtà nemica, decadimento genetico e personale a mettere in crisi il primato dell'intelligenza e la catena delle certezze già entrate nel sangue e nell'immaginazione del poeta: "...questo pendolo astrale | ci confida | sinistro e surreale | del secondo che scade | dell'istante che vale". A lettere aperte, l'io esistenziale ed heideggeriano si abbarbica allo spazio (dasein) perché non si fida più del tempo. Siamo appunto nell'ambito dell'istante che brucia ogni relazionalità ed ogni storia; dell'attualità che ha smarrito le ambizioni gentiliane di purezza (dunque di assoluto) ed è costretta a fare i conti con una realtà sgradevole su cui grava l'ipoteca mortuaria:

Mi aggrappo a sensi aperti
a questo spazio
nel ritentar se a caso il tempo
sia rimasto, o sia tornato. Ma agro e spietato
va.

Su tale ipoteca Castelli ritesse i profili degli affetti e degli incontri, che ne risultano ovviamente deformati come da uno specchio convesso (attenzione: convesso e non concavo, perché le figure si allungano filiformi, non .s'appiattiscono come nani obesi) e si ripresentano carichi di problematicità o struggenti di elegia.

Questo il contenuto della raccolta: ma Castelli ha troppa (e troppo intensa) vita interiore per cadere nel tranello della letteratura di denuncia, nella poesia come protesta. Il pericolo della barbarie egli la vuole esorcizzare prima di tutto dentro di sé, cancellando quello che Carlo Bo definiva il tempo minore della cronaca, dei sogni, dei risentimenti. Quando è sorpreso in un gesto d'isolamento ("Tessermi attorno stretta | la gabbia della vita") avvertiamo che quella gabbia può, forse implicare solipsismo e magari egoismo, ma certamente comporta una difesa. Bisogna salvare l'io agostiniano e pascaliano che si attestano, contrariamente alle opinioni volgari, su una sponda di certezza e non sono pencolanti sul franoso terreno delle ipotesi:

Se
la prossima volta
io mi fermo sul se
mi riposo e accovaccio
mi rigiro e mi schivo,
mi trattengo o mi scaccio...

e con maggior inquietudine, nel pericolo d'uno sfaldarsi dell'anima e di smarrire così la propria identità, ci soffia il momento più intensamente esistenziale, che non per nulla s'intitola "Sospetto":

Sono circondato da me stesso
con mille orecchie tese nell'ascolto
senza sapere
se sono mie.

Probabilmente di questo libro ricorderemo non il canto della negatività che egli ha in comune con tanti altri poeti, ma i modi quasi sempre originali, per cui la vanitas vanitatum si declina nel suo ripensarla, ora in chiave tragica (come è possibile sorridere quando "ogni istante | gli uccide bambini infiniti"?) ora in chiave grottesca (quando ritornando sullo scandalo delle contaminazioni, avverte la stonatura di "quel salume | che incastonato, assurdo | stava nella poesia") ora in prospettiva surreale (quando dichiara ormai passato il futuro e i successi e le tristi ombre assumono lo stesso colore, "si rialzano a nuovo | come birilli abbattuti "). L'avvento della barbarie, del resto, non esclude un miraggio di rinascita perché, almeno dopo il Leopardi, tutti sappiamo che la disillusione postula l'illusione così come la disperazione postula la speranza: il sogno d'un poeta che è ancora relativamente giovane ma si sente vecchio non allontonerà mai dal prprio orizzonte il mito leggiadro d 'un ritornante stil nuovo, dove l'amicizia e l'amore navigano insieme:

Amico di noi tanti amici
ritornaci un mattino
e risalpaci la barca ballerina
mentre dormiamo fiduciosi
come tuoi bambini,
Capitano.

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