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Viene il momento di dover partire. I sentieri dei padri hanno portato lacrime ai cimiteri militari. I fratelli più grandi sono andati a cercare lontano la fortuna, finché un giorno non sono più tornati. Faremo delle spade i nostri vomeri, e le lance taglienti, come falci saranno usate nei giorni delle messi.
Come scorrevano giorni tutti uguali ed il suo senso la vita nascondeva. Soliti i giochi e solite le sere ad aspettare di nuovo un altro giorno, in quasi tutto come quello prima. E quali sogni incerti sul futuro. Quasi mi sembra di non averne avuti. Così perdevo la vita, pezzo a pezzo, ma qualche cosa sempre rimaneva per aggrapparsi, come in un naufragio, ad un frammento di nave galleggiante.
Nell’atrio dietro a quel portone noi delle prime con le madri accanto, e la cartella robusta di cartone, con i quaderni a scacchi e la matita, e nella scatola, ben allineati, dodici colori che odorano di legno. Rapido scorre l’appello dei maestri e ognuno la sua classe per le scale quindi conduce all’aula di quell’anno. Qualche bambino cede all’emozione, si lascia andare a un pianto sconsolato. Gli altri, con un sorriso intimorito, stanno orgogliosi di non aver ceduto. Ma quante volte, come in quella scuola, s’avverte impercettibile del giorno o di un evento lo svolgersi cruciale. Da quell’istante senti la tua vita che non riesce ad esser come prima.
Un’aula della scuola elementare, dodici banchi in fila allineati, e noi seduti coi grembiuli neri e i fiocchi azzurri sui colletti bianchi. Il maestro di fronte e la lavagna a fianco, contrapposta alle finestre, oltre le quali il sole illuminava il solito filare di cipressi, che s’allungava in cima alla collina. Poi tutt’intorno il verde di quei prati così lontani al mio sguardo infantile. Più in basso l’ordine dei campi coltivati, e sullo sfondo, sotto il cielo azzurro, i boschi di conifere e le querce enormi che crescevano isolate. Ma all’ uscita non l’ho mai ritrovato quel paesaggio dal sole illuminato.
Tornavano a suonare verso sera, con ritmare squillante, le campane dalle chiesette erbose di campagna, ad indicare a noi l’ave Maria, ai pellegrini la meta per la sosta. A quei rintocchi, all’ora del richiamo, tornavano le madri sulle soglie o alle consuete finestre, ad affacciarsi. Prima del buio la casa ci aspettava, e fuori rimaneva un altro mondo, per noi così diverso e sconosciuto.
Ricordo quando il vento si sentiva nei viali in mezzo ai platani ed ai tassi, e sulla strada, verso la pineta, gli abeti s’agitavano e le querce perdevano le foglie ad una ad una. Noi correvamo, le giacche aperte all’aria, per aumentare la forza di quel vento che ci spingeva indietro, fra le case dove s’incuneava anche più forte. In quei momenti la mente si perdeva nel nulla più assoluto, e in mezzo all’aria, come ubriachi, più niente avvertivamo. Solo di sera quando al primo buio a casa tornavamo, si scopriva che quei suoni lontani e un po’ confusi, che il sibilo del vento tramutava in rumori irreali e misteriosi, dei nostri cari erano i richiami… e a volte ancora si sentono lontani. Nemmeno il vento ormai li copre più.
Asfodeli bianchi in mezzo al verde sui pascoli pietrosi stanno in file sbilenche e diseguali a non finire. Fioriscono a fine primavera, s’innalzano sui ciuffi delle foglie tanto che li distingui da lontano. Lieve stamane l’aria li accarezza e gira attorno ai grappoli di fiori.
Ciclamini sbiaditi fra i carpini nel bosco tra i rovi son fioriti. Gli arbusti fitti trattengono la pioggia, che a stento giunge a intridere la terra, e la macchia spinosa fa trapelare appena il colore violaceo. Di sera alla veglia, le vecchie predicevano che il fior dell’amuleto, disgrazie avrebbe dato alla gravida incauta, che le radici ne avesse calpestato.
Ginestre al sole cocente, dorate brillavano intorno, e gialla la resina l’oro splendente dei fiori specchiava sui tronchi dei pini odorosi. Così nella notte le lucciole, con l’intermittente richiamo, sembravano fiori gioiosi. Quell’anno le nere cicale noiose, sembravano pazze, col loro frinire ossessivo, dai rami contorti e rugosi. L’estate bruciava i falaschi. Solo la pianta dei carbonai striava di verde i calanchi.
La festa del patrono Il primo giugno santo Crescentino, grande la festa per le vie d’Urbino. I palloncini venduti nella piazza, legati tutti insieme ad una pietra, e li agitava appena verso il cielo l’aria che da Lavagine saliva. La bancarelle coi variopinti giochi, e si sentiva l’odore di croccante. Per tradizione quasi si sapeva che la giornata, appena un po’ piovosa, di colpo si sarebbe rischiarata nel pomeriggio quando all’insistente rintocco ripetuto di campana, il santo all’improvviso s’affacciava, fuori dal duomo a spalla trasportato, verso la cima della scalinata. Alle finestre arazzi colorati, e dai canestri i petali di rosa lanciati a pioggia sulla processione. Ci si muoveva coi canti e le preghiere, gli stemmi e i preti in fila con la banda, quindi del santo la statua era spostata in alto e in basso ed a sinistra e a destra, come un enorme segno della croce. Ferragosto A ferragosto i fuochi tutt’intorno la notte prima il buio punteggiavano, e là nel prato in fondo alla mia via il nostro ch’era stato preparato con la ricerca di sterpi e legni vecchi. Eran festose e piene d’allegria le strane ombre che a terra si stagliavano d’immaginarie figure di mistero, che ad uno ad uno girando attorno al fuoco proiettavamo con ampi movimenti. Nella memoria le ombre ho conservato, e in quel parcheggio, che occupa del prato lo spazio con l’asfalto levigato, ritorno e osservo, quasi a richiamare, nel mio presente, i giorni d’allegria. Verso la fine la brace rimaneva per arrostire insieme le pannocchie rubate per i campi il pomeriggio. Festa della Madonna di Loreto Ecco che affiora rapido un ricordo come il fuggire lesto del ramarro che scorgi appena sparire nella siepe, e in quell’istante c’è solo la paura per il fruscio veloce del falasco. Dieci dicembre, Madonna di Loreto, un lampioncino di carta col lumino, che si accendeva per la processione fra le navate del duomo, se pioveva. Mia madre sulla panca era al mio fianco, ed intonava i canti della Chiesa.
Ricordo ancora l’anno in cui fiorirono gialli i ranuncoli nel bianco della neve. Sotto la siepe stava il pettirosso e saltellava a fianco della strada, come per indicare a noi la via, ora sull’erba ora sulla terra o sui rami più bassi degli arbusti, rapido andava di niente timoroso. E dell’amore giunsero i segnali come le prime rondini di marzo che appaiono volando sopra i campi, e non sai mai da quando sono lì. Poi venne quel pensiero dominante che sopraggiunse, come all’improvviso, in un crescendo via via sempre più forte, che niente d’altro lascia intorno a sé. Così d’estate gli stridi dei rondoni, con balestrucci e rondini nel cielo non cedono più spazio agli altri voli.
S’ode un canto d’amore laggiù è nelle notti d’estate che si sente lento e noioso il verso dell’assiolo, quando lo sguardo di un altro nei miei occhi a tratti appare e cerca dell’amore il confine lontano e l’ orizzonte tra fitte nebbie pallido e nascosto, come l’approdo che a mala pena appare, ma poi svanisce e non lo trovi più.
E’ il richiamo dell’upupa lesta nella sterrata strada che attraversa con svogliato agitare delle ali, porta un segnale ch’è come di festa, si muove allegra, solleva la sua cresta. Il sole è alto in cima alla collina, nell’afa dell’estate, e non s’arresta il suo richiamo sopra la mia testa. |
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