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Giancarlo Cecchini
 

Note critiche
a Giardino d'inverno

Sulla sua produzione letteraria così ha scritto Germana Duca Ruggeri nel saggio "Sul cammino di Giancarlo Cecchini", pubblicato sul nr. 21 della rivista di poesia e arte "Hortus", primo semestre 1998: «Non poteva esserci stagione più adatta dell’inverno e ora più azzeccata di quella mattutina per leggere, come si è fatto, le carte di Giancarlo Cecchini, perché proprio sulla magia di questi mesi e di quest’ora vaga, quando si resta “a ricercare/ del giorno che s’affaccia / l’aspetto depurato”, si fonda parte del contesto tematico della sua prima raccolta poetica. Essa, fin dal titolo, Giardino d’inverno promette nevi e nebbie, brine e geli, sterpi sparsi, sfasciumi e muschi, alberi scossi e vento forte; ma in queste pagine c’è anche il caldo della brace; e si vedono le mosse eterne accanto al focolare, mentre s’accende e cresce la fiamma del ricorso, alimentata da un pensiero indocile, eppure capace d’intrecciare il presente con il passato, le stagioni dell’io con quelle della natura. E non solo: perché qui l’avvertimento del tempo naturale e personale s’incontra con il dipanarsi della storia generale: ora intesa come scoperta stupita di eventi e rivolgimenti epocali, dai quali l’autore è rimasto escluso; ora come necessità, per chi è nato nel dopoguerra, di recuperare e leggere i segni lasciati impressi dal passaggio del fronte nella propria città e nella memoria locale (si vedano Estate del 1944 ad Urbino e 14 luglio 1944 Fucilazione nel colle delle Vigne in Urbino, con note in calce); ora come dolorosa constatazione, attraverso le immagini di guerra ricorrente, della durevole dissennatezza umana (Sarajevo; Lacrime spente – Esodo da Vukovar). L’impegno cognitivo di Giancarlo Cecchini sul tempo e sul suo svolgersi è altresì rintracciabile in molteplici sparsi indizi, che possono talora approdare ad esplicite attestazioni, rivelatrici delle sue interiori dissonanze: “…quest’anima è divisa / fra l’oggi e ieri e il dubbio non risolse”. (...) Giardino d’Inverno, di fatto, si articola in due parti (Stagioni, I boschi sacri), ma sono tre i movimenti a cui dà origine: il primo è il fuoco dell’infanzia e dell’adolescenza, che illumina la scoperta dei fondamenti del mondo, le prime forti impressioni, i conflitti, le grandi emozioni: il secondo si avvita intorno al contatto con la quotidianità, comprese “le amare incombenze del ruolo sociale”, e tutto ciò che segna l’età adulta. Ecco, infine, con la (ri)scoperta della natura, mitica e mistica al tempo stesso, l’approdo a una nuova dimensione della vita: “Mi sento parte di un mondo sempre uguale. / Son nell’eterno, nel suo lento cambiare / che non s’avverte se non dopo che è stato”.

Nella presentazione alla raccolta di poesie Gualtiero De Santi ha scritto «La prima raccolta di Giancarlo Cecchini si involge nelle suggestioni e nei ricordi di scuola, riflettendo e assimilando nella scrittura un rimuginio di parole e figure lasciate crescere e screziare sopra un gusto protonovecentesco – una sorta di impressionismo raccontante e sonoro, introspettivo e pur anche minuzioso nei riferimenti alle circostanze ed ai luoghi, che fa tesoro della tradizione a cavaliere tra Otto e Novecento per spingersi alla volta della disposizione immaginale che gli è tipica. Il ricordo è il punto decisivo delle poesia di Giancarlo Cecchini: l’attimo di sospensione dall’esperienza circostante e da ogni contingenza, specie esistenziale, in cui possa avvertirsi lo “svolgere del tempo”, con i suoi sensi eterni ma anche con le evoluzioni e le revulsioni della storia.».

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