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Recensione a
In attesa del re
Ennio Rossignoli
in: Scrittori a Cortina
Centro Internazionale della Grafica, Venezia 1994.
Un libro piccolo nelle
dimensioni,
ma carico di sensi larghi e dolorosi:
storie di follia, venticinque cartelle
cliniche che la curiosità e la commo
zione del ricercatore hanno trasformato in episodi di semplice e umana
sofferenza. Chiades lo dice subito:
raccontare una storia è cercare la
verità. Dei fatti ma anche delle emozioni, delle tirannie, delle memorie.
Un compito arduo: ricostruire frammenti di vita, che riflettano (come
frammenti di specchio) tutta la vita; cercare la verità e la verità
esige una dimostrazione costante ed è tanto piú difficile da
ascoltare quanto piú a lungo si è taciuta. E poi la verità ha molte
facce, non tutte e non sempre scoperte. Chiades l'ha cercata in
uno dei ripostigli della memoria storica; ha frugato negli archivi
di un ospedale psichiatrico di prima linea, allora, e ha scoperto
"una" di quelle facce, un'altra verità, anzi una verità "altra", cioè
prima inconfessata. La mostruosa pazzia di una guerra, la Grande Guerra, si è cosí materializzata, come incarnata in
storie in cui la follia sembra piuttosto una risposta di saggezza, un rifiuto
della coscienza di fronte alla violenza universale. Un approccio insolito,
dunque: non il frastuono delle battaglie, o l'orrore della morte di massa, ma la
piú sommessa, reticente malinconia di una tragedia dell'anima, dilatata fino ai
margini della vita di prima, di sempre. "In attesa del Re" è rimasto Diego,
piccolo marinaio napoletano, che non lo ha piú incontrato dopo quella prima
volta sul mare del suo golfo, sui monti della sua sofferenza, nella Carnia cosí
lontana dai suoi vicoli rumorosi e allegri, cosí distante dalla sua Maddalena.
Il titolo della prima storia diviene in tal modo emblematico di una condizione,
un motto dell'uomo e delle sue povere e inutili speranze. «Non di cure aveva
bisogno, ma di perdono»: Francesco, Carlo, Basilio, Clemente, Ireneo, tanti
ragazzi scaraventati nell'apocalisse, cosí vulnerabili, straziati dentro: e
imperdonabili, perché portatori viventi di un'accusa senza attenuanti.
«Splendida la vita a vent'anni e brutta soltanto la guerra», e forte voglia di
far posto agli eroi; loro sí possono luccicare, per i deboli è inevitabile il
momento della resa e arrendersi significa scavarsi una buca, una trincea, non
piú sulle montagne dove combattono gli Alpini, ma dentro di sé; trincea che
nessun nemico potrà violare. Un racconto sui vinti, scritto con la penna con cui
si assiste alla sconfitta dell'uomo, e nel quale i tratti duri dell'indagine
scientifica si stemperano nel fondamentale tono di una emozionata
pietà e altresí nella concentrazione lirica di una scrittura scandita,
frantumata, quasi a corrispondere alla frantumazione della coscienza. In
definitiva un documento di forte attualità per l'energica denuncia e l'invito a
riflettere sulla pace; l'invito delle voci che incalzano Giovanni, profeta delle
montagne, piccolo uomo chiamato a cospargere le strade di verità, a portare la
pace e il silenzio che gli uomini attendono. E' l'ultima storia, forse una breve
storia di speranza.
1992
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autore |
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