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Carmelo Ciccia

Dati sull’attività letteraria dell'autore

1. Nota biografica

Carmelo Ciccia è nato a Paternò (Catania): in parrocchia, nato l’1.I.1934 e battezzato lo stesso giorno (perché in pericolo di vita); in municipio, nato il 5.I.1934. Sopravvissuto con tutta la famiglia (due genitori contadini, Saverio Ciccia e Agatina Tomasello, e cinque figli) ai furiosi bombardamenti anglo-americani che nel 1943 provocarono a Paternò circa 5.000 morti, a stento si è laureato in lettere all’università di Catania nel 1957. Quindi è stato assistente universitario di lingua e letteratura italiana, docente e preside nelle scuole secondarie.

Si è trasferito nel Veneto nel 1959, in Sicilia nel 1968 e ancora nel Veneto nel 1969. Si è sposato a Vittorio Veneto con Ida Gava, avendone tre figli.

È scrittore, saggista, critico letterario, italianista e latinista.

Della sua difficile infanzia e giovinezza egli stesso così ha riferito in un suo racconto-testimonianza:

«Mi trovai a trascorrere l’infanzia e la giovinezza nell’estrema miseria della guerra e del dopoguerra. Durante i bombardamenti (nel primo dei quali crollò parte del tetto della modestissima casa in affitto e fu leggermente ferita una sorella) e durante l’occupazione degli alleati vissi per tre mesi, coi congiunti, in una grotta alle falde dell’Etna o da parenti o in casolari della Piana di Catania.

Ebbi poi altre angustie: la mancanza di luce elettrica e d’acqua corrente in casa e fuori, il razionamento dei viveri, gravi malattie, lo sfratto e la carenza di vestiari, di giocattoli e di divertimenti. Quand’ero alla scuola media, frequentata solo per insistenza del mio maestro elementare, il mio abbigliamento consisteva abitualmente in una blusa o un maglione di lana ruvida lavorata a mano, tinto di marrone con brodo di noci bollite e tutto pieno di nodi all’interno, indossato direttamente sulla nuda pelle, perché non c’era una maglietta intima protettiva (e ogni volta che lo indossavo ci voleva un atto di coraggio), e in calzoncini, calze e scarpine di gomma o zoccoli di legno costruiti dal calzolaio con due tavolette modellate e delle strisce di cuoio ricavate da borse di donne. Al riguardo è da notare che a quei tempi scarpe e zoccoli recavano su tacchi e punte le cosiddette “lunette” di lamiera per limitarne il consumo, anche se nel camminare producevano un rumore quasi da ferri di cavallo. A volte indossavo una vecchia giacca del fratello maggiore, rappezzata con una trentina di toppe. Quando ebbi una giacca mia per la domenica, però, non potei avere la camicia; e la mamma mi comprò un solino che, abilmente agganciato alla parte anteriore della giacca, dava l’idea della camicia. Potei avere un vestito completo in 4^ ginnasiale. Non ebbi mai impermeabile; un guanto trovato per strada quand’ero al liceo mi servì a proteggere dal freddo la mano con cui portavo la cartella; e un cappotto (usato) mi arrivò soltanto verso la laurea.

Si viveva insieme uomini e bestie: non soltanto pernottavano in cucina polli e conigli, che venivano allevati per essere venduti al mercato, ma imperversavano in casa insetti vari (mosche, cimici, ragni, blatte, scorpioni, ecc.) e altri animali (topi, lucertole, gechi, limacce, centopiedi, ecc.), mentre pulci e pidocchi alloggiavano direttamente sul nostro corpo.

In casa mia non c’erano orologi funzionanti: i due da taschino del papà erano sempre guasti e non si potevano riparare. Il modesto orologio della cresima mi durò pochissimo tempo, e soltanto da laureando potei avere un orologio valido. Nemmeno i vicini di casa avevano orologi. Il papà si regolava con le stelle per andare a lavorare in campagna e la mamma col sole per le faccende domestiche oppure col suono delle campane della chiesa del quartiere e con quello di lontani orologi pubblici (quando si potevano percepire) per mandare i figli a scuola; cosicché io andavo a scuola sempre con l’incubo d’arrivare in ritardo: cosa che effettivamente successe due o tre volte.

Per guadagnare qualche soldo necessario, al mercato vendevamo anche uova e a volte del pane fatto in casa nostra. La mamma, quando distribuiva il pane a tavola, ne dava un’unica fetta a ciascuno (talora accompagnata da un pezzettino di formaggio dalle dimensioni d’un’unghia), mentre per sé riservava la fetta più piccola; e ci aveva insegnato che, se per caso un tozzo cadeva a terra, bisognava raccoglierlo, spolverarlo con un soffio, baciarlo e mangiarlo: una cosa che tutti facevamo sempre, piccoli e grandi, come un rito.

Grandi difficoltà ebbi ad essere fornito, oltre che di sufficiente cibo e vestiario, anche dei testi scolastici: spesso i libri mi venivano prestati da un cugino maggiore o donati (con notevole ritardo) dalla Cassa Scolastica; e li utilizzavo ugualmente anche se non erano proprio quelli adottati, se non c’era perfetta corrispondenza dei contenuti e se mancavano gli esercizi assegnati.

All’università, dopo il primo anno di frequenza e d’esami, a causa di lunga malattia e di difficoltà economiche, per un anno non m’iscrissi, né frequentai né sostenni esami, cercando invano di trovare un lavoro remunerativo e annullando così l’anticipo d’età ottenuto col salto dell’ultima classe liceale. Nei quattro anni di corso, pur ottenendo i buoni-mensa degli esami e borse di studio e sussidi per merito e povertà (all’ultimo anno anche l’esonero dalle tasse d’iscrizione, di laurea e di diploma), potei acquistare un solo libro: tutti gli altri, quando non li trovavo nelle biblioteche, me li facevo prestare dai gentili colleghi, programmando di volta in volta gli studi e i vari esami per dopo che avessero finito i colleghi stessi. Qualcuno mi prestava anche la borsa in cui mettere i libri da portare agli esami; e spesso, quando non trovavo una bicicletta in prestito con cui percorrere i 18+18 km, dovetti perdere delle lezioni se non c’erano i soldi per il biglietto di viaggio. E la macchina da scrivere per battere la tesi di laurea mi fu prestata dal medico di famiglia.

In queste condizioni riuscii ad ottenere 10/10 o “lodevole” quasi sempre nelle classi elementari (che per i meno abbienti comportò per qualche anno il pasto gratuito alla mensa scolastica), l’esonero totale dalle tasse scolastiche per merito e povertà (8/10) agli esami d’ammissione alla scuola media e il semiesonero (7/10) negli scrutini finali o d’esami di tutte le classi secondarie, eccetto che in quello della 2^ liceale (voti non inferiori a 8/10 per materia, che mi consentirono di conseguire quello stesso anno la maturità classica, anticipata d’un anno per merito, sia pure a ottobre e con poco più di 6/10); e alla laurea ottenni 100/110.

Per cercare in qualche modo di compensare le spese necessarie al mio mantenimento e così contribuire al bilancio familiare, in 4^ e 5^ elementare feci il sacrista, nelle vacanze estive dei tre anni della scuola media mi occupai come cameriere di bar; successivamente mi offrii come aiutante di segreteria e infine diedi lezioni private. Intanto da solo imparavo l’inglese, in aggiunta al francese scolastico. E, per quanto riguarda i soldi che guadagnavo, finché ero in Sicilia consegnavo tutto il guadagno a mia mamma; quando fui in Veneto e finché celibe, spedivo a lei mensilmente 2/6 dello stipendio, mentre con 3/6 mi pagavo alloggio e vitto e con il restante 1/6 facevo altre spese per me e depositavo una somma simbolica in posta o banca.

Avendo viva passione per la musica e non possedendo i mezzi economici per studiarla regolarmente, a 10 anni imparai i rudimenti d’essa, impartitimi gratuitamente da un novello sacerdote: con essi, con l’insegnamento della materia avuto da un insegnante cieco nella scuola media e con l’esercizio personale composi dei canti liturgici, suonando poi in cerimonie (per lo più a orecchio) harmonium e pianoforte.

La vocazione a scrivere mi venne, si può dire, fin da bambino. Incoraggiato da diversi insegnanti, cominciai a scrivere racconti a 17 anni e pubblicai i primi scritti a 19 anni. E a distanza di tanto tempo sono grato alla memoria dei miei genitori per avermi fatto studiare, aprendomi la mente ai luminosi orizzonti del sapere, della letteratura e dell’arte, nonostante che questo comportasse ulteriori stenti per tutta la famiglia.»

(C. Ciccia, Un’adolescenza segnata dalla miseria, “Le Muse”, Reggio Calabria, apr. 2007)

Tradotto in Francia, Inghilterra, Grecia e Giappone, Carmelo Ciccia ha avuto un suo racconto sceneggiato a Londra e trasmesso dalla terza rete radiofonica della BBC (Passato remoto-Remot Past, trasmesso il 17.X.1975 e replicato l’1.I.1976); e per questo figura nel repertorio degli autori italiani tradotti in inglese Twentieth-century Italian Literature in English translation: An annotated bibliography, 1929-1997 di Robin Healey (University of Toronto Press Incorporated, 1998, pagg. 247 e 521).

Fra le varie antologie italiane in cui è incluso come narratore, si ricordano quelle delle case La Nuova Italia e Giunti-Marzocco di Firenze, La scuola di Brescia, Guerra di Perugia, Palumbo di Palermo, Istituto Geografico De Agostini di Novara, Tringale di Catania e Greco di Catania. Inoltre da Internet s’apprende che il suo racconto “Incartatrici” è stato inserito in un ciclo d’incontri sulla condizione femminile organizzato dalla scuola media “Dusmet” di Nicolosi (CT) e che il suo racconto “Il nuovo barbiere” è stato incluso nei programmi d’insegnamento della Boston University di Padova per l’anno 2001-‘02, in quelli dell’Università di Praga, facoltà di filosofia (Romanistika), e della Escuela Oficial de Hidiomas, Departamento de Italiano, di Huesca (capoluogo dell’Aragona, Spagna) per l’anno 2005-’06, e in quelli del Dipartimento d’italianistica dell’Università di Zara per l’anno 2010-’11. Infine in Spagna la docente di storia antica Ana Vázquez Hoyos dell’UNED (Università Nazionale dell’Educazione a Distanza) di Madrid ha basato su pagine integrali del libro Caronda di C. Ciccia le sue lezioni telematiche su Licurgo e Caronda.

Ha scritto Annalisa Bottacin sulla “Gazzetta di Parma” dell’1.XI.1979: “Si ha la netta impressione che l’esistenza di Carmelo Ciccia sia intimamente legata a un processo scritturale; impossibile concepire in lui una vita senza scrittura”.

Co-fondatore del circolo culturale “Leonardo” di Conegliano e per molti anni suo presidente e direttore letterario, ha organizzato per esso numerosissime conferenze, presentazioni e altre attività culturali, prestandosi spesso egli stesso come conferenziere o presentatore; attività — queste ultime — che ha svolto in numerosi altri circoli, associazioni, scuole, di varie regioni. A Conegliano è stato anche ideatore e curatore del “Maggio dantesco” e degli “Episodi danteschi”, fondatore e coordinatore del Gruppo “Amici di Dante”, rifondatore e presidente della Società Dante Alighieri – Comitato di Conegliano, direttore di una collana di pubblicazioni. Negli anni ’80 è stato anche membro della commissione consiliare “Cultura” del comune di Conegliano.

Numerosi sono i critici che si sono occupati di Carmelo Ciccia in Italia e all’estero; più volte se n’è occupata la stampa dell’università dell’Oklahoma (U.S.A.). Se ne sono occupati dizionari, enciclopedie e manuali bibliografici, fra cui la poderosa Bibliografia verghiana di Gino Raya (dove se ne parla in diverse pagine) e il III volume - Il Novecento - dell’opera La critica letteraria di Francesco Foti.

Il quotidiano “La Sicilia” di Catania in occasione del venticinquennale della Regione Siciliana ha citato Carmelo Ciccia nel suo supplemento speciale (1970) fra i critici siciliani “in servizio”, unitamente a Salvatore Battaglia, Carmelo Musumarra, Antonino Pagliaro,Gino Raya, Ermanno Scuderi, Francesco Branciforti, Aurelio Navarria, Bruno Panvini, Giorgio Piccitto, Gaetano Ragonese, Giorgio Santangelo, Mario Sipala.

I frequenti interventi di Carmelo Ciccia sulla stampa riguardano il miglior funzionamento della scuola, la lingua, la letteratura, l’arte, le tradizioni popolari, problemi morali e sociali. A volte sono usciti anche suoi racconti e poesie.

In occasione della presentazione a Parigi della traduzione in francese delle Storie Paesane (Petites histoires siciliennes) è stato ospite d’onore dell’Ambasciata italiana di quella città.

Come italianista, il 3.XI.1992 Carmelo Ciccia è stato ospite invitato della trasmissione radiofonica “Alla ricerca dell’italiano perduto” in diretta su Radiouno da Roma, discutendo su vari problemi di lingua italiana, stimolato dal conduttore Giuseppe Aldo Rossi. Il Televideo-RAI gli ha dedicato un’intera pagina in onda per una settimana nel 1992 e delle note sempre in onda per una settimana nel 1997 e in anni successivi; inoltre ha dato notizia di altre sue attività. Varie altre radio e televisioni si sono occupate di lui, fra cui nel 1997 Telechiara (emittente delle diocesi del Triveneto), che gli ha dedicato un ampio servizio.

Come latinista egli è stato collaboratore della rivista vaticana “Latinitas” (interamente in lingua latina), in cui ha pubblicato recensioni, articoli e saggi da lui scritti in latino, poi realizzati anche in opuscoli-estratti, partecipando inoltre quale relatore a convegni europei in difesa del latino e della cultura classica. In questa veste, il 28.XI.2004 in occasione della Giornata festiva del latino organizzata dalla Fondazione “Latinitas” a Roma ha commemorato in lingua latina il Petrarca nel 7° centenario della nascita.

Nel 2005 è stato invitato al Quirinale dal presidente Ciampi, col quale ha avuto un cordiale incontro.

Infine per l’enciclopedia telematica Santi, beati e testimoni ha curato la voce “Beato Gioacchino da Fiore”.

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