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Carmelo Ciccia

Dati sull’attività letteraria dell'autore

Presentazione di
Bruno Rosada
Venezia, settembre 2008*

L'opera di Carmelo Ciccia è veramente imponente e questa è la prima cosa che suscita grande ammirazione soprattutto in chi sa bene quanto costi di tempo e di fatica la ricerca.
La vastità degli interessi, testimoniata dalla quantità delle opere, conferisce a ciascuna delle stesse un aspetto particolare Ma la quantità del lavoro prodotto da Carmelo Ciccia perde di importanza e di significato al confronto con la qualità. Proprio lo studio su Caronda, edito nel 2001, conferma (se ce ne fosse bisogno) il rigore metodologico di Carmelo Ciccia che – come scrisse il Gazzettino quando uscì il libro – lo porta alla “scoperta di un autore di leggi che sono ancora validissime (e all'epoca tutte d'avanguardia) e di un "filosofo" i cui ragionamenti godono di una indubbia razionalità”.

E per sentieri nuovi poco battuti si è sempre mosso Carmelo Ciccia e talvolta ha accettato una sorta di sfida: proprio su terreni che sembravano dissodati egli si è mosso cercando l'inesplorato, il non-ancora-conosciuto. Questo è un comportamento che si rivela fin da una delle sue prime opere, Il mondo popolare di Giovanni Verga del 1967. Sembrava che su Verga non ci fosse ormai più nulla da dire. E invece – come rilevò la maggior parte dei critici – l'opera si segnalava per il carattere assolutamente nuovo della ricerca, che affrontava "un aspetto quasi del tutto trascurato", e portava un contributo originale riguardo alle tradizioni popolari. Però non era solo un problema di contenuti: i lettori più avveduti apprezzarono il fatto che quest'opera ponesse "un freno alla critica esclusivamente estetica": quarant'anni fa la critica "esclusivamente estetica" imperversava alimentandosi, oltre che ad un certo malinteso crocianesimo, al culto del "significante" della critica d'Oltralpe, e il saggio di Carmelo Ciccia si rivelava decisamente innovativo anche nella metodologia.

Ma alla base di tutto questo più che una volontà innovativa c'è una profonda onestà intellettuale, che a proposito di un altro libro di Carmelo Ciccia, Impressioni e commenti del 1974 fece scrivere ad un lettore della statura di Carmelo Musumarra: "Apprezzo soprattutto nei suoi scritti la chiarezza, l'onestà e l'indipendenza di giudizio, che sono qualità, oggi, assai rare”. In verità questo aureo libretto, che meritò la Medaglia d'oro dell'Académie Internationale de Lutèce - Paris - 1975, alterna saggi su autori di rilievo come Dante, Boccaccio, Leopardi, Verga, Pavese, redatti in uno stile gradevole, ed evidentemente destinati agli studenti e al grande pubblico (e questo è un dato innovativo non privo di coraggio in una realtà culturale come la nostra, sempre restia a considerare positivamente ogni forma di divulgazione) a studi di carattere estremamente erudito, in particolare il saggio su Alessandro Citolini, autore di quella sorprendente opera enciclopedica che è la Tipocosmia, una figura estremamente interessante del nostro Cinquecento, però abbastanza dimenticata. O meglio: c'è una recente ripresa degli studi su Citolini, ma uno dei primi a riaprire quelle pagine fu proprio Carmelo Ciccia.

Un altro saggio che rivela questa straordinaria attenzione per aspetti della cultura apparentemente secondari e colpevolmente ignorati è quello contenuto nel volume Allegorie e simboli nel Purgatorio del 2002 intitolato “La Divina Commedia maccheronica di Nino Martoglio”, che è al tempo stesso una analisi approfondita del rapporto fra il testo dantesco e la versione del Martoglio e una corretta definizione teorica del "maccheronico", nel caso di Martoglio una "intelligente operazione d'intarsio fatta dall'autore".

Non posso poi, come appassionato lettore di letteratura veneziana del Settecento, non ricordare l'interessante parallelismo individuato da Ciccia tra Goldoni e Verga nel saggio pubblicato nel suo ultimo libro, Saggi su Dante e altri scrittori. Anche qui l'attenzione dello storico e critico si manifesta nella capacità di cogliere particolari estremamente significativi e di indicarne la straordinaria pregnanza. Questo libro, accanto a dieci studi su Dante, contiene saggi su Gioacchino da Fiore, Petrarca, Boccaccio, Goldoni, Leopardi, Manzoni, Mazzini, Nievo, Verga, Fogazzaro, Carducci, Pascoli, D’Annunzio e Pavese.

Però è Gioacchino da Fiore l’autore al quale il Ciccia ha dedicato maggiore attenzione e sul quale ha ottenuto risultati di estremo interesse anche in ordine all’esegesi della figura del Veltro dantesco. Infatti chi domina gli interessi di questo studioso è ... anzi sono (Ciccia li ha resi quasi inscindibili) Dante e Gioacchino da Fiore. Già nel suddetto libro Impressioni e commenti del '74, in uno dei tre saggi su Dante, intitolato “Dante e Gioachino da Fiore” e pubblicato quattro anni prima nella rivista "La sonda" di Roma, egli formula l'ipotesi estremamente plausibile che l'immagine del Veltro dantesco derivi dal Liber figurarum di Gioachino o Gioacchino.

Nella sconfinata produzione storico-critica di Carmelo Ciccia l'indagine su Gioacchino da Fiore e sulla sua influenza su Dante si rivela come la spina dorsale, o in ogni modo l'elemento più significativo, soprattutto per la grande importanza delle sue indicazioni su questo argomento. Un notevole risultato si era avuto col saggio “Il Veltro, enigma risolto”, pubblicato nel dottissimo volume Allegorie e simboli nel Purgatorio. La sua ricerca e le sue acute riflessioni culminano col volume Dante e Gioacchino da Fiore del 1997, un'opera di profonda erudizione e di vasta sensibilità culturale, che in qualche misura pone la parola fine ad una serie di grandi enigmi danteschi. Su tale opera è stato scritto autorevolmente che lo studio del Ciccia “è condotto con rigoroso metodo critico e costituisce un notevole, intelligente contributo all’interpretazione dell’influenza delle opere di Gioacchino da Fiore sulla ‘Divina Commedia’.”

Tuttavia ancora nel suo ultimo libro già sopra indicato, Saggi su Dante e altri scrittori, egli dedica a Gioacchino da Fiore il primo dei saggi, “Dal Cane di Gioacchino al Veltro di Dante”, facendo un po' la storia delle diverse interpretazioni del Veltro dantesco e riproponendo la sua sostanziale adesione alla tesi del Tondelli ("prima di quella del Tondelli nessuna si è dimostrata sicuramente valida"), che ha individuato nel canis di Gioacchino da Fiore il riferimento di Dante. E la conclusione è che "il canis di Gioacchino è simbolo del nuovo clero, il quale fa da guida e guardia all'ovis (gregge) che è simbolo del laicato". Sintetizzando così le proprie posizioni espresse negli scritti precedenti.

Naturalmente il culto di Dante da parte di Carmelo Ciccia è un culto avveduto, filtrato attraverso gli studi della dantologia più recente e verificato e confrontato con le presenze degli altri autori a lui cari, primo fra tutti Giacomo Leopardi, ma non sono assenti nella sua attenzione fortemente partecipativa, ma anche selettiva, gli altri autori di cui tratta come s’è visto nel volume Saggi su Dante e altri scrittori.

*Bruno Rosada (Venezia 1936-2011) è stato docente, preside, dottore di ricerca in italianistica e incaricato nell’università di Venezia, consigliere della Biennale di Venezia e membro dell’Ateneo Veneto. Critico letterario e d’arte, conferenziere e collaboratore di giornali e riviste, ha pubblicato vari libri, fra cui: Platonis Cratylus (1969), Rassegna foscoliana (1965-1976) (1976), Per una lettura dell'Ipercalisse foscoliana (1978), Il contingentalismo di Montale (1983), La giovinezza di Niccolò Ugo Foscolo (1992), Venezia prima di Venezia: letteratura e societa dal sec. 1° d. C. al sec. 8° (2004), Donne veneziane, amori e valori: da Caterina Cornaro a Peggy Guggenheim (2005), Foscolo a Venezia negli ultimi anni della Serenissima (2006), Il Settecento Veneziano (2007), Storia della letteratura veneta (2011).

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