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A casa dell'artista
Donato Sartori

Testo di Alessandra Pucci
Foto di Luccia Danesin

Un rettilineo separa quel po’ di verde che resta di questa fertile pianura disseminata di casette tra Padova e Abano, paesaggio un tempo ricco di spazi e scorci incantevoli che ora sono solo un ricordo. Nonostante lo scempio edilizio, pure qua e là occhieggia qualche tratto dell’antica bellezza con casali immersi nel folto di una vegetazione rigogliosa dove lo sguardo si posa speranzoso che tutto ciò possa ancora resistere per rendere la vita migliore, come certo è quella di Donato Sartori e della sua famiglia, che abitano in una casa solida costruita con i criteri della durata, della sobrietà non disgiunta da una sorta di eleganza tipica delle residenze campestri alla base dei colli Euganei.

Tre cani lupo tranquilli, ci accolgono nella corte dove l’incipiente primavera accende di teneri colori i cespugli del prato e i fiori alle finestre. Il Maestro ci riceve con la cordialità che contraddistingue il suo carattere aperto, sempre in contatto con tante persone per il suo incessante progettare e realizzare opere a cui si è dedicato fin da giovanissimo come allievo naturale del grande Amleto Sartori.

Entriamo nello studio al piano terra, un vasto ambiente con le pareti ricoperte di scaffalature-librerie e archivio della documentazione di due generazioni di artisti che da 80 anni hanno condotto una ricerca appassionata intorno al tema della maschera, del teatro e delle tradizioni dimenticate. Donato parla con trasporto dell’esperienza paterna nel laboratorio di scultura dell’Istituto d’Arte Selvatico di Padova, dove Amleto insegnava e dove lui imparava a conoscere e ad amare i materiali con cui poi avrebbe realizzato tante importanti opere.

I passaggi del suo racconto ci immergono in una atmosfera che ricorda quella descritta da G. Di San Lazzaro in “Parigi era viva”, per la varietà delle situazioni e per la qualità degli incontri che hanno determinato scelte coraggiose nella sua carriera di artista.

Jacques Lecoq e Jean-Louis Barrault, a Parigi, sono stati i primi estimatori del lavoro di ricerca dei due Sartori a cui si aggiungono le figure importanti del teatro italiano degli anni ’60-’70: Giorgio Strehler e Eduardo De Filippo e in seguito la collaborazione e l’amicizia di Dario Fò, appassionato studioso della tradizione dei teatri e delle maschere.

E’ nella seconda metà degli anni ’70, che Donato forma il gruppo “Azionecritica” con artisti e intellettuali del mondo artistico veneto e nello stesso periodo conosce e frequenta il critico d’arte Pierre Restany e lo scultore Cesar che influenzerà la sua produzione di quegli anni unitamente al suo vivo interesse per Tinguely e Christo.

Sono anni fecondi per il teatro mondiale e per quello italiano in particolare a cui Sartori dà un suo originale contributo con tournèe in tutto il territorio nazionale e in moltissimi Paesi europei e americani. E’ molto importante la rete di contatti che gli consente di propagare performance e spettacoli e maschere con seminari, letture e lezioni presso le più accreditate università americane. Collabora con il Linving Theater, il Bread and Puppet americano, Kantor, Peter Brook, la Mama di New York. Incontra e collabora con gli attori del teatro del No giapponese e con importanti compagnie del teatro dell’Opera di Pechino.

Con voce velata da una vaga nostalgia, accenna alla sua scoperta di altre culture e tradizioni durante i prolungati soggiorni in Africa, Cina, Giappone o nei Paesi Scandinavi da cui è tornato carico di nuovi stimoli per avanzare nella ricerca sulla maschera e sui mascheramenti oltre all’approccio con nuovi materali e nuove tecniche. Alla conversazione partecipa Paola Piizzi sua compagna di vita e grande sostenitrice di ogni suo progetto di cui cura la realizzazione con la competenza che la sua professione di architetto le consente.

Paola e Donato sono legati oltre che da tanta storia e interessi comuni, soprattutto dalla figlia Sarah, che nel tempo libero dagli impegni universitari, collabora alla realizzazione di opere nel laboratorio paterno: munita di mascherina per non sentire l’odore della vernice del cuoio, l’abbiamo vista all’opera con pazienza martellare l’interno di un busto sotto lo sguardo attento dello scenografo Paolo Trombetta, da sempre insieme a Donato e Paola, compagno di innumerevoli vicende negli allestimenti di installazioni e mascheramenti.

Alla volontà di questo formidabile gruppo familiare, è legato il successo nell’organizzare incontri e laboratori teatrali di grande risonanza a livello internazionale: Donato ci accompagna in un vasto ambiente adiacente alla casa, attrezzato come un’antica officina, illuminato da finestroni, con pareti rivestite di pannelli con tutta l’attrezzatura per eseguire sculture in creta, gesso e cuoio oltre a quelle in legno. Sulle mensole , i modelli in gesso di ritratti eseguiti da Amleto Sartori, danno un tono severo a questo luogo di lavoro dove la tradizione del passato coesiste e si fonde con il fare contemporaneo.

Strutture in ferro sostengono grandi torsi in cuoio lacerati e ricuciti opere a cui da tempo si dedica Donato, mai stanco di avanzare in questa area di ricerca espressiva, cui il materiale trattato con antica perizia dà sempre nuovi elementi di studio per altre soluzioni. C’è un senso drammatico in queste “corazze” brune che sembrano riesumate da un cataclisma e riproposte per una nuova archeologia. Luccia fotografa il busto donatelliano di una bambina nel quale riconosce le sembianze di sua figlia che molti anni addietro aveva posato per la realizzazione di questa forma a cui il cuoio dà un tono di reperto classico. Più in là c’è il calco in cuoio di una donna incinta: Donato ne accarezza la forma dicendo”..qui c’è la leggera sporgenza della testina di nostra figlia..”

Nell’altra ala della casa, in una sorta di barchessa, sono accatastati i materiali che durante l’estate serviranno per i seminari e i laboratori che il Centro Maschere Sartori promuove ogni anno per tutti coloro che sono interessati a queste esperimentazioni.

Dalle maschere funebri a quelle del teatro giapponese,oppure a quelle lignee africane o alle coloratissime cinesi, si è avvolti nell’atmosfera misteriosa che questi preziosi manufatti comunicano come simbolo “vita-morte” presente in ogni civiltà e in ogni epoca. Gli Arlecchini di Amleto hanno una comune origine con gli Hellequin, Herlaking, Alichino, figure arcaiche della tradizione popolare nordica, simbolo di morte e rinascita di riti agrari e dei carnevali del medio evo.

Al piano superiore sono esposte oltre alle maschere, le immagini fotografiche dei “Mascheramenti Urbani” commistione tra l’effimero della festa, la scenografia e lo spettacolo “en plain air” con attori, performer e artisti visuali di tutto il mondo. Venezia, Genova, Trieste, Milano, Napoli e altre città italiane e straniere, fino al festival mondiale di Nancy, dove il seminario laboratorio culmina in un evento di grandissimo impatto con il coinvolgimento di oltre trentamila persone.

La parola di Donato rende quasi tangibile la spettacolarità di questi interventi in luoghi con forte connotazione storico-urbanistica, ed è forse il suo modo peculiare di spingersi oltre la dimensione della scultura, verso lo spazio esterno concepito come vuoto architettonico in cui si sintetizzano colore, forma, movimento, musica in totale simultaneità: la fotografia e reperti di tessuti compressi in un cubo, sono la testimonianza di queste impalpabili opere d’arte.

Il contrasto con queste immagini è dato da un ambiente dentro cui è ricostruito fedelmente il laboratorio di uno scultore in legno del XVIII sec. con l’arredo originale sistemato come se il tempo si fosse fermato. Paola Piizzi ci racconta dell’altro museo Sartori allestito anni fa in una villa storica di Mestrino che però fu abbandonata a causa di un disastroso incendio.

Il tempo è volato e le cose da dire e da vedere sono ancora moltissime, perciò decidiamo di tornare dopo alcuni giorni per poter visitare il Museo Internazionale della Maschera di Amleto e Donato Sartori. La villa è una costruzione settecentesca appartenuta ai nobili Savioli, ristrutturata di recente dall’amministrazione comunale Aponense, per ospitare questo museo unico nel suo genere. Lo spazio è organizzato in modo razionale epperò suggestivo, per come contenitori, oggetti, luci e spazi sono studiati: tutto un percorso che esalta la collezione delle maschere provenienti dai luoghi più remoti del pianeta, collocate secondo criteri storici ed estetici che ne consentono una piena fruizione.

Questa nuova sede è quanto di meglio il visitatore possa trovare sia per la qualità delle opere che per la loro elegante disposizione: è un luogo incantevole per adulti e giovani, con materiali stimolanti per chi desidera conoscere altri aspetti dell’arte.

All’esterno, una scultura quasi danzante di Amleto, sembra accogliere e salutare in modo gentile i visitatori, ed anche noi, che ci allontaniamo felici per i momenti di magia che il luogo sa regalare.

A presto rivederci e auguri perchè questo bene venga mantenuto e magari ampliato con ambienti destinati a conferenze e laboratori, consolidando così una realtà culturale unica nel territorio.

Nota biografica:
Donato Sartori nasce nel’39, frequenta l’atelier del padre e segue il suo percorso di studi artistici con soggiorni in Francia (’68’) dove incontra César all’Ecole de Beaux Arts di Parigi dove J. Lecoq insegna Scuola di Teatro.
Negli anni ’70 inizia una serie di esposizioni con sculture in ferro, acciaio, nuove forme di fusione in bronzo (Traghetto di Venezia, Volsci di Roma, Triade di Torino ecc); partecipa a numerosi concorsi ed esposizioni internazionali ottenendo importanti riconoscimenti.
Nel ’75 forma il gruppo “Azionecritica”; è invitato a importanti manifestazioni di scultura a Parigi, e le sue opere vengono acquisite da Musei d’Arte Moderna di Venezia, Spina, New York, Tokyo e Città del Messico. Collabora con il Teatro di Pontedera e partecipa alle tournèe nell’Europa dell’Est e nell’America latina; successivamente terrà lezioni sul teatro e le maschere in varie università americane ed europee.

Collabora con i più importanti teatri quali: il Linving di New York, il Bread and Puppet, Kantor, Peter Brook, il teatro del No in Giappone e altri.

Nel ‘79 fonda il Centro Maschere e Strutture Gestuali assieme all’architetto Paola Piizzi e allo scenografo Paolo Trombetta.. Negli anni’80\’90, il Centro inizia una serie di tournèe in Europa con mostre , attività didattiche, spettacoli all’aperto. E’invitato alla Biennale di Venezia da Maurizio Scaparro, per realizzare una installazione in piazza San Marco che poi sarà riproposta in altre città italiane.

Nel 1984 collabora con il Teatro del Sole di Milano e il gruppo multietnico del Koron-Tle di Serena Sartori e Felice Picco titolata “Maschera Gesto Narrazione” con attività svolte nelle scuole e nelle università.

Dal 1996 al 2002 è in Svezia per dirigere un laboratorio sulla maschera teatrale; Peter Oskarson gli permette di approfondire la sua conoscenza sul mondo delle maschere, con viaggi in India, Mozambico, Grecia e magna Grecia. Nel 2007, viene realizzata a Venezia al Museo Correr, una grande mostra titolata “Amleto e Donato Sartori. La Maschera del Teatro” (per i trecento anni della nascita di Goldoni); Ha inoltre partecipato ad un convegno in Giappone sulle “Analogie tra la Commedia dell’Arte e il teatro Kyogen a Tokio”; Nel 2008 è in Colombia con un seminario e una mostra didattica sulle maschere dei Sartori.

Donato Sartori insegna attualmente a Padova al DAMS, Dipatimento Arti, Musica e Spettacolo.

www.sartorimaskmuseum.it - info@sartorimaskmuseum.it

In abcveneto aprile 2008


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