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Ricordo di Dora von Steiger
Berna 1915 - Berna 2008

Testo di Alessandra Pucci
Fotografie di Luccia Danesin

Una foto di Dora, davanti ad una delle sue ultime opere di grandi dimensioni, ne mette in evidenza lo spirito divertente forse per il gesto di brindare alla vita e ai sogni. Un calice sempre a portata di mano per rallegrare e rallegrarsi nei momenti d’incontro, all’insegna di un fatto o una situazione dell’arte e degli artisti.

Dora è morta da qualche anno ma il suo ricordo non si affievolisce con il passare del tempo proprio per quella carica d’idee e per il carattere molto forte che colpiva fin dal primo momento della sua apparizione.

L’incontrai per caso durante una mia mostra al Goethe Institut di Berlino nel ’73, e fui subito colpita dalla forza della sua persona e anche da una eccentricità nel vestire, casual, con abiti maschili e il monocolo che rendeva il suo sguardo indagatore a volte perfino inquietante. Ma ciò era necessario alla sua grande capacità di individuare all’istante il carattere delle persone, soprattutto di quelle che poi sceglieva per una stabile amicizia. Non era di gusti facili Dora, e, per me e per gli amici che la frequentavano, era sentirci come una piccola comunità di prescelti.

Del resto lei stessa era stata “scelta“ dal Veneto al punto da risiedere stabilmente a Ponterotto, alla periferia di Padova, in una casetta di fianco alla villa Gandini.

In mezzo al verde che lei curava con dedizione, erano ospiti amati i suoi gatti che non lasciava mai anche nei viaggi continui tra la Germania e l’Italia. Il suo furgone verde con le tendine a quadretti bianchi e rossi era riconoscibile anche a grande distanza, era il suo mezzo di trasporto per i quadri, le sculture ma anche era usato come un piccolo camper, perché Dora viaggiava da sola e non aveva paura di niente e di nessuno.

Si fermava dove trovava un bel paesaggio, si accomodava con il seggiolino e si metteva a disegnare o ad acquerellare fogli su fogli, tutto materiale che poi costituiva il suo diario di viaggio.

La Svizzera è stato il suo Paese natale, ma la Francia, e Parigi in particolare il luogo d’elezione per lo sviluppo della sua personalità come pittrice. Gli incontri con gli esponenti della cultura musicale e artistica in generale, contribuirono alla visione poliedrica del mondo, senza limiti di stato sociale, d’età, di razza: tutto un coacervo di possibilità che Dora registrava nella mente e trasformava con le mani.

Le sue mani parlavano: sottili con le unghie dipinte di verde come il suo furgone, il colore di cui in quegli anni amava circondarsi, mani che avevano saputo tracciare segni incisivi e nervosi nei numerosi ritratti fatti ai più celebri direttori d’orchestra della Francia, negli anni ’40. Il ritratto era una sua peculiarità stilistica, profondamente indagatrice della complessità della natura umana: molti personaggi dell’alta borghesia e aristocrazia tedesca e francese, si facevano ritrarre nei luoghi dove si svolgeva la loro vita privata. Dora soggiornava presso queste famiglie nelle loro dimore alla maniera degli artisti di altri tempi, ricevendo non solo compensi in danaro ma anche una solida stima e sostegno, nei momenti di difficoltà.

Era stata sposata in Svizzera con un artista di nobile casato, ma l’unione era durata poco tempo, preferendo la libertà al sicuro porto del matrimonio. Forse la città di Berna così imponente e un po’ cupa l’opprimeva quanto la perdita della sorella gemella il cui ricordo segnava quei luoghi e le persone persone di una malinconia insostenibile.

Da Parigi a Berlino: un salto nel territorio martoriato dalle vicende della seconda guerra mondiale, lì Dora decide di stabilirsi perchè intuisce nella tragedia che s’è appena conclusa, di essere pronta a dare il suo contributo d’artista insieme a tutti coloro che sentono di voler ricostruire un mondo con altri valori.

Berlino è una città speciale perché divisa dal confine tracciato dalle potenze vincitrici, un luogo-isola, dove però si respira un incredibile senso di libertà e di civiltà. Qui la nostra Artista si mantiene facendo tutti i mestieri, e sostiene giovani pittori che cercano di affermarsi nel nuovo mondo. Sa intuire le loro capacità e, di fatto, a distanza di tempo, tutti loro sono diventati esponenti di rilievo dell’arte non solo tedesca.

Queste amicizie sono state qualcosa di più profondo, come una grande famiglia e Dora è stata amata e rispettata da tutti. Anche nell’ultimo soggiorno italiano, le visite degli ”stranieri” a villa Gandini erano continue, sicchè ogni volta che si arrivava a casa di Dora c’era sempre una sorpresa, un musicista, un pittore, uno scrittore tutti legati da quel filo sottile della condivisione dei ricordi di una Europa aperta e còlta.

Dora parlava bene l’italiano con un accento tedesco che non ha mai perso, ma che in fondo le dava un certo fascino quasi simile al suo perfetto francese. Nelle due lingue amava leggere i testi classici, ma anche cantare con voce da contralto i Lieds dei grandi compositori tedeschi: Dora da giovane aveva iniziato la carriera di cantante a cui rinunciò per scegliere la pittura.

Con lei la conversazione era scintillante, proprio per la capacità di cogliere gli aspetti curiosi della vita e di mescolarli con abilità alle vicende del suo passato.

Gli incontri conviviali più appaganti, erano quelli a casa di Maria Baldan, un luogo ideale per il suo spirito e per il piacere della tavola: i racconti indimenticabili delle sue avventure di viaggio o le discussioni animate sulla musica, il teatro, il cinema e ogni aspetto della contemporaneità, la vedevano sempre al centro, in grado di dominare ogni aspetto della conversazione.

Poi c’erano i momenti di pacate conversazioni nella stanza soggiorno della sua casetta, con dell’ottimo tè, unica cosa del mondo femminile che Dora sapeva fare in modo eccellente. D’estate non esitava a fare del suo giardinetto lo spazio dove il sole beneficava i fiori e le sue membra drappeggiate alla meglio con foulard indiani multicolori.

Quei pomeriggi erano dedicati alla visita nello studio al secondo piano, dove c’èra sempre qualche nuova opera appena cominciata o altre già terminate, tele o incisioni o piccole sculture dei suoi ”omicini” che realizzava con materiale speciale (una sorta di fibra di plastica) e che componeva su alti trespoli come tristi esemplari della sofferenza umana. La sua vasta produzione, che è stata oggetto di attenzione e di interesse in Europa, è stata meno sentita in Italia, fatta eccezione per alcuni critici e galleristi che ne hanno registrato il valore e l’intensità: Giorgio Segato, Francesco Venuti, e la galleria “Il Fioretto” di Padova, hanno contribuito a darle visibilità in molte occasioni, ma troppo sporadiche, e anche se il suo lavoro era sostenuto da importanti amici mecenati, non si è verificata quella stabile presenza nel mondo artistico veneto e italiano.

Di simili storie è pieno il mondo dell’arte, e Dora non fa eccezione.

Eppure non sono mancati i momenti di successo, con apparizioni nel programma di Maurizio Costanzo, in occasione della pubblicazione del suo libro ”Incontri disegnati” edito dallo Studio Tesi di Pordenone, oppure il conferimento del premio “Dal Molin” a Piove di Sacco nel ’96 insieme a Maria Baldan e Milena Milani, o le importanti mostre di cui fu protagonista a Berlino nel Maggio ’87, in occasione di festeggiamenti riguardanti la fondazione della città.

Dora era una professionista, vissuta sempre del proprio lavoro d’artista, anche quando la situazione del sistema economico dell’Italia non era più quello degli anni ’70, così vivace e ricco di fermenti innovativi e di occasioni, ma più difficile, con la graduale scomparsa di galleria d’arte che avevano fatto la storia culturale di questa città.

Il sole e il mare Mediterraneo trasformano lentamente le tematiche drammatiche delle sue opere berlinesi e del primo periodo padovano: l’azzurro e il bianco diventano i colori protagonisti delle sue tele, tutte di grande formato, su cui riversa il senso della visione della bellezza e di una sottesa musicalità delle forme.

Forse è il periodo più felice e fecondo, mai indecisa nelle scelte, sempre severa nel giudicare le opere che giungevano a compimento.

Come tutti i nordici amava il sud d’Europa e molto l’Egitto, che visitò più volte con soggiorni lunghi tali da farle avere rapporti con la gente del luogo e anche là produrre acquerelli preziosi capaci di trasmettere tutto il mistero quando navigava sul Nilo, o era ospite di arabi che vivevano nelle case all’interno dei cimiteri, o quando al tramonto, girava con mezzi di fortuna in compagnia dei personaggi da lei amati e ritratti.

Era divertente sentirle raccontare dei suoi ”Musi” ispiratori di paesaggi dove i minareti svettanti erano anche l’aspetto di ciò che Dora chiamava “birichino”...

Negli ultimi anni i viaggi erano solo un ricordo: andavo spesso da lei per condurla ad Abano a fare delle belle nuotate nell’acqua termale: sentiva un nuovo benessere soprattutto d’inverno, quando la sua casetta diventava molto umida. Scriveva spesso agli amici sparsi nel mondo e il contatto epistolare alleviava i momenti di solitudine, così come gli incontri al Bar Margherita in Piazza della Frutta a Padova, dove trascorreva l’intera mattinata in compagnia degli amici a cui dava appuntamento.

Nell’aprire una cartella, ho trovato una serie di monotipi realizzati da Dora negli ultimi anni di attività, sono stampe con figure incise su lastra di zinco ad acquaforte, ritagliate e sistemate nel foglio con posizioni sempre diverse, su fondi dipinti a tempera o con colori acrilici. Sono composizioni che esprimono una felicità del creato e delle creature, così fresche nell’esecuzione come se fossero disegnate di getto. Di questa facilità creativa e di immediatezza soprattutto nella figura umana, Dora era una Maestra.

Per raccontare i tanti episodi che mi legano al suo ricordo dovrei fare un approfondito lavoro di ricerca di lettere, foto, materiali sparsi nelle case di tanti conoscenti e amici, ma voglio sperare che queste righe siano il principio di una rivisitazione di tutto il percorso di Dora von Steiger, che ha voluto lasciare le opere più significative nel nostro Paese, scelto come dimora e come continua fonte d’ispirazione.

Foto © Luccia Danesin


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