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Francesco de Napoli

Addio a Rafael Alberti
"El poeta en la calle"

La recente scomparsa, avvenuta nell’ottobre del 1999, di Rafael Alberti – fra i massimi poeti e drammaturghi del Novecento – figura più che esemplare di intellettuale apertamente e coraggiosamente impegnato a sinistra nel processo di liberazione e di emancipazione del popolo spagnolo, è stata ricordata in tutto il mondo, con commozione e ammirazione, da studiosi d’ogni area e tendenza. E tuttavia, mi sembra che neppure in una siffatta gravosa circostanza la critica sia riuscita a superare, modificare o correggere l’immagine stereotipata, fumosa e falsata, appiccicata addosso a questo Grande Vecchio della letteratura mondiale e per quasi un intero secolo ininterrottamente offerta al pubblico.

Ha scritto, ad esempio, Renato Minore: “Poeta calato nel lutto della storia, toro scuoiato in mezzo alla polvere, nella desolazione dell’arena dopo la fiesta. Un angelo con le ali mozze, con i segni anche vertiginosi della caduta, ma testimone di una indissolubile unità tra vita e poesia. Quella vita ancora guizzante nel sentimento che è di un figlio dell’esodo e del pianto, nei lunghissimi anni dell’esilio, dalla Francia al Messico, all’Argentina, all’Italia. (…) Con i suoi versi e il suo teatro Alberti ne incarna una provvida icona. E talvolta fin troppo comoda, provvidenziale, usurata”.

Il binomio poesia/vita, si sa, ha sempre fatto storcere il naso ad eruditi e salottieri d’ogni colore: passi pure l’esuberanza grintosa e sensuale alla d’Annunzio, mentre imperdonabile rimane la militanza di strada accanto a derelitti ed emarginati, peggio se politicizzati. La nomenclatura degli accademici di sinistra possiede, in effetti, la medesima forma mentis del baronato accademico di centro-destra. Ho sempre sostenuto che le cause della crisi in cui si dibatte da decenni la sinistra europea e mondiale sono da attribuirsi essenzialmente a fattori di tipo culturale. Intellettuali dichiaratamente impegnati – anima e corpo – nel nome della causa comune senza mai nulla chiedere se non comprensione e solidarietà, sono stati “scaricati” (ossia abbandonati a se stessi) perché ritenuti scomodi e imbarazzanti, dalle gerarchie del dogmatismo laico o marxista, il che è lo stesso. Perché qui non si tratta di esaltare o condannare le teorie di Marx: l’autore del Capitale non si stancò mai di ammonire i suoi seguaci a non trasformare le sue idee in una sorta di Vangelo. È accaduto così che luminose figure come J.P. Sartre, P.P. Pasolini, E. Evtushenko, R. Alberti e tantissimi altri non abbiano mai ottenuto la considerazione dovuta nelle sedi opportune, ossia nelle aule universitarie e su validi manuali di storia letteraria, ma solo ambigui contentini da parte di altalenanti settori di partito o dell’opinione pubblica. E sappiamo quanto effimere – anzi, controproducenti – siano le fortune legate alle bizze del machiavellismo politico e quelle derivanti dal mutevole consenso di cartapesta dei mass- media: nulla osta comunque soggetti alle simpatie di teste d’uovo (ovviamente accademiche) di parte. Anche in Italia venne così a crearsi quel circolo vizioso che sarebbe stato possibile ragionevolmente spezzare mettendo a frutto gli insegnamenti, in fatto di cultura, di maestri come Antonio Gramsci, e, prima di lui, di Antonio Labriola. Ma così non è stato.

La stoccatina finale sopra riportata, recante la firma di Renato Minore (evidentemente a lungo meditata, trattandosi d’un coccodrillo preconfezionato) non è che l’ultimo tassello d’una lunga serie di inappellabili verdetti finalizzati a seppellire anzitempo Rafael Alberti, destinato invece a diventare, a dispetto di tutti, un inaffondabile vegliardo testimone vivente di se stesso e di un intero secolo.

Certo, Alberti è stato molto amato, ammirato, lodato, imitato; ma in pari misura divenne bersaglio di censure, appunti, critiche e malignità assai più pungenti e velenose e, sotto molti aspetti, assolutamente ingiustificate.

Vedremo come, a livello di analisi critica, esista la radicata tendenza a riprendere in maniera ripetitiva taluni giudizi ben più approfonditi e particolareggiati espressi in epoche che diremmo remote, e che quindi avrebbero bisogno, se non altro, di opportuni aggiornamenti e arricchimenti esegetici.

La fonte più genuina e autorevole a cui ci riferiamo è dovuta, almeno nel nostro Paese, alla penna di Carlo Bo, il quale in un prezioso e introvabile volumetto, “Carte spagnole”, edito nel 1948 (ma lo scritto che a noi interessa risale addirittura al 1940), s’era occupato de “L’esperienza poetica di Rafael Alberti”. E già il titolo del saggio lascia ben intendere il genere di collocazione empirica assegnato alla poetica dell’autore andaluso:

“In Alberti la memoria sensibile ha facilmente ragione di una parola depositata e lentamente sollecitata da un composto clima lirico. Così nei suoi primi anni il colore, il lampo delle immagini, la violenza dei movimenti – insomma quello che si potrebbe dire la parte favorita di un Garcia Lorca – gli hanno suggerito un modo vicinissimo di poesia, un canto anticipato nei motivi di ripresa, una frequenza esterna di quelle domande che dovevano invece essere sostenute dalla forza di conoscenza della nostalgia. Di fronte a Lorca, Alberti mostrava una maggiore abilità, maggiori numeri di sviluppo, di sfruttamento, anzi in un primo momento si poteva credere che fosse riuscito a individuare con maggiore precisione le vene di una poesia comune mentre in realtà a Lorca rimaneva la forza segreta di questa poesia e a Alberti l’esperienza di una figura interpretata e dunque estenuata”.

In realtà Carlo Bo, al di là del mero e inevitabile confronto con l’impareggiabile e sublime Federico, seppe mantenere un atteggiamento di ossequioso e diligente rispetto nei riguardi di Rafael, al quale riconobbe la capacità di “offrire alla pagina l’apertura d’una memoria anteriore e ben depositata (…), il desiderio di scoperta ritardata, di parola posteriore al movimento che la decide”.

In seguito Oreste Macrì, in un altro memorabile saggio (nel volume: “Poesia spagnola del Novecento”, 1961), si ritenne autorizzato a decretare, sic et simpliciter:

“La musa popolare-erudita di Alberti non supera la grazia di un eletto virtuosismo, ed è pur remota dalla sincera e appassionata emozione di Manuel Machado, che canta con e per il suo popolo andaluso e gitano, nutrendosi di arie bizzarre e aeree. (…) Manuel Machado porta a Lorca, non ad Alberti. (…) In effetti, l’andalusismo resta fisiologico e intellettualistico in Alberti, come in Cernuda e in Altolaguirre, e il folclore è un’occasione per definire il proprio sentimento lirico in forme d’arte di grazia facile e dottamente sofisticata”.

E ancora, in anni recenti Ángel Crespo in un’opera fondamentale (la “Storia della civiltà letteraria spagnola”, 1990) ha affondato a sua volta la lama nella piaga:

“Il punto di partenza di un altro andaluso, Rafael Alberti, è simile a quello di Garcia Lorca, anche se su di lui pesano in maggior misura le forme del canzoniere musicale tradizionale piuttosto che quelle del cante popolare contemporaneo. I suoi due primi libri (Marinero in tierra, 1925; La amante, 1926) mostrano una rielaborazione molto personale dei suoi modelli, che sfocia in un certo manierismo di buona lega, conseguenza naturale dell’attualizzazione di un modello del passato, ma anche caratteristica di quasi tutta l’importante opera di questo fecondo poeta”.

Dunque, a me pare che da questa rapida carrellata di valutazioni critiche – fatta eccezione per quella di Bo, comprensibile perlomeno perché risalente ad anni lontanissimi – emerga una certa approssimazione, priva di approfondimenti dei motivi di fondo della poesia di Alberti.

Ci soccorre, per fortuna, un illuminante studio di Ignazio Delogu (in “Per conoscere Rafael Alberti”, 1977), ove troviamo credibili conferme alle nostre supposizioni e risposte chiare ai nostri quesiti.

Delogu fa notare, innanzitutto, come all’avanguardia poetica spagnola – quella ultraista e creacionista – mancasse “il gesto dissacrante, iconoclasta, al di fuori di un certo verbalismo che mirava a colpire gli epigoni del modernismo sopravvissuti nelle accademie”. Dopo aver accortamente definito una “battaglia di retroguardia” quella ultraista, estranea a quanto di vivo già permeava la poesia spagnola (grazie a personalità come Juan Ramón Jiménez, Antonio Machado e Miguel de Unamuno), l’ottimo saggio di Delogu evidenzia come “in Alberti il segno sotto il quale avviene il mutamento, non è meno letterario e estetico che sociale e politico. La crisi individuale coincide con quella sociale e politica”.

Fra tutti i poeti della generazione del ‘27 – continua Delogu – “Alberti era il più esposto, il meno accomodato e, per questo, il più sensibile agli appelli della strada che in quegli anni, gli ultimi della dittatura del gen. Primo de Rivera, si andavano moltiplicando”.

Alberti cercò con accanimento una mediazione fra tradizione e avanguardia, come pure fra impegno e sentimento. Egli è stato il poeta nel quale tutti quei nodi irrisolti giunsero a maturazione, facendo esplodere in maniera drammatica il conflitto ragione/passionalità. Anche in Lorca si affacciarono in quegli anni tali problematiche, ma in maniera più istintiva e latente, meno provocatoria, diremmo “meno politicizzata”.

Non è affatto vero – prosegue Delogu – che quella sfida tra vecchio e nuovo fosse limitata alle forme poetiche: tutto si svolse toccando la “sostanza corsara dei contenuti”. Per questo, è errato e fuori luogo etichettare come manieristi, dotti o eruditi (come visto sopra) i tentativi poetici di rottura di Alberti:

“Niente di più estraneo a quell’elemento popular o a quell’andalucismo popularista che Alberti non esitava a definire facile, frivolo e persino rozzo“.

Scrisse Salinas de Marichal: “Nessun altro poeta spagnolo rispecchia come Alberti la sua epoca”. Per questo, a mio avviso, lasciando da parte stupide e gratuite graduatorie, la lezione di Rafael Alberti è insostituibile per la conoscenza stessa delle problematiche che egli incarnò con innocenza, grazia, eleganza, ma anche con vigore, violenza, dolore.

Non è possibile comprendere veramente Lorca se prima non si è amato Alberti.

Bibliografia:

  • AA.VV., Poesia spagnola del Novecento, a cura di Oreste Macrì, Guanda, Parma 1961.
  • AA.VV., Storia della civiltà letteraria spagnola, diretta da Franco Meregalli, Utet, Torino1990.
  • Carlo Bo, Carte spagnole, Marzocco, Firenze 1948.
  • Vittorio Bodini, I poeti surrealisti spagnoli. Saggio introduttivo e antologia, Einaudi, Torino 1963.
  • Per conoscere Rafael Alberti, a cura di Ignazio Delogu, Oscar Mondadori, Milano 1977.
  • Renato Minore, Rafael Alberti, poeta della libertà, “Il Messaggero”, Roma, 29 ottobre 1999.

 

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