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Francesco De Napoli

Eugenio Montale

Scrisse Carlo Bo: “Una cosa sembra ormai fuori discussione, quando si parla di poesia del Novecento, e cioè che Montale si identifica perfettamente con l’immagine del poeta del nostro tempo. Altri potranno essere indicati per ragioni più particolari, nessuno come lui sembra sopportare il peso di un valore emblematico, a disposizione di tutti. E non si allude qui tanto alla qualità – altissima – del suo lavoro quanto al fatto di aver rappresentato dal Trenta in poi la coscienza più forte della nostra vita letteraria ed intellettuale”.

Sul piano strettamente poetico, vale la pena riportare un giudizio di Silvio Ramat: “Se guardiamo dove è arrivato Montale, ci accorgiamo di che importanza e difficoltà sia stata la sua conquista di linguaggio e la riconquista (il mantenimento, poi) alla poesia italiana d’una voce pura quanto ininterrotta – quale cessò, forse, di essere quella d’Ungaretti, essenziale nella pars destruens della propria opera e dopo così preoccupata al momento di accingersi a una ricostruzione del proprio uomo di pena. Né Sbarbaro, fattosi quasi muto, né Rebora mantennero le promesse dei loro inizi. A Cardarelli mancò sempre il coraggio di sbagliare, Saba dal canto suo sbagliò troppo, mancando quindi ambedue nel compito di dialettizzare l’errore”. E, più avanti, sempre Ramat notava riguardo a Quasimodo: “Ma anche di quest’ultimo si può ben dire che (forse inconsciamente, per un’aria che si respirava in Italia) ha risentito di Montale, seppure ciò gli sia accaduto in una delle sue stagioni meno risolte”.

Questi rapidi cenni introduttivi penso siano sufficienti per dare un’idea della complessa e fondamentale collocazione del corpus montaliano, al quale c’è chi vorrebbe conferire ad ogni costo i caratteri d’una vicenda continuata, quasi che la poesia, senza i connotati d’un percorso lineare e progressivo, non possa ritenersi del tutto completa e valida. Tentativi del genere arrecano, in verità, il rischio opposto di perdere di vista il significato globale e l’importanza d’un’opera intesa nella sua effettiva portata. Un esempio per tutti: la corrente filosofica dell’esistenzialismo, che tanta rilevanza assunse per circa mezzo secolo del Novecento europeo, nei suoi aspetti letterari viene generalmente ricondotta ai nomi di Camus, Marcel, Sartre, Pavese; si fa riferimento a Dostoevskij e a Kierkegaard per ciò che concerne le origini, ma quasi mai si pensa a Montale. Eppure la celeberrima e davvero significativa espressione “il male di vivere”, divenuta in seguito l’autentico emblema di quel movimento di pensiero assai più delle frasi di Sartre e di Camus, è parte integrante del nucleo centrale degli Ossi di seppia che nacquero, come sottolineò lo stesso Montale, tra il 1921 e il 1925:

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l’incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

La visione umana ed esistenziale del poeta appariva ben radicata e definita – scrisse R. Macchioni Jodi – “già nel lontano 1916 in Meriggiare pallido e assorto, anteriormente quindi all’incontro con Gobetti, risalente al ’25, l’anno stesso in cui gli pubblicò gli Ossi”.

In un illuminante scritto in ricordo di Gobetti, Montale presentò un magistrale ritratto dell’editore torinese, profilo che probabilmente coincideva con la propria concezione dell’uomo:

”Cercava nel poeta l’uomo (…); ma il suo uomo non era l’araba fenice, un’ipotesi, la proiezione nel futuro, o nel passato, di un suo scontento individuale. Era l’uomo d’oggi, il compagno di strada, eguale a noi, migliore di noi, l’uomo che fu cercato invano da una generazione perduta, l’uomo che noi ci ostiniamo ancora a cercare nella parte più profonda di noi stessi” (E. Montale, “Gobetti”, Corriere della Sera, 16 febbraio 1951).

L’ “esistenzialismo” del Nostro, quindi, non sfociò mai nella desolazione e nell’incomunicabilità. Montale restò sempre uno dei più lucidi testimoni del proprio tempo e per questo su di lui non poté mai essere applicata alcuna etichetta riduttiva e parziale. Anche la rigida definizione di poesia ermetica attribuita alla sua prima produzione da parte di studiosi – pure di grande valore – come P. Pancrazi e A. Gargiulo, non risultò particolarmente felice. Bisognerà attendere il contributo di critici della “nuova generazione” come L. Anceschi, C. Bo, W. Binni, V. Branca e G. Contini per intravedere i caratteri realmente innovativi dell’opera di Montale.

L’accostamento cronologico (ah, l’importanza delle date!) con la produzione dell’altro grande maestro degli inizi del secolo, T.S. Eliot – l’unico con cui, è stato scritto, si possa condurre un sensato raffronto – mostra senza ombra di dubbio quanto appena accennato: negli anni in cui nasceva “Meriggiare”, nel giovane Eliot era prevalente un interesse pressoché totale per la poesia stilnovista e provenzale e per Dante, e soltanto nel 1922 sarà data alle stampe “The Waste Land” (La terra desolata).

Montale esercitò un influsso enorme sugli uomini di cultura della sua generazione. Per lunghi decenni, anzi, fu uno del pochi punti di riferimento nel fluttuante mare del conformismo e dell’imperante servilismo al fascismo. La sua lezione umana ed etica fu fondamentale per i poeti della c.d. “linea ligure” (Barile, Grande, Descalzo), ma anche e soprattutto per i poeti che si affermarono subito dopo, a partire dagli anni Trenta a Firenze (particolarmente Luzi, Bigongiari, Betocchi, Parronchi), nell’area “lombarda” (Erba, Risi, Cattafi, Orelli, Sereni) e, in generale, nei confronti dei maggiori autori italiani del Novecento (Sinisgalli, Caproni, Gatto, Quasimodo, Fortini, Saba, De Libero, Giudici, Spaziani), che riconobbero in lui il talento del “genio”. Senza sciocchi fanatismi, Montale sostenne il primato della poesia sulle altre discipline: “I rapporti della poesia, come genere, con le altre arti restano oscuri e controversi, non certo illuminati dal pullulare di estetiche che non si rassegnano alla teoria del linguaggio come espressione. Forse se questi rapporti fossero chiariti la poesia verrebbe a mancare del suo stesso fondo che deve restare inesplicabile, e che è sempre stato considerato matrice e punto di partenza di tutte le arti specifiche” (da “Ritratti e profili di Emilio Cecchi”, Corriere della Sera, 16 luglio 1957). Riguardo poi agli aspetti pratici dell’attività poetica, aggiunse: “La costituzionale inettitudine della poesia a fruttare quattrini ai poeti, significa ch’essa ha una sua particolare dignità alla quale le altre arti non sempre possono aspirare” (da “Il secondo mestiere”, Corriere della Sera, 27 gennaio 1959).

 
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