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Prefazione a
Foemina Tellus

Sandro Montalto

Ogni volta che si leggono versi di Alfredo de Palchi, vecchi e nuovi, si viene presi dal desiderio di accostare ad essi le proprie parole, certo ancillari ma vibranti per simpatia. Questo significa che le parole del poeta suscitano qualcosa di profondo, di nobile, e generano il desiderio di esplicitare l'omaggio ad uno dei maggiori, più importanti e più coinvolgenti poeti del secondo Novecento.

Questa nuova e densa silloge, che cuce diverse sequenze poetiche eppure risponde ad una unica, nitida ed evidentissima ispirazione, ci restituisce nelle sue tre componenti principali (l'opposizione alla piccolezza umana, l'eros e — come continuazione, anzi assolutizzazione dell'eros stesso — l'opposizione alla morte) la voce autentica di de Palchi: un ragazzo in rivolta, sempre nel pieno delle forze e trascinato da una convinzione assoluta seppur mai dogmatica. Un poeta vero, vibrante, che ama la parola e l'uomo. Un poeta che riesce in ogni atto a mediare la sua furia con il tesoro della ricca esperienza di un ottuagenario dalla vita ricca di esperienze vere, dalla quale ha saputo trarre molti insegnamenti depurandoli da ogni scoria di risentimento per i dolori patiti: da quelli per l'abbandono da parte del padre e l'ingiusta condanna al carcere, alle persecuzioni morali e materiali, fino alle meschinità del prossimo e dell'età.

Nessun maledettismo, né nella giovane età né in quella attuale (quanti poeti maledetti da ospizio leggiamo oggi...): piuttosto un allievo di Villon (un cui verso, «Ce monde n'est qu'abusion», è usato da Alfredo altrove come epigrafe) e Rimbaud, ma soprattutto, come sottolineava Roberto Bertoldo, un consanguineo di Celine (anche se non necessariamente un seguace delle sue idee). de Palchi è rimasto «uomo tutto d'un pezzo» (chi lo conosce personalmente sa come questa definizione sia appropriata), capace di urlare «versi che sono un incanto di rabbia e poeticità» [Roberto Bertoldo, Premessa editoriale, in: Alfredo De Palchi, Paradigma. Tutte le poesie 1947-2005, Mimesis­Hebenon, Milano 2006, p. 20.].

Fin da ragazzo, verga in La buia danza di scorpione versi traboccanti non tanto di orgoglio quanto di consapevolezza della propria umanità, teso a fugare l'abbruttimento, l'appiattimento su un'idea manichea e vigliacca di esistenza. De Palchi non ha paura del disprezzo, e dimostra la sua onesta nel dosarlo e analizzarlo, e nel manifestarne la parte viva e costruttiva. C'è sempre nei suoi versi, infatti, un appello a un'idea comunitaria, la quale pure non tradisce una forma dolce di solipsismo, in quanto fa appello non al comune amore ma alla comune disgrazia, nella quale inspiegabile che le vittime aggrediscano altre vittime: «come è possibile / se sulla croce di tutti ulcerate / mi svuoto le gote / se circondato non c'è chi / mi disseti / solo chi impreca». Ancora, vent'anni dopo, in Sessioni con l'analista il poeta collegherà il dispiacere giovanile per la morte di un coniglio avvenuta sulle rive dell'Adige al grido di dolore di migliaia di foche sterminate tra i ghiacci del fiume St. Lawrence, e sentirà in quel grido il proprio.

Ma se è vero che i dolori hanno continuamente cesellato la poesia di questo autore, è altrettanto vero che all'offesa de Palchi ha reagito con la nobiltà, con la purezza della sua poesia e con la generosità verso i sodali. Basterebbe pensare alla sua attività di autentico mecenate: soprattutto alla rivista «Chelsea», da lui edita e diretta a New York per circa mezzo secolo, tramite la quale ha dato voce e spazio autorevole a molti poeti e scrittori di valore.

Poi, certo, data la sua limpidezza, ha tutto il diritto di prendersela con i poeti (e dunque uomini!) piccoli, pidocchiosi, pavidi, fasulli, incoraggiando quelli come lui forti e sinceri a continuare la propria strada, con una titanica volontà di migliorare le cose, pur nella ferma convinzione che sussista l'immobilità della Storia.

Ecco dunque che la poesia depalchiana, abitando luoghi ambigui, liminari, si sviluppa tra lirica e verso civile, tra concretissima autobiografia, storia ed esplorazione del preconscio, gioia e dolore, ortodossia ed eterodossia, ordine e caos. Così facendo, altrove egli può muovere da «1'ottusità del corpo» ed arrivare al «perché» che risuona come una domanda ricorrente senza risposta, oppure, restando a questa silloge, muovere da «quella vulva che ingoia / crescite e pianeti» e goderne senza però allontanare lo sguardo da un panorama che sobilla «la ferocia di fame e fama / preda e predatore / un volo una corsa un tonfo / e mascelle che stritolano».

Chiave di lettura della poesia depalchiana appare essere quindi il cannibalismo: il silenzio imposto al lamento di un uomo come di un'umanità intera genera il cannibalismo tra vittime, e se alle lusinghe dell' eros si cede facendo proprio l'altrui corpo come l'altrui pensiero, alle offese dell'età si reagisce quasi vampirizzando, ma dolcemente, l'energia dei giovani, o attingendo alle emozioni della persona amata, una donna che per il poeta e angelo e demone, sogno e carne, profumo e mestruo, compagna e mantide, vicina e lontana, vergine e nobilissima puttana.

Così, il poeta che in Sessioni con l'analista si diceva addirittura «solo, incomunicato, incomunicabile», oggi, che ha attraversato e digerito ogni risvolto del vivere e dello scrivere, vuole che la sua nota biobibliografica, con implacabile consapevolezza, con profondissima semplicità, con sudata chiarezza, sia: «Alfredo de Palchi nasce ogni mattina».

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