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Un racconto

Storia di terra e di cielo
Fiore
Il viaggio

Oggi mi fermo alla stazione, osservo il treno in arrivo e in partenza; mi hanno sempre affascinata i treni, il rumore delle rotaie, quel fischio che sconfigge il silenzio e mi fa pensare a praterie lontane, alla brughiera percossa dal vento, con i fiori piccoli, così vicini al suolo, alla terra.

La terra che dona e prende, questa terra che non conosco, da stringere in un pugno fino a frantumarla e poi ricomporla con amore, soffiarne i frammenti lontano.

Lo sportello mi preme quasi contro, mi obbliga a salire, mentre il vento si è fermato in attesa di me, guarda i fiori che riposano chiudendo le corolle e i fili d'erba abbracciati per mantenere il calore.

Se potessi scegliere una valigia sceglierei la più piccola e anonima, quando si parte non si può riempirla di ricordi, bisogna fermarli, chiudere gli occhi un istante, inspirare l'aria con le narici e captare tutti gli odori, i rumori di un mondo nuovo che ci aspetta.

I ricordi sono per il ritorno, adesso assaporo questo raggio di sole che mi scalda le linee della mano.

Vita, destino, amore.

Apro il palmo e tendo le dita fino a sentire lo sforzo di ogni muscolo che vibra e con la penna ridisegno la linea che mi preme, la linea dove vivo e respiro, mentre abbasso le palpebre e comincia il mio viaggio.

- E' permesso, mi scusi, non volevo spaventarla! - dice l'uomo che entra e richiude la porta dello scompartimento.

Lo osservo, senza guardarlo, spero che comprenda subito il suo essere inopportuno; il treno è così lungo! Tanti vagoni quante sono le solitudini in attesa di essere condivise.

Questo treno però è il mio viaggio e sento crescermi dentro un pensiero troppo grande; l'anima del vento mi pervade, sono io il fiore della brughiera racchiuso in un corpo di donna, solo oggi capisco il vero significato del mio nome: Fiore.

Sto solo tornando alla mia terra con questo nome che mi tormenta dolcemente; a volte devo ripeterlo perché la gente mi guarda in modo interrogativo come se fosse incompleto, come se dovessimo per forza aggiungere qualcosa e dare finalmente un senso a queste cinque lettere.

Le ore della mattina sono le migliori per riflettere, quando ancora il pensiero non viene offeso dal suono, quando il ritmo della vita stenta ad accordarsi e si può provare il piacere d'un fruscio, perdersi in un sussurro, tornare al sonno e ai sogni con una leggerezza inconsapevole.

- Ha mai tuffato le mani in un campo di ginestre e goduto di quel giallo che non conosce confine, tanto che lo sguardo sceglie di annegare in un mare di petali?

Questo vorrei chiedere all'uomo che gioca con i tasti del suo computer portatile e ogni tanto mi guarda, quasi esterrefatto dal mio silenzio.

Lui non può capire la dolcezza del silenzio, il suo candore; nei giorni normali la mia voce non cessa mai di esprimere parole, concetti importanti ma oggi non è un giorno normale.

- Oggi è il mio giorno! - dico a voce alta.

Finalmente trovo il coraggio di parlare anche se quello che voglio dire è un pensiero che non posso tradurre ma solo porgere, sperando che venga compreso.

Ci sono dei giorni, nel corso degli anni o dei secoli, che ci appartengono in maniera estrema, che vivono in virtù dei nostri gesti, dove ogni minimo atto ha un suo respiro da imprimere forte, in modo quasi violento perché non può ripetersi e da allora vivrà solo di ricordo.

-Cosa significa è il mio giorno? - risponde l'uomo che improvvisamente prende vita e i tasti del computer volano come tanti aquiloni colorati.

-Tutti i giorni ci appartengono, basta volerlo; non è importante come si vive, ma quello che è dentro di noi, il nostro animo segreto, quei desideri oscuri, quella voglia di mordere l'attimo che fugge e godere anche l'ansia che ci provoca e redime. --Io inizialmente ero un fiore - rispondo - un fiore di brughiera, selvaggio, dai petali ineguali e mi sono trovata a vivere in una scatola di latta, fra tante formiche nere che si cercano solo per dirsi: è giusto, è importante, devo correre, non ho abbastanza tempo… - - Io, allora - mi ribatte l'uomo che adesso ride - ero un aquilone girovago e ora sono qui e debbo sempre affermare frasi del tipo: ottimizzare i tempi, dare o ricevere un imput; eppure vivo e talvolta la serenità mi sovrasta e comincio anche a credere in quello che dico. Forse oggi, dall'incontro di due anime perse, potrà nascere una risposta importante per il nostro cammino.

Questo dialogo irreale si svolge dentro uno scompartimento vuoto, dai sedili logori.

Solo un raggio di sole batte implacabile, rende tutto più umano: l'anima delle case, dei sassi sul fiume, delle antenne della televisione che sembrano tanti grilli; sono immagini che corrono furtive mentre noi parliamo.

Parliamo di tutto e di niente.

- Sei felice, donna-fiore? - mi chiede improvvisamente l'uomo che sto imparando a conoscere attraverso le sue parole.

Esistono delle domande alle quali non si può dare una risposta immediata, bisogna cercarne le sfumature, aggrapparsi ad ogni angolo, perché il significato si perda in tante piccole particelle ognuna delle quali è importante e può definire l'essenza della risposta.

Mentre rifletto su questo pensiero le mie labbra si muovono impercettibili e il mio corpo è scosso da leggeri brividi.

Ecco il ritorno alla vita, la domanda diretta alla quale non puoi sfuggire, che ti costringe a pensare, a mediare con la mente.

Sulla mia mano sinistra, quella dove ho scolpito la linea, si adagia lenta una lacrima; un imprevisto, non sono riuscita a trattenerla, un singulto d'emozioni, proprio oggi che non dovevo lasciarmi prendere, ma soltanto catturare per poche ore, per pochi secoli.

Mentre con l'altra mano accarezzo la lacrima capisco che devo rispondere, le mie labbra avevano già iniziato.

-A volte lo sono - rispondo - quando afferro la luce, i colori e tutto mi sembra talmente luminoso da riempirmi la mente, quando i miei passi corrono veloci, non per la fretta, ma per il gusto del vento che ti colpisce e quando i pensieri rotolano pigri e diventano parole sparse sul cuscino.

Però c'è anche un lato oscuro – continuo - a volte un peso greve mi tormenta e il desiderio è troppo forte per le carezze del vento, quando il mio essere fiore si cela nelle oscurità remote dimenticando la dolcezza.

Allora ne divento preda oppure anche il contrario.

Allora ritorno alla terra che calma la mia ansia di sapere.

Un tempo, neppure troppo lontano, tutte queste parole le avrei dette a me stessa, adesso invece sento quasi il bisogno fisico di esprimere i pensieri che mi affollano la testa, desidero che tu mi comprenda; in realtà siamo esseri sconosciuti ma che vibrano insieme e ci nutre la medesima ansia.

Siamo come degli equilibristi che giocano sospesi sul filo e ogni tanto non possono fare a meno di essere affascinati dall'abisso, ammesso che passeggiare sul filo sia la parte giusta e l'abisso quella sbagliata.

- Sono d'accordo - risponde l'uomo-aquilone - anche io talvolta sono incerto di fronte alla verità e al suo contrario.

Allora immagino di tornare come una volta e che le mani di un bambino mi facciano volare talmente in alto da acquietare, anche se solo per poco tempo, le mie risposte.

Mentre parla l'uomo-aquilone si è appoggiato la mano sotto il mento, il suo sguardo mi ha oltrepassato e si è come perso nel vuoto.

Il nostro essere fisicamente uomo e donna, di terra e di cielo, in questo momento è marginale, i desideri rimangono sospesi nel limbo della mente, isolati dentro di noi.

Possiamo esprimerli in un contesto più ampio, ma non manifestarli.

- Cosa significa per te donna-fiore questo giorno?- si riscuote l'uomo guardandomi dritto negli occhi.

- Oggi rappresenta il mio viaggio, come ti ho già detto, non è importante dove conduce questo treno, idealmente alla mia brughiera, dove gli arbusti mi aspettano, piegati da una furia sensibile e violenta, dove se un petalo cade una mano lo raccoglie per riporlo.

Il treno è solo uno strumento che mi libera, in realtà sono io che oggi sono per questo momento e chi sa fra quanti anni mesi o giorni potrà ripetersi.

Mi sento diversa o meglio sono diversa, ma in fondo eguale a me stessa, insomma non imbarazzarmi è anche difficile da spiegare: tutti gli altri giorni del mondo sono donna-fiore mentre oggi sono solo fiore come un tempo.

Per questo cerco di carpire ogni istante, mi smarrisce perfino la voglia di assaporare tutti i respiri del mondo in un unico grande abbraccio e tutto quello che potrebbe succedermi ora lo vedrei con occhi differenti, come attraverso una lente.

- Quando sono entrato nello scompartimento eravamo le due persone che tutti conoscono - riprende l'uomo-aquilone - con la serenità evidente che offriamo al mondo esterno, adesso invece, specialmente tu donna-fiore, hai aperto uno squarcio dal quale sono filtrate tutte le tue inquietudini.

Sono affascinato da questo mondo che ti porti dentro e credo che la brughiera sia solo il pretesto di un sogno dove approdare, un mito che ti sei costruita per vivere, lasciandoti il tuo essere fiore alle spalle.

- L'inquietudine è importante – rispondo - quasi fondamentale, si muove e respira con me: quando al buio conto i sussurri che mi separano dal mattino o quando le ore si snodano e non riesco a fermare il pensiero che resta imprigionato, insieme a mille altri momenti; allora sono catturata da un'ansia febbrile.

Però è strano, se questo non si verifica mi sento uno straccio, in realtà sono davvero una prigioniera: l'inquietudine alimenta la mia vita interiore, non posso farne a meno, altrimenti morirei, dentro, voglio dire.

Dopo un inizio di diffidenza, mi accorgo di avere parlato quasi sempre io, ti ho spiegato ogni minimo dettaglio del mio animo, mentre tu ti sei limitato a diverse frasi essenziali e ad ascoltare.

- Per forza! - risponde l'uomo-aquilone - la mia storia è molto più semplice, io provengo da un atto diverso dal tuo, io non sono nato con la natura, ma costruito per il gioco, quindi faccio parte di un disegno estremo per sensibilità naturale, ma non ho altri meriti.

- Capisco - rispondo mentre le mie mani si intrecciano inconsapevoli, quasi a cercare un moto di calore, un appiglio, un'azione più viva e importante in questo momento particolare.

Dove potrà portarci questa conoscenza, lo scavo che stiamo compiendo come un'operazione minuziosa e che non si può fare a meno di eseguire? Quali soluzioni ci propone l'esito di tutte le nostre considerazioni?

L'uomo-aquilone mi sta guardando, adesso non mi oltrepassa più con lo sguardo, ma decide di scavarmi anche con gli occhi e di percepire ogni minimo dettaglio esterno.

Mi volto per osservare le immagini fuori del finestrino, che continuano a rincorrersi e non si occupano dei nostri discorsi assurdi, degli angoli nascosti della mente che cerchiamo di spremere come singhiozzi improvvisi, come un fiume in piena che cerchi di arginare e ti travolge, anzi non si cura di te, non esisti, almeno per lui.

Un pensiero improvviso mi turba e devo dirlo subito al mio uomo-aquilone, lo chiamo così perché lo scavo interiore ci ha legati come le estremità di un'amaca che non può sciogliersi individualmente, ma solo attraverso un intervento esterno.

- Se ci gettassimo insieme giù da questo treno in corsa? - propongo.

Un silenzio impenetrabile accoglie questa mia proposta.

- In fondo, mi sembra una buona idea – continuo - e ti spiego perché: per prima cosa non potrebbe succederci niente di grave. Niente di grave intendo solo per questo giorno; basterebbe che tu facessi un'estrema attenzione a portarmi con te in volo, in modo da non perdere neppure un petalo.

Dovresti abbracciare forte il mio stelo e proteggere i petali con il tuo corpo; io credo che sarebbe facile e questo ci renderebbe liberi come non lo siamo mai, la congiunzione dei nostri voli sarebbe importante, anche per gettare un ponte fra le nostre due solitudini.

E poi, - riprendo - te lo immagini, mi viene quasi da ridere, lo scompiglio che saremmo riusciti a creare, i titoli sui giornali: due sconosciuti che si gettano dal treno in corsa, le autorità indagano sui motivi del gesto.

I motivi, questa è la sciocchezza più grossa che potrebbero inventare su di noi: c'è forse un motivo per il quale il sole sorge e poi tramonta? E allora, chi compie questi gesti non ha mai un motivo spiegabile, ma la somma di tante piccole percezioni che si uniscono ed esplodono all'improvviso.

Poi, - sto cercando di essere convincente - non ci sarebbe spargimento di sangue perché oggi è il nostro giorno.

Rimarrebbero sulle rotaie soltanto i nostri abiti e noi potremmo volare liberi, almeno fino alla fine della giornata e poi chissà! Non ti farei questa proposta senza questa possibilità, perché non voglio rinunciare alla mia vita: la mia inquietudine è un calice al quale mi sono abituata a bere, ne sono schiava ed allo stesso modo padrona.

- Non mi sembra una buona idea - risponde l'uomo-aquilone- questa soluzione finale mi spaventa, come il fatto di lasciare i miei riti quotidiani e ridiventare quello che ero.

Tu, in fondo, ci sei già abituata perché quando entri dentro a ciò che chiami il tuo viaggio, ti dissoci completamente, vivi in un altro mondo, navighi in ore liquide e calmi così ogni forma di rabbia o meglio la voglia che chiude la gola e soffoca il respiro, l'inquietudine, insomma.

- Quando la mia voce ha espresso il proposito di gettarci da questo treno in corsa mi sembrava un pensiero naturale - rispondo - una fine perfetta del mio "giorno" e per "giorni" intendo quelli importanti, quei pochissimi nei quali mi sono liberata, dove una luce pura rende ogni cosa trasparente, dove una verità sovrasta tutte le altre piccole verità, unica, estrema.

Mentre queste mie riflessioni raggiungono un movimento terribile e affascinante, mi avvicino all'uomo-aquilone, in modo da prendere un contatto più diretto.

Sono io lo strumento reale, di terra, appunto, che trasmette gli impulsi; non posso fare a meno di prendere la sua mano e posarla sul mio seno dove vibra un palpito infinito, dove il battito accelera per non perdere neppure un attimo di luce. In realtà mi avvicino perché il mio corpo possa esprimere il messaggio che ho inteso trasmettergli con la mente, attraverso la parola.

- Capisci che non possiamo agire in modo diverso! - continuo - mentre le dita dell'uomo-aquilone mi raggiungono il collo e si fermano sulle maglie della mia collana.

- Ti piace? - mi distraggo - queste maglie che mi stringono dolcemente intorno al collo sono il mio emblema ed anche il mio rifiuto.

Sono tante piccole maglie che si intrecciano e insieme formano un collare simile a quello che un tempo usavano gli schiavi, un tempo remoto - voglio dire - adesso ho scelto di portarlo anch'io, non sempre, però, solo alcuni giorni.

E' difficile da spiegare ma questo strumento a volte mi opprime, a volte mi libera, da me stessa - intendo - perché indossandolo non devo agire, né pensare, ma solo lasciarmi fare.

Se accetti la mia proposta decido di tenerlo intorno al collo, sarà stupido, ma non voglio perdere l'ultimo legame con me stessa.

- Sei matta donna-fiore - risponde l'uomo-aquilone- matta e saggia come i vecchi del deserto, quelli che sanno già le tue risposte ancora prima di conoscere le domande, quelli che interpelli con lo sguardo e con un movimento impercettibile ti indicano la strada.

A volte è la stessa che tu percorri ogni giorno e non lo sai, a volte è diversa ed è più difficile da individuare.

Vorrei seguirti ma ho paura, io non sono come te, io vivo e penso in modo differente, forse la razionalità ha preso il sopravvento e adesso sono molto più uomo che aquilone.

- Non preoccuparti, troverò io una soluzione che ti liberi da ogni ansia - rispondo - ricominciamo tutto da capo, intanto non siamo mai saliti su questo treno, ed è facile, basta tornare indietro di poche ore, di pochi secoli.

Non siamo mai saliti realmente - intendo - anche se noi sappiamo che è vero e quindi siamo liberi, è la nostra occasione di fuga.

Io capisco la tua ansia, tu non sei allenato a pensare, io mi scavo dentro in maniera metodica, sono abituata a farmi male, ma anche a godere di momenti totali, la mia sensibilità di fronte al respiro della terra mi ha portato a questo.

Ed è per lo stesso motivo che posso sconfiggere il dolore e la morte non mi fa paura - quella fisica intendo - proprio perché la comprendo, è ovvio che spero accada il più tardi possibile, ma ti assicuro che in questo momento la considero il male minore, quello che conta è la conoscenza.

Perché tremi?

Ora poso la mano sul petto dell'uomo-aquilone, proprio all'altezza del cuore e sono investita da un rumore sordo, come da un battito sconvolto.

- Sciocco, noi non moriremo, non adesso almeno, questo treno non esiste, questo giorno è fuori dal mondo, fuori da ogni logica, ma soprattutto noi non esistiamo (quest'ultima frase del discorso in fondo è la più vera) - dico fra me e me.

- Riesce a tranquillizzarti tutto questo? Non esiste più un giorno, ma tanti giorni piatti e rassicuranti; i tasti del computer possono trasportarti in un tranquillo mondo di codici e di imput.

Tu sei un sereno uomo d'affari in giro per il mondo ed io una serena donna in giro per i fatti suoi.

Oppure noi non siamo niente. - concludo, e questa conclusione agghiacciante mi fa sentire stremata.

-Non volevo arrivare a questo donna-fiore! - riprende l'uomo-aquilone - sei un essere incredibile! Mi hai aperto il tuo mondo con una precisione così deliberata, così perfetta, come il pezzo d'un mosaico che se ne rimaneva nascosto in un angolo in attesa che qualcuno lo scoprisse e lo rimettesse al suo posto e adesso non possiamo più tornare indietro.

Però perché dobbiamo concludere per forza - tergiversa - perché non possiamo continuare a viaggiare su questo treno, parlando come abbiamo fatto fino adesso?

- Perché questo treno non esiste, l'ha creato la nostra fantasia, anzi la mia e tu ne sei rimasto coinvolto in maniera evidente a causa del tuo stato ibrido - rispondo.

-Non può essere vero - dice l'uomo-aquilone aprendo il finestrino per fare entrare il vento a scompigliare i capelli. Il pensiero del vento che mi aspetta si abbatte su di me in modo violento.

- Devo decidere, uomo-aquilone, che sia vero o no questo treno, io ho una percezione più sottile oggi e non posso attendere oltre, il mio tempo sta per concludersi.

L'uomo-aquilone ha uno scatto improvviso.

- Se è vero che noi non esistiamo e questo treno è solo il frutto di una fantasia esasperata, allora io voglio portarti in volo con me, come un tempo, come uno sguardo frantumato in tanti colori che si uniscono e formano un arcobaleno.

Saresti contenta, donna-fiore, di tuffarti dentro un arcobaleno?

Sorrido pensando al campo di ginestre dell'inizio di questo viaggio, adesso abbiamo le medesime percezioni.

-Magari! - rispondo - non ho mai cavalcato l'arcobaleno, forse potrei scegliere un colore, un palpito e nasconderne l'essenza fra i miei petali per poi guardarlo un poco tutti i giorni, quando sarò di nuovo sulla terra e questo mi aiuterà a vivere come donna-fiore.

-Allora siamo d'accordo donna-fiore - riprende ancora - nessuno saprà mai del nostro viaggio, però è importante che a noi rimanga un ricordo, che la sospensione di quest'attimo resti.

Magari ci potremmo ritrovare fra tanto tempo, sopra un treno fantasma, sopra una nuvola; io terrò uno dei tuoi petali stretto in un pugno e lo conserverò fino al prossimo incontro.

Non riesco a crederci, dopo questa decisione improvvisa, l'uomo-aquilone comincia a scrutare il cielo come se niente al mondo fosse più importante di questo azzurro incredibile che ci aspetta fuori dal finestrino.

Sono frastornata, abbiamo parlato tanto e ora la scelta mi confonde; cerco di concentrarmi e catturare tutta la forza per quando sarò in volo, lassù, fra le braccia del mio uomo-aquilone.

Devo aver cura di chiudere i petali perché il vento non li disperda e serbarne uno che sarà importante un giorno, chissà quando....

Mentre penso l'uomo-aquilone abbassa del tutto il finestrino e dopo aver preso la mia mano mi guarda con fermezza.

- Sei pronta Fiore? - dice mentre gli ridono gli occhi.

- Si - rispondo.

- Sono pronta da sempre.

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