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Un vestito di niente

Dalla Sezione Un vestito di niente:

Un vestito di niente

Un abito colore della pioggia, per favore.
L'indosserò con meraviglia celeste,
tuffo di lago, polla trasparente.
Squadre d'elfi guerrieri in fila,
a pettinarmi gli occhi di sorgente, chiari.
Un vestito di niente, lo so bene,
da stropicciare addosso, seguendone
le pieghe con la mano.
Un desiderio strano, irriverente.
Nuda di pioggia, naufraga del pensiero.
Prendetevi il mio cuore assassinato,
venduto in carta gialla da due lire
al mercato dell'acqua, insieme ai fiori,
una bottega sudicia, lampada a olio.
Ridatemi la pioggia a ridere i capelli.
Un vestito di niente, lo so bene.

Trasparenza d'alba

La gardenia è un fiore pretenzioso,
ti guarda altera, bianca vestale in
lucido di verde. Voglio prenderla
e posarla sulla pelle, carezzare
lusinghe di pensieri cauti, leggeri
al fresco del mattino incipriato di luce.
Il verde mi riposa dentro iridi tranquille,
sole tiepido lontano dal tramonto.
Principessa di bozzoli bui
strego lo specchio svelando i seni.
Quando la rabbia si sveglia e mi tormenta
rasoi di lucciole notturne le parole, dure
fino a stupire l'innocenza.
Bianca di luna persa, struggente di livore.
Voglia di mattino limpido, ingenuo
come larva di farfalla.
Il silenzio sorveglia il mio cammino.
Colgo gardenie in trasparenza d'alba.

Leggerezza di piuma

Leggerezza di piuma le parole,
oppure otri pesanti, muscoli forti
a illuminare il buio. E' forse blasfemo
ciò che scrivo? Non so dirlo. In questa
solitudine di pietra tutto è permesso,
anche la bestemmia. Eppure bevo
sempre la rugiada che luccica il
geranio oltre il balcone.
Voglia di rabbia e d'infinito
sopra l'angoscia cieca della sera
Voglia di rose sopra il letto disfatto
e petali ai capelli, sguardo di giada,
incanto di serpente.
Padrona e schiava in segreto di catene.

Dalla sezione Vertigine:

Pettirosso

Volavo sopra i tetti delle case,
il vento mi baciava sulla bocca.
Le antenne come grilli scalzi, scale
per il cielo, dritte, sulle rotte di sguardi.
Un gioco d'equilibrio. - Non ditemi,
non dovevo, lo so, guardare in basso -
Eppure le cicale impazzivano di canti.
Mi posai su una foglia, stanco di niente.
Pettirosso in amore di catene.
Fionda di bimbo a colpire l'orizzonte,
allora volai alto, più alto che potevo.
Grembi d'azzurro, respiro prepotente.
La fionda mi premeva sopra il petto.
Una nuvola bianca mi aspettava.
Volavo sopra i tetti delle case,
non dovevo, lo so, guardare in basso.

Dalla sezione Donne in poesia:

Extra moenia

La donna del quadro mi guardava.
In sete di verde e albe lattiginose
la città moriva dietro ai vetri.
Occhi ridenti e labbra umide.
Fiore d'asfalto che si strugge
nell'ansia di carezze.
Quando al mattino salutavo la stanza:
sguardo canaglia, camuffato
da pupille bambine, mani grandi
a percuotere il cielo.
La donna del quadro mi stupiva,
sbocciata come lucertola e fiori.
Fiori nati per caso o per amore.
Macchie rosse, in sinfonia di grigio.
Lontana la città, fantastico dita
logore di pianto e passi veloci, rapidi
come squilli in agonia di serenata.
La donna del quadro mi stregava,
ed io cantavo candore e mistero.

(il quadro a cui si riferisce l’autrice è “Fuori dalla città” di Sandra Tesi,
in copertina al libro “Donne in fuga”)

Fiore

Un treno in viaggio verso l'infinito.
Due personaggi strani: terra e cielo.
Fiore a scavarsi con unghie di passione,
l'uomo-aquilone la portava in alto.
Insieme, tutti e due, percorsi di parole.
Non esisteva il treno, forse un sogno.
Pazzia o saggezza, chi può dirlo?
Nessuno conosceva il suo destino.
Lungo i sedili logori, perduti, due
impronte disegnate con le dita a cuore.
Fiore era nata da terra di brughiera.
L'uomo-aquilone la portava in alto.

Personaggio e vicenda del libro “Donne in fuga” della stessa autrice

Dalla sezione Ballerina.

Danza

Forse è un regalo quest'estate arida,
sudata di croci e sillabe impazzite,
sillabe roventi e gonna di nuvola,
leggera, frusciante sulla pelle nuda.
Ho spento le luci della piazza:
un soffio, un movimento, un attimo
soltanto, per favore.
Catturo un brivido di luna.
In tasca, nessuno può accorgersi.
Luna maledetta, a ridere di noi,
ubriaca di storie, stufa marcia
dei cantori del sonno.
Proverò a danzare sulle punte
per ingannare la sua luce bianca,
come sirena annegata nel pozzo
con battito di ciglia, lunghe,
perfide, su sguardo conchiglia.
Sirena stremata, dai capelli inanellati,
perduta un giorno strano per amore.

Dalla sezione Amore, non amore

Canzone

Ti scrivo una canzone per le sere
d’inverno quando una luce bruna
si fa fumo e crepitano nell’ombra
le parole, quando la nebbia si consuma
piano, dipinge le figure e le fa sogno,
se muoiono nell’ombra le parole
tu grida forte un nome –per favore.
Ti scrivo una canzone per sognare,
un desiderio liquido –non trovi?-
sognare di sognarti: un pensiero
stupendo –canzone già sentita-
all’ombra dei ricordi hanno rumore
basso le parole.
Ti scrivo una canzone per le sere
d’inverno che profumi di pane e
rosmarino, quando ancora la neve
si fa fiore, troppo lunghi i capelli
sul filo del respiro.
Una canzone pigra, da mordicchiare
lenta, se i colori addormentano la notte
tenera nudità sui seni bianchi,
e l’impronta di te sulle mie mani.

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