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Prefazione a
Non solo un grido

Raffaele Pinto

Per chi conosce bene la produzione di Giovanni Di Lena, questa sua ultima silloge rappresenta una gradevole conferma di tematiche e forme stilistiche già in passato ampiamente collaudate con buona fortuna di pubblico e di critica.

Non mancano, come non sono mai mancati da Un giorno di Libertà a Coraggio e Debolezza, i richiami, a volte forti, caustici addirittura, ad una consapevolezza sociale, politica ed economica che forse manca a tanti, troppi uomini che hanno rinunciato all'idea di cambiare il mondo; resistono ancora le immagini di una Lucania poetica che fa capolino dalle diapositive di una realtà a volte sconfortante; si legge sempre, tra le righe, la tragedia personale di una risposta forse impossibile da dare alla proprie domande.

Ma il bello della poesia dileniana è che sull'inchiostro nero della sconfitta, della presa di coscienza pessimistica, dell'oblio forzato, spunta brillantissimo sempre il seme della speranza, lo scintillio appena accennato del sorriso, il primissimo affacciarsi di una felicità possibile.

Così, se da un lato il poeta si rammarica di amicizie perse o raffreddatesi con l'andare degli anni, dall'altro non smette di guardare al futuro come ad un luogo di possibilità ancora inespresse o addirittura inesplorate; e se, nel suo lato "pubblico" egli si erge a censore e vate spietato, nel suo lato privato egli non ha paura di mostrarsi in tutte le sue incertezze, angosce e debolezze.

Convivono, quindi, in questa raccolta, l'operaio-poeta di "Tute Sporche" e di "Se non è tempo" ed il poeta-operaio (e non è tautologia) di "Cassa integrazione" in cui la realtà della disoccupazione viene sublimata nella dimensione idilliaca della visione del sole, delle stelle e della luna.

Convive, ancora, in queste pagine l'uomo disilluso di "Vuoto" e l'utopista irriducibile di "Non solo un grido". Ma credo che la parte più intensa di questo libro sia la seconda, quella intitolata seccamente "Privato", ad indicare il luogo più intimo della riflessione del poeta.

Di questa seconda parte molte, quasi tutte le liriche hanno un intensità particolare ma, da prefatore, e quindi, casualmente, lettore privilegiato in un certo senso, voglio segnalarne alcune che credo faranno riflettere molto il variegato pubblico dei lettori del poeta di Marconia. Essendo la famiglia d'origine il luogo ideale della riflessione del poeta, ci si poteva aspettare ancora qualche poesia dedicata alla memoria del padre ed alla vecchiaia sempre più estenuata della madre: ma quanto più drammatiche di "Mio padre naviga" [Cfr. G. Di Lena, Non si schiara il Cielo, Lacaita 1994, p. 43.], e "Povertà" [Cfr. G. Di Lena, Il Morso della Ragione, Ermes 1996, p. 34.] sono le attuali "26 Ottobre", "Sulla pelle" e "Vecchiaia".

Di una certa tragica sfortuna familiare Di Lena aveva già parlato nella precedente produzione [Cfr. G. Di Lena, Il Morso della Ragione, Ermes 1996, p. 30.]: ma i versi di "Sfortuna" hanno veramente la cifra della definitività.

Segnalo anche, per la delicatezza mista a quella rabbia piangente [Cfr. R. Pinto, Verso una più intima dimensione, Imd Lucana 2005, p. 24.] a cui in passato ho fatto riferimento, "Cari genitori".

Che dire, in conclusione, di questa ultima opera? Il leggere queste prove poetiche del Di Lena mi ha fatto immaginare l'incontro tra due amici che, casualmente di fronte l'uno all'altro dopo anni di lontananza, riconoscono reciprocamente nelle rughe, nei capelli bianchi, nella leggera curvatura delle spalle il passare di un tempo comune del quale entrambi, sebbene lontani, sono stati protagonisti. In questo Di Lena riconosciamo l'antico amico delle precedenti produzioni, più stanco e provato dalla vita, magari, ma sempre a noi caro e nel quale, per quello che possiamo e vogliamo, ci rispecchiamo almeno un po'.

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