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I giorni sono le piazze (1972)

la bianca montagna
       il battito
l'uccello intero
       con la strada addosso
senza punta sconfitta

ma io sto qui a vedere
l'erba madida di sudore
sto qui a vedere

dove mi desti l'arancia
       spiccò l'anello nudo
stava l'ombra con la sabbia
       il cane miserabile tirava le zampe
       dell'obbedienza
       Il leone si azzuffava

       l'erba secca della gola
       c'era la savana
dico che brillava
che usciva la spada
       dalla bocca la mente il fiore
stava profonda la ferita
il cerchio girava senza rotture
«tutto era»
lo giuro

dirai che è sporco o tenero
lascivo

puoi dirlo
perché quando s'alza la luna
e morde i lunghi cristalli della notte
io sto lì ritto
a soffrire nel tronco taciturno
       il calore del freddo
       l'atmosfera pallida
due potrebbero amarsi
       dentro le foglie
suonano le parole mai dette
l'aria ingoia la lancia
dei rumori
«siamo soli»

certo accade qualcosa fulminata
       come l'accetta gelida
e il rifiuto conclusivo
       la finestra che si chiude
dentro c'era la luce
       forse la notte non soffriva
consolata dalla strada a picco della riva

ricordo di un giorno
era sera
ricordo
era sera

io e lui
       l'operaio
discorrevamo che il tempo mena
che da secoli c'è il tempo

«lo sapevamo»
però è diverso dirlo
sentirselo
       scivolar freddo
si rideva duro sulla falce
(anch'io per un tratto)
e parlavamo delle mani
       le stesse mani
       gli stessi bambini
       la stessa moglie
       le mani
i bambini
la moglie
       il tempo freddo
sotto la brace dell'estate
stavamo lì come calli alle mani
pieni d'umiliazione di fame
parlavamo del tempo
       che non muta mai
così fermi sulle falci

non si tratta di verso
cosa ci vuole cosa volete ci voglia

       è la brina rigida
       la lacuna
       la parola troncata
«dilla!»

m'infervoro facilmente
       con mestizia il fuoco può lambirmi
       irridermi di avermi travolto
       tra gli arbusti recisi
       dei ricordi
posso anche andare molto lontano
per i fiumi che si battono tra le rocce
le finestre che si aprono per mordersi il volto
e le strade così tante
       che fanno spavento

non pare ma l'uomo ha potuto tanto
e straripa senza indulgenza
nella sua debolezza
delle piccole sponde
del suo nero pianto
       da qui forse il mio guardarmi
       molteplice d'acqua
       la parola assolta
       priva di tempo
       ormai

oggi portavano un morto
       una striscia nera
il sole concellava
qualcuno scriveva una storia
i bimbi saltavano
       non debbo sapere
e dai campi veniva il chiaro
affermarsi del vento
che schiariva i volti
fino a velarne l'effigie

ogni uomo camminava
sulla sua strada di fanciullo
troppo stretta la strada
disperato ogni sforzo
di imboccare la via
quando per la strada
una scia troppo nera
ti riporta
       ai tempi che non consumasti
       ai salti non spiccati
       a quei pugni sonori
che facevano ridere
ogni strada è tua
non la devi lasciare
       isolata

trafugarla nelle fosse
vergognarti di averla calpestata
ricorda il senso che passa
       sul fango tangibile
       le tue spalle curve
       la gola secca
       la parola che non serve
il tuo amico che chiamavi sempre
ch'era sempre
       lontano dalla voce
e tu dalla cima cercavi l'ombra
       e c'era
invece la pesta o il passo o il tocco irrisorio del segno

e c'era che tu non trovavi la voce
per chiamare
tanto alta la cima
che altro c'era da fare che ridere
da soli a soli
       della cima

sapore di gengive
       d'alga – sale
odore di ragazza
       ha ondeggiato

       ti sei mosso
       come un ramo
       era tua
lungo l'arenile correvi a braccia spiegate
per prendere tutto il vento che ti bastasse a sorridere
da crescere alto sino alla sua corsa
       raggiunta
       avete riso nell'aria

la gola secca
       stoppia
       ti appaio
tu afferri le mani
       ricordi
       la nuvola passa
attraverso la lama
       tagli / gridi
ci siamo riconosciuti
dentro l'alto canneto
quando il tronco del grido
cadde stupito al suolo
       noi attenti
       a ignorarci
       ad amarci
così scivolati
tanto privi del tanto
che non c'era altro frutto
       che entrambi
       nascendo
dal fresco grido
       mare-cespuglio-rancore-diletto
di colpire col fiore
la parola incapace
di udirsi

il martello del silenzio
       ascolta
       ascolta il martello del silenzio
si fa avanti
attacca infuriato
il campo aperto

la smorfia di disgusto ti torce
       non puoi gustare il silenzio
       coi suoi colpi alla bocca
       con parole rafferme di sudore
       mon messi legate

il martello

dammi la dura materia
       che t'apra
rammenta il giorno che parlavo / parlavo
rammenta il giorno che parlavo / parlavo
rammenta

il tugurio s'apre
# la pietra sottile
al feroce microscopio
irride i suoi cadaveri
       la pietra tanto dura
       viveva
       e il mondo
       e noi
       e la inutile storia
i romanzi li conoscete
       bruciateli
lo sapete
       davanti allo specchio
       chiuso l'ascensore
       il coltello
ma la mattina che spacca
       le foglie
morde la città addormentata
       sbalza il treno verso sonnambuli
hai dormito?
ho dormito
hai fatto all'amore?
stanco?

o le cose bisogna osservarle
       sprangare le porte
       scalzare le scuole
       per gettare i professori
       sulle sciocche palafitte
       dei loro libri copiati
pensate
       un problema
       un genio
invece

il professore da ogni teca sfila un bastone
       una lunga palafitta
       sopra vi aggiusta
       quattro frasche di capanna
       rubate
       altrove!
io nero
       apparecchiato
per il festino
       ero disabitato
       nel pugno emergevano i pruni
       delle amicizie
la bocca colma di grazie

       tutti distinti
       e bene ridevano
       gli uomini
       neri
intorno la mensa
e bevevano dai pori
ciò che mai può dirsi
vedevano ciò che non può vedersi
ma lo sappiamo siamo noi
anche se la roccia ci barrica
la tristezza cerca rifugio

nel ridere sei felice tutto bene grazie
gli uomini sono felici capaci intorno a una mensa
di non dire cose sgradevoli e mangiare e ridere
       ridere
       senza parlare
non voglio entrare
       grazie
settembre è un mese giallo
       torbido
       ti vuole
potevi stare lontano tanto
sugli intrichi delle statue
erette dai passi notturni
       o l'oro tangibile
       o le sere precoci
sulle alte strade del soliloquio
       dici
       non dici
ma fai dire le cose sono cose
       lo vedi
       non puoi toccare
nessuna esperienza è tua
tanto grande rimani
ad essere il mare
del tuo sommo restare
nell'universo rotondo
       la piuma minuscola della notte
       il martello dei giorni
arena senza voce né mare
il dente mozzo dell'alba
       precisa alba
della luce

       la bocca ardente della sete
       il grano chiuso
       nel pugno del giorno
       con la forza bruta
       del sudore
da cima a fondo esala
il filo della lama
l'ascia bieca che arriva
a sfiorarti appena

ci ridi
       la pelle secca grida
vuoi stare dentro la vita
       ridendo

       lo vedi
       ti grido

i giorni
       dai duri ginocchi
escono lunghi come spade
i giorni
       dalle mani callose
       i giorni sono le piazze
       le strade
       i campi
       dove si vive
e il pane sgorga come gialle risa
e il vino zampilla come gialle risa
e í focolari sfavillano come gialle risa
       dove si vive
       c'è il pane
       i giorni
ma se hai fame?
dì! se hai fame?
       il bimbo batte sul tavolo
       la donna qua e là / la tentano
       il padre al mercato / gli comprano le mani
       tanto al giorno
non sempre

       dove stanno i giorni?
potrà il lampo ferirmi
       colla scure del freddo
o altro chiedere il tronco
       interrotto di forme
o l'altalena mostrarsi
       con i seni aperti
o il respiro raggiungere
       la vetta del silenzio
potrà
       incurvarci fino a terra
come uva
raccattarci fino a terra
come foglia
strisciare a terra
come parole
ritrovarci soli nell'acqua
con il grido oscuro
e non capire ancora la vita

incammìnati!
       c'è solo da amare
gli archi dell'aria
       alti
! misura dell'universo
       multipla
l'astronauta un punto
       immateriale

noi
così umili
       da esistere
non posso tornare nei miei luoghi
non riesco ad entrare

       dove entri
       burattino
       la nebbia di copre

       sosti nella tua ombra

cauto sibila il vento
striscia la clessidra
la strada in salita
quella neve
così bianca
di parole
di strade assopite
con le orme strette
il sole freddo

ci vado
voglio salire suí muri
bianchi
prendere il pianto pei denti
col suo peso salire nel bianco

       dove vai
       burattino
accorri prendi vieni via
ma ora è sera tu hai paura
il fiume si arena
nella notte pura
la parola ritrova
la sua muta sostanza

       la sua pelle rugosa
       la sorpresa indicibile
       della sera

vieni via
dalla sera

chiama
       amica
è il tempo duro
       delle somme e delle distanze
la pietà curva su noi
       come madre oscura
l'uomo tace ha sete beve lunghi dolori

non può più misurarsi
né alzare la vita
né specchiarsi nel cielo
né battersi il petto
o chiamare il fratello
       o trovare parole
       che si dicevano
è il tempo carico dei rimorsi
       delle lunghe strade senza rumore
       dei boschi che hanno alberi rigidi
       delle case d'aria grandi d'aria
con le gocce che s'allungano fino all'alba

e gli uomini fermi sopra le soglie di pietra
davanti ai tempi così estesi di misura ed anni
che il cielo accade appena e l'uomo va via

e la parola si cheta nella chiusa meraviglia


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