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Presentazione a
I giorni sono le piazze

Franco Tralli

Quando, in veste di Presidente del Premio Nazionale «Pagina d'Oro», ho dovuto stendere la motivazione per il lavoro di Angelo Di Mario, giunto al primo posto, ebbi a scrivere «... una raccolta di impostazione filmica, sulla quale intarsia una precaria idea di mondo che spesso tradisce sarcasmo e caos, riscattata da un personale estro linguistico ed avvalorata da una chiara consapevolezza delle proposte letterarie contemporanee», ero rimasto certamente colpito dalla prima lettura di un'opera che a tutta la Giuria era apparsa meritevole – in assoluto – di un primo premio.

Trascorso l'entusiasmo iniziale, sia dell'addetto ai lavori che del presidente di giuria, mi sono riletto I giorni sono le piazze e m'è sembrato che a Di Mario fosse stato fatto un gran torto: quello, soprattutto, di non aver messo in luce la «visionvarietà» del suo far poesia.

Perché, prima d'ogni altra congratulazione, a Di Mario andrebbe fatta questa: che, pur nella varietà degli argomenti, il filo conduttore porta a considerare
– sulla falsariga dell'autore – un particolare tipo di ironia costruttiva, ma quasi trafugata dall'iter quotidiano di un isolato che si destreggia tra il caos dei condizionamenti di un habitat a prestito e il suo «guardarsi molteplice».Benché attratto da una voce lontana o da un riso nell'aria o dall'altalena delle ferite, sente di dover sprangare la porta perché gli rimane la sola certezza dell'amore. Comunque si esprima.

I giorni, infatti, sono le piazze, le strade, i campi; dovunque si viva; ma dove tutto è dato in cambio di qualcosa, tanto al giorno. Di Mario giunge alla conclusione rovente che questo è un tempo duro dove non si possono trovare parole se non con strascichi di rimorsi e dal quale gli uomini, spaventati, accettano come doni le distanze e i dolori.

Il tempo che non muta mai, il viso della moglie e dei figli (raffermi in una chiusa meraviglia) che diventano lo specchio di un presente assoluto dentro il quale mestizia e gioco mimano porzioni di stelle e brandelli d'infanzia e improvvisi turgori, sembrano soltanto il medium espressivo di una più interna provvisorietà.

Perché l'uomo di Angelo Di Mario è un supersalariato in partenza («gli comprano le mani»), una tessera di un mosaico al quale è impossibile sottrarsi, una girandola boccaccesca sulla melodia smagante di una pianola da paese.

In questa ecologia della sconfitta, la misura dell'universo è minima e, ad un tempo, immensa come gli «archi alti dell'aria»; il bianco dei silenzi come un'oscura madre con la bocca rappresa di parole non dette: il tempo che c'è da secoli, fossilizzato nell'irrisione

Ma non bisogna confessarsi niente né riconoscersi impotenti. Non vale.
Alla fine dei giochi, uno solo rimane: la follia dell'amore.

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