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Prefazione a
La parola alta e muta

Vincenzo G. Costanzo

Vibra nella lirica di Angelo Di Mario una strana nota di inconsapevolezza sul futuro dell’Umanità, un senso acuto di angoscia come l’attesa di qualcosa di sconosciuto che non si sa come e quando e pure deve venire. A vantaggio o a danno dell’Umanità?

Il poeta sembra chiedersi questo e, nella sua impossibilità a dare una risposta al misterioso quesito, sembra volersi isolare, a forza, contro tutte le leggi della natura, della vita e della morte, per potere assistere, anche se impotentemente, all’arrivo di questa suprema incognita ed ai suoi sviluppi sull’avvenire dell’uomo.

“Discreta e sottesa | ama e si rompe | in corsa lungo il vento precipite | dietro le zolle di turgore e mare | sull’ago che serra le bocche di silenzio | e le stelle che non possono incontrarsi, | dato il fuoco, dato lo spazio perenne”.

Spettatore apparentemente impassibile e freddo, il poeta porta in sé racchiuso il cosmico dolore per incomprensibili destini che gravano su noi tutti:
“Primavera sconvolta, | incurvata sopravviene. | Qualcosa volteggia atterrato | nel mio cuore”.

E, insieme, la tensione psichica per una schopenaueriana insoddisfazione della volontà: “ La parola alata e muta | nel giorno fermo, sempre. | Moriamo entrambi fermi | sopra due rami distanti”.

Nella coscienza di non potere definire i motivi di questo inevitabile destino, causato da desideri umani e causa di nuovi e più prorompenti desideri, tuttavia egli vuole continuare a credere nelle facoltà dell’uomo, questo essere nato dal nulla, per una favorevole combinazione di elementi anche non casuale, è capace di sopravvivere spiritualmente a qualunque sciagura morale che tenda ad abbattere ogni sua concezione mentale acquisita attraverso l’esperienza di secoli: “Sì” di tutto “No” di nulla, perché – in ciò che si è, s’ha da credere”. Senza ombra di dubbio la poesia di Angelo Di Mario ci conduce, inevitabilmente, a riflettere, a cercare una giustificazione, a trarre delle conclusioni che rappresentino il diapason psico-fisico di tutte le nostre facoltà. Si può studiare, a tal proposito, la poesia XXIII che, per ragioni di spazio non riporto; ma, in generale, ci si può lasciare trascinare dai gorghi della poesia del Di Mario con la certezza di leggere non solo una poesia originale, ma soprattutto una poesia che di moderno non ha solo la forma bensì il motivo di essere.

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