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Emilio Diedo

La poesia di Corrado Govoni
trasposta in questo fine secolo

Corrado Govoni (Tàmara, 29 ottobre 1884 – Lido dei Pini, Roma, 20 ottobre 1965) quanto a tecnicismo metrico è un poeta molto discusso. L’etichettatura di “simbolista liberty” che gli è stata addossata è l’effetto del suo impegno canonico. Impegno che ne coinvolse l’esordio (Le fiale, 1903) e si protrasse per una quindicina d’anni (Poesie scelte, 1918). Un “simbolismo liberty” variamente dipinto, anche oltre l’epoca che lo caratterizzò. Il “canone” di Govoni, la sua metrica, viene recepito piuttosto malamente dalla critica. La questione talora anfibologica che ne deriva è se si tratti d’un modus semplicistico, sbrigativo, o non sia invece un artificio studiato ad hoc dal Govoni. È trascuratezza o è provocazione la sua?

Rispetto alla peculiare elaborazione di concezione pascoliana, quando il raffronto non avvenga addirittura con la koinè pedagogicamente asfissiante di matrice dannunziana, è ben difficile che lo stilema govoniano s’insinui nell’obiettività della critica. È luogo comune che i critici dello scorcio di secolo in cui scrisse Govoni fossero orientati a dare priorità a certa poetica di fin de siècle imperante, sovrastante. Solamente ai margini di detta critica si riesce a dedurre il meritorio protagonismo di Govoni, costruito nel superamento della monolitica cultura estetico-poetica che di quel lasso storico ne fece assoluta convenzione. L’apprezzamento a buon pro di Govoni è, e non può che essere, un riconoscimento a posteriori. È altresì vero che del décalage di début du siècle, laddove l’onnipotenza classicheggiante veniva messa in crisi – scalfita dall’aura crepuscolare e massacrata solamente dell’irrazionalità futurista – non fosse Govoni l’unico poeta innovatore. Accanto ad esso furono Corazzini, Palazzeschi, Gozzano, Moretti, Folgore, Onofri, Campana, Soffici, Rebora… per non aprire le frontiere alla memoria d’altri illustri contemporanei. Ancora tanti, troppi autori dovrebbero essere citati ed altrettanti discriminati, probabilmente. Esempio paradigmatico possiamo comunque prenderlo dai gruppi di scuola francese e fiamminga. Tra i loro esponenti, personaggi di spicco furono: Verlaine (1844-1896), Mallarmé (1842-1898), Rodenbach (1855-1898). Non diamo troppa rilevanza al Futurismo in quanto in sé incarna l’infedeltà per eccellenza ad ogni vincolo non solo canonico ma addirittura logico-referenziale. Siano considerati piuttosto quegli aspetti di “medietas” che, senza togliere nulla all’estetica, si contrapposero felicemente alla più accanita ritmicità metrica fino ad allora davvero straripante. Non a caso s’era prospettata un’avanguardia all’insegna del “presentismo” più che del futurismo. Si consideri l’Appello neoliberista del Fiumi, del 1913 (cfr. Polline, Studio Editoriale Lombardo, Milano 1914).

La molteplicità dei contemporanei di Govoni non mette tuttavia in dubbio l’antesignano ruolo del nostro poeta nell’innovazione rispetto al secolo precedente. Il senso di ricerca del nuovo è nella stessa essenza poetica del Govoni. Pier Vincenzo Mengaldo, per quanto concerne il canone non diverge dalla critica più ostile, tant’è che riduce Govoni ad una sorta di naïf del verso, ma d’altra parte lo assolve parzialmente. Asserisce infatti che “in Govoni il discorso prevale sulla struttura (…) è il discorso stesso a farsi struttura”.

Affermazione che, per quanto accidentale possa essere nella critica di Mengaldo, apre ad un nuovo e più lusinghiero programma di studio. Viene spalancata una finestra a critiche finalmente più favorevoli al Govoni. Facendo proprie le parole, famosissime, di J.P. Sartre (1905- 1980), Mengaldo sembra dire che “l’esistenza precede l’essenza” (cfr. L’essere e il nulla, 1943). È il significato dell’espressione estetica govoniana: un’idea applicata alla natura anziché allo spirito, alla concretezza invece che alla teoria. Non si può, non si deve scordare la parsimonia collezionistica di Govoni nell’enumerare osservazioni su cose, animali o persone, circoscritte al mondo agreste o altrimenti bucolico. Le cose che fanno la domenica, 1903 e Che cos’è la poesia, 1964, che, come si evince dalla loro datazione, racchiudono tutta l’esperienza poetica di Govoni, sembrano, più che poesie, elenchi di elementi o situazioni dai quali solo indirettamente, ossia in seconda battuta, si riesce a captare quel giusto senso affabulante che dà identità alla poesia, la sua necessaria aura. Solamente di riflesso dunque il lettore può emarginare l’insinuante sapore della prosa. In un passo della sua celeberrima Apologia della poesia (Apologie for Poetrie), Sidney (Philip, Penshurts, Kent, 1554 – Arnheim, Olanda, 1586) scrive che “la natura non adornò mai la terra con una tappezzeria così ricca come hanno fatto i poeti (…). Il mondo della natura è quello dell’età del bronzo ma sono i poeti poi a creare l’età dell’oro”. Govoni appare ispirato in tal senso. Kant stesso, nell’Introduzione alla Critica del giudizio (Einleitung, pag. 317), asserisce che la bellezza naturale “estende il concetto che abbiamo della natura da semplice meccanismo a concetto d’arte”. Ecco allora applicata la formula del Mengaldo, molto probabilmente ben oltre le intenzioni dello stesso critico. Effettivamente Govoni simbolista liberty, per Mengaldo, non vuol dire altro che un modo “felicemente ordinato e poco ortodosso” d’esprimersi. Vuol dire “rinnegare ogni fedeltà di fatto”. Credo che proprio in questo disconoscimento di canoni, scuole o gruppi, sia il maggior pregio di Govoni.

Del nostro poeta, Montale nota una sua particolare “gioia di potersi esprimere”.

Sanguineti sembra essere perfino geloso (questa è l’impressione che mi ha dato Sanguineti leggendo la sua spietata, ingrata critica su Govoni) dello stilema liberty-decadentista govoniano. Per Sanguineti Govoni è un autore selvaggio, che rende l’idea di un “raffinato primitivismo”. Ci si spiega allora meglio quel sentore di naïf addosso a Govoni avvertito soprattutto, ma non solamente, dal Mengaldo. Anche Leonardo Sinisgalli considera Govoni “assolutamente spoglio di pensieri, di idee, di filosofia”, all’inseguimento della sua buona stella “come un vagabondo”.

La libertà del poetare govoniano non è l’elemento che ne fa, in un certo periodo della sua vita, all’incirca dal 1911 (Poesie elettriche) al 1915 (Rarefazioni), “il futurista”, bensì è una libertà, e spesso impressa nella quasi-assenza se non nell’assenza totale di referenzialità, che spazia in tutto il suo corpus poetico. Già gli esordi ne incubavano l’aspirazione. E come no? Può essere che sia il subconscio del Poeta la vera soluzione alla conclamata superficialità metrica di cui è viziata la poesia d’inizio secolo di Govoni. Nel subconscio potrebbe stare la latenza della sua “libertà”

Del Govoni futurista ci è data forse la rappresentazione migliore dalla critica. A torto, io credo. Perché, come ho già detto, Govoni è Govoni sopra ogni manifestazione di gruppo, al di là del Crepuscolarismo come al di là del Futurismo. Non gli sta affatto male quell’intelaiatura di “simbolista liberty”. È la sua vera, azzeccata matrice artistica, che lo rende attuale, direi competitivo anche coi poeti di quest’ultimo squarcio di secolo. Govoni s’inserisce con naturalezza in qualsiasi ambiente culturale. Non è forse vero che tra i Crepuscolari sia riuscito ad imporre la sua singolarissima sigla giustapponendo alle “buone cose di pessimo gusto” di Gozzano le sue interminabili elencazioni di cose certamente non di “pessimo gusto”?

La migliore critica, a mio parere, perviene da Enzo di Mauro, il quale gli ascrive peculiarità triedrica: di espressioni, di stile, di aspirazioni. È la conferma che Govoni non dev’essere studiato nel particolare, come hanno fatto illustri critici, curandosi quasi esclusivamente della sua metrica, bensì materia d’analisi dev’essere la stratificazione emergente dal suo corpus poetico, assunto nella totalità delle opere, che si proiettano nel tempo.

La produzione di Govoni, circa duemila poesie o, alternativamente, 25 libri, dimostra d’essere sì in continua crescita. A parte la maturità cronologica del Poeta, risalta soprattutto il topos naturalistico, quale autentico sigillo autografo che lo rende grande alla storia.

Dulcis in fundo, occorre dire che anche quella mancata filosofia, da più parti rimarcata, finalmente appare. Si leggano le sue ultime liriche, talune pubblicate postume, quali, per esempio: Epigrafe, La Città morta, La ronda di notte, È l’ora, Dopo. uspan lang="IT" style="font-size:10.0pt; mso-bidi-font-size:

Oltre ai supporti di volta in volta richiamati nel testo mi sono avvalso delle seguenti fonti:

  • L. Anceschi, Le poetiche del Novecento in Italia, Mursia, Milano 1962;
  • F. Curi, Corrado Govoni, Mursia, Milano 19812;
  • L. Fiumi, Corrado Govoni, Taddei, Ferrara 1918;
  • A. Folli, Il laboratorio poetico di Govoni (Sulle annotazioni autografe ai testi francesi della sua biblioteca), in “La rassegna della letteratura italiana”, 1974;
  • F. Livi, Govoni tra Ferrara e Bruges, in “Italianistica”, 1972;
  • G. Mariani, Crepuscolari e futuristi: contributo a una chiarificazione, in “La vita sospesa”, Liguori, Napoli 19782;
  • E. Montale, Quaderno milanese, Milano 1983;
  • G. Papini, Corrado Govoni, in “Testimonianze. Saggi non critici”, Studio Editoriale Lombardo, Milano 1918;
  • G. Ravegnani, Corrado Govoni e la poesia del Novecento, Mondadori, Milano 1961;
  • E. Sanguineti, Tra liberty e crepuscolarismo, Mursia, Milano 19772;
  • S. Solmi, Govoni e le immagini, in “Scrittori negli anni”, Milano 1963;
  • G. Viazzi, I poeti del futurismo, 1909-1944, Longanesi, Milano 1978;
  • E. Sanguineti, F. Livi, P.V. Mengaldo, G.L. Beccaria, F. Curi, N. Carpi, M. Verdono, G. Tellini, G. Guglielmi, G. Tosi, in Corrado Govoni – atti delle giornate di studio. Ferrara 5/7 maggio 1983, Nuova Universale Cappelli, Bologna 1984.

 

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