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Prefazione a
Le ebbrezze di Chronos

Umberto Marinello

Con questa raccolta di poesie Emilio Diedo continua la sua ricerca sull'uomo, aprendo a una visione piiù ampia rispetto alle opere precedenti. Diedo ha cioè compiuto un passo importante verso la comprensione della complessità, della molteplicità delle peculiarità umane, per cui oltre alla denuncia o alla rivelazione dei malesseri, delle contraddizioni e delle colpe, s'inscrivono anche le gioie, le aspirazioni, le speranze che permettono all'uomo di tirare avanti, di guardare il proprio futuro senza cadere nella disperazione.

In Diedo è sempre presente una motivazione (e una pulsione) sociologica. L'indagine sull'uomo compiuta tramite la poesia non è che un aspetto della sua condivisione dei travagli che caratterizzano la condizione umana; della sua partecipazione emotiva agli stessi; di una sensibilità profondamente intrigante che lo lega indissolubilmente e che lo coinvolge, visceralmente direi, a tutto ciò che a quella condizione appartiene, con un sottofondo di pieta che è allo stesso tempo amore e comprensione.

Ma la sua adesione è sostenuta da un'analisi lucidamente razionale, intellettualmente giustificata da un'impietosa osservazione dei comportamenti e delle reazioni, delle cause e concause, e delle conseguenze. Diedo trasmette con i versi le proprie esperienze di vita. Racconta la conoscenza che ne ricava, affonda impietoso, anche con l'ausilio di una tagliente ironia, il proprio giudizio disincantato e critico, costruendo una "filosofia di vita" che pur partendo, si potrebbe dire obbligatoriamente, da un "pessimismo cosmico " lascia alla fine aperto lo spiraglio per il riscatto dell'uomo.

Il linguaggio è perfettamente pertinente: ricco nel lessico (termini dotti, neologismi), stringato e sintetico; penetrante e incalzante, produce scansions più che veri e propri versi, che provocano un ritmo fortemente accelerato che sembra indicare i tempi di un pensiero strettamente consequenziale. E' una poesia strutturata in modo da non concedere tregua, perché la vita non dà tregua, perché la contemplazione non è più di questo nostro forsennato mondo.

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