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Io e Pentesilea

in: Rodolfo Tommasi
Feremi ne lo cor sempre tua luce, 2005

Galoppavo ormai nel Territorio delle Amazzoni. Ma avevo molte frecce al mio arco.

E questo mi dava sicurezza.

Attraversavo splendide colline erbose e begli alberi folti mi chiamavano al riposo.

Venuta l’ora di PAN (cioè le prime ore del meriggio), mi distesi all’ombra come i pastori a mangiare pane e formaggio e subito dopo mi addormentai. Mentre il cavallo pascolava vicino.

Stavo sognando un cielo stellato e adagio mi avvicinavo a ORIONE, il cacciatore orso, e già sentivo la voce di SIRIO, il suo cane, che abbaiava festoso il mio arrivo, ma l’istinto mi svegliò.

Dieci Amazzoni mi avevano circondato. E una, per di più, teneva per la briglia il mio cavallo.

(Ladra!) Le diedi un’occhiata bieca.

E poi guardai tutte le altre, una per una, lentamente, senza muovermi. Finito che ebbi il giro dei saluti, tornai alla prima e vidi che, imbracciato l’arco, mi metteva sotto tiro.

Lo stesso, con ordine, fecero le sue sorelle.

Allora mi alzai adagio e ripresi il mantello. Raccolsi la faretra e l’arco e chiesi indietro il mio cavallo.

Ma le Amazzoni erano mute e ferme.

Allora imbracciai l’arco, curando di girarmi dalla parte opposta a loro, annusai l’aria (scoprendo così che mi era sfavorevole), e, con calcolo, spedii una freccia dritto verso il cielo. Forse il sogno di Orione mi aveva ispirato perché un volatile cadde infilzato poco lontano da noi.

Un’amazzone andò a controllare. Omologò la cattura.

E solo allora il gioco vero cominciò.

Mi restituirono il cavallo e, sempre in silenzio, mi spiegarono gli estremi del duello.

In pratica, una alla volta, si sarebbero battute con me. Così di nuovo mi rammaricai di non aver portato il mio cane. Lei, da sola, ne avrebbe tenuto a bada la metà. Ma tanto! se ne stava a casa, in questo momento, a godersi il calore.

Montai a cavallo e mi indicarono dove dovevo andare a morire. Raggiunta la posizione, imbracciai l’arco (ma solo per figura).

Aspettai la freccia della prima amazzone e la schivai. Loro aspettarono un po’, poi capirono che non volevo restituire il colpo.

La seconda freccia volò via deviata dal mio arco (alzato al momento giusto). Del cavallo non mi preoccupavo, erano troppo brave e il loro bersaglio ero io.

La terza mi colpì un sandalo che si spaccò in due con uno schiocco (peccato, non ne ho altri).

Alla quarta fui costretta a rispondere e la bloccai in volo con la mia e anche il cavallo avanzò nello slancio. La quinta finalmente mi entrò nella spalla destra e mi tirò giù di sella.

Nel nulla.

Al risveglio, PENTESILEA mi guardava.

Con occhi grandi e umidi.

Donna bellissima protesa sopra di me.

“A questo volevo arrivare” mi dissi.

E sospirai.

— Chi sei? E cosa vuoi? — mi sentii chiedere.

“Una domanda alla volta. In quanto alla prima, tu sai già chi sono: UNA DONNA”.

“E perché non l’hai detto subito alle Amazzoni?”

“Perché dovevo dimostrare loro qualcosa. Prima di tutto che l’abilità con l’arco non è loro esclusiva. E poi, a me stessa, che NON HO PAURA.”

— Cinque frecce hai ricevuto e non hai mai risposto, perché?

“Diciamo quattro. La quinta mi ha steso e le tue compagne, se ho contato bene, erano dieci. Potevano farmi fuori almeno altre cinque volte. Adesso sono io che devo farti una domanda: perché mi avete fatto vivere?”

Pentesilea, esitante, rispose — Quando le mie Amazzoni ti raccolsero nel sangue pensarono che la tua tunica avesse qualcosa di divino ...

“Cioè alla mia tunica diedero il nome di CORAGGIO e COSTANZA?”

Pentesilea sorrise dolcemente — ... e invece di seppellirti, ti spogliarono. Scoprirono, così, che sei una donna. E ne furono colpite. Molto più delle frecce che ti avevano dedicato. Tanto, da portarti fino a me.

“E tu, mi trovi una donna, Pentesilea?”

— Sì. E anche molto bella. Per questo da ore ti sto guardando e spiavo il tuo risveglio. Ti desidero già.

Se non avessi saputo di essere NUDA, lo scoprivo adesso.

Nuda sotto gli occhi di PENTESILEA!

Nuda sotto gli occhi della più bella donna al mondo.

E alla sua completa mercé.

“Come donna non valgo nulla. Lasciami andare. Ti prego. Hai già visto quello che sono e come sono. Mi vergogno di me.”

— Sei bella, anche senza l’arco e le frecce. Sei bella, così senza NIENTE.

“Allora il mio sogno si è avverato. Sono qui con te.”

Tentai di alzarmi ma la ferita mi ricondusse al letto. E Pentesilea mi ci costrinse subito dopo con la forza di dolci parole:

— Non devi muoverti. Lascia muovere me.

Così la sua lingua entrò dolcemente nella mia bocca e s’incontrò con la mia riempiendomi di tenerezza e di voglia di me e di lei.

Uscita che fu, lasciò in pace il seno ferito e scese in basso lasciandomi un ricordo che, al ritorno, non si riesce più a raccontare, salvo che fu bellissimo.

Mi guardò di nuovo con dolci occhi umidi e molto da vicino. La ringraziai e il mio sguardo le chiedeva IL SUO.

Lentamente, Pentesilea liberò la tetta destra dalla tunica e la vidi scendere come un tesoro verso di me. Mi baciò gli occhi, e persi la cognizione del tempo, mi baciò la bocca e la aprii a assaggiare quel frutto meraviglioso. Era dolce, fresco e caldo. E soprattutto grande. Inesauribile.

Nella febbre non distinguevo bene il caldo e il freddo. Era come se latte e cocomero mi dissetassero insieme. Desideravo quella tetta da tanto tempo e l’ho succhiata, bagnata, ci ho immerso la faccia, le mani: l’ho attratta verso di me.

Un liquido, lento, colava: era il mio sangue e ci colava addosso (non avrei dovuto muovermi).

La ferita sempre aperta chiamava anche lei.

Ma, dentro di me, chiedevo che Pentesilea non se ne accorgesse più di tanto.

Volevo amarla, come non era mai stata amata e come si aspettava di essere amata: come una REGINA e facevo fatica a sostenere la prova. Sentivo Pentesilea sussultare, sapevo cosa provava. Allora le appoggiai dolcemente le mani sui fianchi...

Così venne. Con un lungo sospiro. E venni anch’io. Allora mi sono addormentata.

Nel mezzo della notte ho aperto un occhio perché il mio amore sopra di me rimetteva a posto la poppa nella tunica e si alzava...

“Domani è forse il giorno della mia morte?” mi chiedevo. “Me lo sta preparando?”

Ma era così bello vedere quella poppa tornare al suo posto, che forse guardai quel che non si doveva...

Tornava come in una cripta, in mezzo ai veli, grande e maestosa poppa che avevo avuto il privilegio di amare. Ma la ferita mi riportò giù. Nel sonno.

Mi chiedono, ancora oggi, “Ma le Amazzoni non hanno una tetta sola? O nessuna? Non vi hanno forse rinunciato per tirar meglio d’arco?” Non so. Forse Pentesilea era mancina. Io non lo so. Quel che so vi ho raccontato. E la poppa di Pentesilea non l’ho ritrovata, in nessuna donna, mai più.

29 novembre 1992


* Quando dico ‘IO’ non intendo qui la persona mitologica cui quel nome corrisponde, ma chi partecipò di questa storia, cioè io che adesso la racconto. Pentesilea è invece proprio la mitica Regina delle Amazzoni, figlia e sorella di Regine.
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