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Lettera dal fondo del fiume

in: Rodolfo Tommasi
Solchi di scritture
Letteratura dal '900 al 2000 e oltre
, 2007

Sai, ho pensato tanto questa notte a una storia che volevo scrivere perché mi sentivo, proprio mi sentivo, dentro, questa voglia piena che ormai conosco di fare nascere qualcosa e mi dispiaceva non farlo... che dopo essermi dibattuta fra vecchie idee e nessuna veramente nuova, mi ha conquistato l’immagine liberatoria di me sulla riva di un fiume. Ormai tu sei abituato a guardare con me e sai quello che mi piace vedere, così ti immagini dove mi trovo. Scrivo a te dal fondo del fiume, ti sembra impossibile? Eppure succedeva tranquillamente in ‘Sunset Boulevard…’ lui raccontava come era stato vivo e come era morto e come galleggiava nella piscina sotto gli occhi della folla. Ricordati che anch’io sono un autore. Che è maestro dell’impossibile e creatore di tutte le situazioni. Solo un motivo ci spinge tutti: dire il meglio nel miglior modo per quanto difficile sia. Е spesso moriamo per questo. Capita che arriviamo sul punto di dire qualcosa ma le nostre vecchie parole, il nostro modo di scrivere e di pensare, che ё stato i1 meglio fin lì, non ci soddisfi più e se, dopo una ricerca in cui abbiamo impegnato tutto, non troviamo… c’è da rendersi conto che al mondo non abbiamo più niente da dire.

Oh io non sono proprio così. Sono una maledetta e presuntuosa ottimista di fondo. Convinta che prima o poi la mia nuova verità salterà fuori. Ma non mi sono mai nascosta di essere una persona che resta sempre alla superficie delle cose e forse per questo oggi sono andata a fondo. Sì, fino in fondo al fiume. Е ben da lì che ti scrivo, ti ho detto. Stavo sulla riva, in piedi, e guardavo lontano sul fiume e poi di fronte a me un’isola piena di uccelli che facevano chiasso. Е l’acqua… l’acqua mi affascina, certo. Come tutto quello che nasconde un mondo sotto di sé.

Così ho giocato un po’ con un rametto nell’acqua. Sai… tutti quei cerchi e quei riflessi, quelle cose complesse che non puoi trattenere e che muori dalla voglia di conoscere.... C’era quel benedetto sole che mi faceva fretta… eh sì perché naturalmente volevo vederlo scendere nel fiume, vedere dove vanno a nascondersi per la notte tutte quelle chiazze di luce che penetrano l’acqua. Quei riflessi che scendono fino alle rocce subacquee e si chiudono nelle fessure fra le pietre, che bagnano gli animali, che fanno luccicare gli occhi e 1e pinne di quelle ombre scure che ancora adesso ci vivono, porca miseria, nel fiume. Tu lo sai che una volta il sole si andava a riposare in una tazza d’oro al di là delle Colonne d’Ercole? Bé, da quando l’uomo ha finalmente passato Gibilterra e l’Oceano, quella tazza d’oro è naufragata per sempre. Forse non c’era da crederci? Andiamo! ma se era una delle immagini più belle dell’antichità.

Eppure… quando qualche volta ho guardato l’orizzonte sull’ovest e il sole mi scendeva davanti agli occhi sempre più in fretta e bellissimo, io sono riuscita a vedere per qualche momento, prima che la luce si spegnesse del tutto, quel dondolio magico e i bagliori che dovrebbero essere scomparsi. Perché io sono come gli antichi esseri umani che con quell’immagine hanno vissuto. Credi che ci sia differenza perché viviamo in questo secolo così scientifico? Ma se anche tu qualche volta lo hai chiamato troppo scientifico. Tu guarda qualche volta l’orizzonte a ovest nei prossimi tempi e prova se vedi dondolarsi un bagliore che non è quello del sole. Non c’è favola più bella di quella di una vita ben vissuta in cui uno ha fatto e creduto quello che ha voluto. Ma che cosa pensi che resti di ognuno di noi nella mente degli altri dopo che saremo morti? Un pettegolezzo. Qualunque cosa noi abbiamo fatto e chiunque siamo stati. Te lo dico perché tu sappia che non sono state le convenienze (che tu sai mi hanno sempre fatto star male) a portarmi via. Non il giudizio degli altri. Ma il mio giudizio. La mia libertà, la mia idea della vita, il mio disprezzo per la vecchiaia, il mio panico d’avventura, la mia mancanza di curiosità. Tu puoi chiamare il mio giudizio superbia, la mia libertà illusione, la mia idea della vita fantasia, il mio disprezzo per la vecchiaia orgoglio d’età, il mio panico d’avventura inquietudine, la mia mancanza di curiosità presunzione e senza accorgertene avrai reso lo stesso un grande servizio alla mia personalità. D’altra parte, ho sempre pensato che ё necessario prendere ognuno per quello che è rischiando anche di perderlo. Ti ammiro, perché l’hai fatto con me, ma davvero non vorrei essere al tuo posto, perché tu mi hai proprio perduto. Mi verrai a cercare in fondo al fiume? Invece preferisco abbandonarmi... a quest’acqua e a questi sassi che cominciano a scorrermi sotto, a portarmi via. Е il sole muore effettivamente e io ne ho visto chiudersi la luce fra il nero delle rocce sul fondo e l’erba scuotersi e brillare.

Sono qui quasi prigioniera del buio e prima che la notte diventi completa scivolo via con la corrente. Scendo col fiume scendo con le cose con tutti i mondi sconosciuti alla vita dell’uomo scendo avvolta da infinite altre vite storie, da infinite altre morti.

“Su per il corso del fiume / Tornare alla grotta buia / dove sono nata” Mi ricordo adesso quei miei vecchi poveri piccoli versi che finivano “Su per il corso del fiume”

(notte fra 10 e 11 settembre 1976)
tratto da Trilogia dell’acqua

° ° °

Nata a Ferrara, dove tuttora risiede, Angela Fabbri lavora a Bologna come consulente informatico. Ne1 1997 pubblica, con Asterisco, L’albero di cuori, dove già si profila un’arte affabulatoria intensa, carica di motivate provocazioni e del tutto particolare, penetrante ed efficace, libera da indizi in cui si potrebbero riconoscere volontarie ascendenze o connotate derivazioni.

Tuttavia, rudezze talvolta persino pietrigne (per esempio, in peculiari scelte lessicologiche), unite alla fluida spinta comunicativa dovuta a un sempre vivo ardore del linguaggio, possono far pensare a climi culturali profondamente interiorizzati ed elaborati su radici diverse e imprevedibili che si diramano dal Medioevo all’Espressionismo, dai moventi delle fluttuazioni oniriche dei secessionisti viennesi alle contemporanee coscienze utopistiche della ‘controletteratura’, dalle asprezze di Villon a certe sofferte inclinazioni baudelairiane. Quattro anni dopo, “Il sesso degli angeli” (Este Edition) offre conferma e nitore all’unicità di questa scrittura, la quale, con “Giochi tremendi” (ibid., 2000; Helicon, 2004), raggiunge un apice di peculiare complessità nel segno del lirismo e della lacerazione, nell’uso del simbolo e nella pregnante – non di rado acrobatica – dialettica che viene a strutturare 1e calcolate oscillazioni tra commedia e tragedia.

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