da Il versante vero, 1999
Istanbul
Se
i minareti allungassero l'ombra
dipanassero
fili di garofano blu
fin
nei capelli
di
questi sciuscià disincantati
vuoiscarpecomestellemillelire
si
fermerebbe il tempo
all'angolo
vergogna
dell'hotel
Mercure.
Franerebbe
il tempo
con
ali stupefatte
sul
tappeto
dei
pentimenti.
E
Beyoglu
risuonerebbe
a un tratto
di
giochi e grida
correre
a rompicollo
sfidando
la prua delle navi sul canale
cercare
lungo i fossi
canne
robuste
verdi
da scortecciare
poi
via
sul ponte a pescare
uva
di Smirne in tasca
fino
al tramonto.
Vedrebbe
il Corno d'Oro
ancora
i suoi riflessi
nei
capelli vaniglia
nei
guizzi all'amo
nei
lampi
dell'orgoglio
bambino.
A
sera
affonda
il
Gran Bazar dei sogni
in
polpa di meduse
sultani
smeraldini
come
ramarri
dagrandevogliofarecapitanomercantepescatore
Sul
cuscino
anice
e zafferano.
La piazza delle vinte tarantole*
-
Abbiamo
altre parole questa notte:
un
corpo musicale,
a
vendicare il tempo
passato
senza fuochi
Abbiamo
l'alba
che
batte su pelli tese in sarabanda,
furore
d'argento sugli olivi,
fino
al mare - l'eco
ingelosisce
le grotte -
Piedi
a
scandire colpi d'amore sulla terra
E
tuoni
a
dissipare tutte le aracnitudini
In
piazza l' aria
è
disegnata di spade con le braccia
Le
ragazze scintillano la terra
dove
ballano
Volano
i cerchi delle gonne alla luna
S'incendiano
i tamburi. Fino a sangue
(A
sciogliere i cani ritmici, all'unisono,
si
sfianca la paura)
* È una piazza del Salento, dove il suono dei tamburellisti coinvolge la popolazione in un ballo liberatorio collettivo
per tutta la notte.
Avvertenze ai passeggeri
Premere per aprire la porta
Non
l'aprivo, quella finestra sul mare,
in
cima alla salita,
un
pò più lunga di questo finestrino in vettura.
Socchiudevo
le imposte, solo
una
riga sottile, per non essere vista.
Passava,
quel
dio del nord che mi squassava il petto,
la
testa bionda, gli occhi sicuri
di
un disegno futuro già scolpito
dove
io non ero.
Profezia
che stordiva.
Premere per aprire la porta
Premere
il pianto
di
non poter rinascere,
imparare
il gioco delle esclusioni,
imparare
a morire, per vivere.
Allarme - Manovrare solo in caso di
pericolo
Attento,
amore,
non
si gioca con un piccolo cuore
il
gioco dell'altra rima.
Del
dolore, in silenzio i fendenti.
Nessuna
cicatrice. Solo
una
venula più azzurrina delle altre
inombra
il viso anche quando
tutto
il corpo sorride.
E
mi ostinavo,
nel
gioco degli amori incorrisposti.
Siccome
sei quasi bella, devi osare!
Occhi
come pugnali.
Il
resto: la tua seta.
Barcollavo,
minimi i sostegni.
Durante la marcia, reggersi agli appositi
sostegni
Amiche,
amici, compagni miei incolpevoli!
Lacrime
scambiate
per
fastidio di rimmel
o
peggio, pena
al
mio limite d'ali.
Premere per aprire la porta
Premere
il capo
sul
tuo ventre di madre avrei voluto,
a
ritardare ancora il parto
di
me e del mio dolore secondato,
inconsolato.
Addossare
la mia fronte alla tua,
per
capire.
Stringere
salda la tua mano,
per
non incespicare.
È doveroso
agevolare l'uscita dei passeggeri
prima di salire in vettura
Dolmen
Ci
chiameremo Dol-men
navigando
su Internet
Tre
massi levigati
guardano
il sole in Puglia
identici,
tra gli olivi,
ad
altri tre lontani
nella
torba d' Irlanda
Costruiti,
sembrano,
per
commessa via E-mail
su
progetto via fax
Simili
come
simile era
la
lingua per pregare gli dei
o
invocare la pioggia
Da
nord a sud uguale
fame
e necessità
Oggi
pare diversa
la
questione
-
difesa dell'etnia
o
dell'economia
tornate
in Albania -
Dol-men
-
uomini di dolore -
siamo
da tempo
E
solo
quando
ci chiameremo tutti
per
nome correndo sulla rete
come
fossimo
nel
vecchio cortile o nella piazza
divenuti
orizzonte
e
sapremo mutare
Babele
in comprensione
finalmente
potremo
ricostruire
i Dolmen
prima
che il sole crolli
Anime e sogni
Oggi
è tenace intorno a me
s'avvinghia
mano
del mondo tecnico
a
oscurare
– e rido mentre combatto tutto questo silicio
senza
elmo né Sancho al mio fianco –
a
oscurare
quel
tintinnio che scuote, al mattino
velo
di margherite
e
nacchere e tamburi, come un avvertimento.
Proviene
dall'ultimo
sonno che ci consolava.
E'
di giorno che dormiamo davvero
saturi
gli occhi del pulviscolo
di
lenzuola automatiche
pieghe
su pieghe inerti
copriamo
la sorpresa
dei
voli e delle luci
– non ci basta –
vorremmo
la
visibilità globale
corone
ed inni
se
pure ormai è difficile
nascondere
la
contrazione in viso
e
quella ruga oscura in cui
l'innocenza
s'annega.
Non
sappiamo
di
vivere solo la notte
Ipotalamo
spoglio del rumore di fondo,
concitazione
e orgoglio.
A
tratti emergono
quei
voli, quelle luci
Vogliamo
solo briciole
di
paleolitico
parole
anche non dette
la
mano sulla spalla:
uno – sono qui, t'accompagno –
aiutami a guardare –
tre – danziamo tutti, a turno –
E
tutti intorno danzano. Insieme,
anime
e sogni.
La tua vita è un'arancia
Il
tuo arco di vita deve essere intenso, ragazza.
Tieni
fresche le labbra , cercando poesia!
Tieni
abbracciato il mondo
coi
capelli che cantano!
La
tua voce
infinita
colora
il miniappartamento del mondo.
La
tua vita è un'arancia.
Si
sgranano gli spicchi.
Volano.
Già che corre la vita
Soy ombre: duro poco
y es enorme la noche
Octavio Paz
Già
che corre la vita,
scelgo
una corsa semplice
Perchè
tutto è accaduto
semplicemente
Un
soffio
come
d'aria che trema
Poi
solo
un
profumo di menta
Felicità
di andare
coi
sandaletti nuovi ritrovati
Fermate
dolci-amare
abbacinate
sull'incavo
di una guancia virile
Correre
ancora
gemmare
scontrosi rami, non importa
Importa
lasciarsi
contagiare dai pensieri,
parole
disvelanti
su
pagine rubate a mille notti,
rivoli
di un' epidemia
scesi
a tracciare l'anima
Al
capolinea
ho
salvato gli stracci più preziosi,
poche
frasi e scarne,
capaci
di
guidare il destino
Ora
so riconoscere i miraggi
Ora
so arrendermi
alle
ombre di materia soffribile
Non
temo
altri
giochi brutali
e
cammino
Un
cammino placato
Siamo
in tanti a scendere
offrendo
mantelli ininterrotti
di
fuochi e solitudini
Gli
orli
son
ricamati di domande
Distacco
A Manuel
Oggi
sei luna
scarmigliata
non
ti lasci comprendere
Occhi
guizzi di fuga
piccola
nave sei
disormeggiata
Eppure
solo ieri toccavi
il
cesto scarlatto dell'abnegazione
offerto
da ogni madre
Il
non volerti opprimere
diviene
in paradosso,
peso
o assenza, non so,
madre da smadrire
Allora
scarnisciti di me,
libera
le tue stelle
Va',
cavaliere errante, spandi
i
tuoi brividi sonori per il mondo,
addentalo
Divorami
pure, e pure sputami
So
rimanere
pallore
d'acquerello al fondale
per il tuo firmamento
Luce da ognuno, a tutti
Scorgere,
dopo una notte docile, imprevista
su Jorge luminoso
luce
da ognuno, a tutti
Dopo
anni rabdomantici di sete, in ogni voce,
anche minima e oscura
riconoscere
fiori e radici d'anima,
il
profumo ricurvo di bellezza
Come
rischiara l'ascolto del tuo polso
unito
al mio, se vola
in catena di prolungabili sussulti
a
svolgere dal pozzo corde avviluppate
in
salita leggera di parole-carrucole,
in carezza di voci
-
il fondo genera fango inaspettato, a volte -
La
più insensata invidia quella
delle parole
Luce
da ognuno, a tutti
A
scrivere di frutti disponibili, d'ali a librarsi
sono
la terra e il cielo, in fondo
Noi,
dita di sabbia e nuvole, soltanto
Mentre
già corrono
i
giorni finiti e la memoria
A
librarsi... Sì, su un libro, a volte,
si diventa leggeri,
come
foglie estreme, consapevoli
dell'imminente volo
Vite
sottili, in altalena
d'ombre
irrisolte
e
luci ferme, generose
S'accendono
i fogli, a volte,
per la luce
i
prolungabili sussulti
a
svolgere dal pozzo corde avviluppate
in
salita leggera di parole-ca
Ninna-Nanna all'incontrario
Dormi
Ti canto il cielo
Ride
con luci piccole, infinite
come le storie piccole del mondo
Spande per te gocce di latte, avvita trottole
Una s'accende, lanterna serena del tuo giro
Dormi
Ti canto il sole
Batte
danze di fuoco accordate
al ritmo del tuo petto
Ma è difficile imitare la musica di un'alba
E tu lo vinci
ché troppo forte è il tuo abbraccio alla vita
Dormi
Ti canto l'uomo
Perdo
le parole. Non so più
cantare
Si fa convulso il volo di
colombe sul tuo capo
Forse le città troppo scintillano
Troppo alti i fuochi che devastano
Non ricordano di poter scaldare
Si interrompono i ponti. E le parole
Anche
se dormi
canta
Tu solo puoi cantare
dalla regione dell'arcobaleno,
ponte comprensibile
che unisce tutti i nidi di colombe
La tua canzone ferma il dio veloce
che inebetisce sguardi
e spegne i fuochi teneri
delle parole
Tu solo li ravvivi,
tu che non smetti
la cantilena noiosa-grandiosa dei perché
Perché i fuochi incendiano, i ponti crollano,
le parole non parlano, perché?
Tu solo, bambino, puoi rispondere
Anche se dormi,
cantami l'uomo che sarai
Ti
ascolto
Domande ai cieli
Infine,
cosa chiedere ai poeti
che
non sia già in quell'eco reiterante
sussulto
quotidiano
brusio
d'anime andate
sorridenti
appena
appena ironiche sul filo
di
quel varco indicibile
Domande
ancora di carezze ai cieli
Un
desiderio strano,
tenue
e assordante insieme
come
un batter di piedi in una danza
antica
fino
allo sfinimento
Di
fronte al mare poi diventa urlo
Muto
si staglia e attende
Naufraghi
della vita non importa,
purchè
si veda infine
svanire
la fredda ruota delle stelle
e
terra e cielo capitombolare
cambiar
di posto e anche di carte in tavola
Un
fiore chiaro di parole dove
sono
nebulose
e
sotto un sole piccolo
di
pane
scambiato
come moneta
Lo
stesso mare è naufrago
Ascolta
confuse
invocazioni ripetute
in
suono perpetuo di conchiglie.
Sullo
scoglio disegna la risacca
ombre
possenti
Può
rispondere
solo
con litanie
|