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Prefazione a "Porte / Doors"

Paolo Ruffilli

L'esperienza di Annamaria Ferramosca si muove costantemente tra racconto e illuminazione; tra un'immagine scheggiata, puntiforme, e un'immagine più distesa, tendente cioè al discorso complessivo. Come appare in questa densa raccolta dal titolo emblematico Porte/Doors, allusivo a quei passaggi di collegamento al resto del mondo. Nella poesia di Annamaria Ferramosca, insomma, il rispecchiamento del reale e la riflessione sul reale si mescolano e si fondono in qualcosa che può far pensare al così detto flusso di coscienza; con le sue continuità, appunto, e con le sue pause, con le sue distensioni e con le sue contrazioni, con la sua linearità e con le sue istantaneità.

Il flusso di coscienza ha la sua forma privilegiata in un continuum ritmico-sintattico; attraverso it quale, proprio nell'andamento intermittente, si distende il flusso dell'esistenza universale. Esistenza che ha il suo riferimento privilegiato nel paesaggio: un paesaggio, evidentemente, non nel senso naturalistico e neppure, per così dire, pittorico (anche se i colori, per altro uso o scopo, ci sono). Piuttosto un paesaggio come referente o correlativo reale; rispetto al quale, insomma, far muovere e agire le tensioni e le pulsioni che se ne fanno schermo. Ma "schermo" tipo quello del cinematografo, che serve a nflettere e a far vedere, non a coprire. Dunque, un paesaggio (e altrettanto vale per le figure, schermi a loro volta nvelatori) sul quale e dal quale risaltano ed emergono le mille voci e gli infiniti volti della vita.

La risorsa di questa poesia è, appunto, la molteplicità stessa della vita. Così si incrociano, sulla scena della pagina, la memona, la riverberazione, il filtraggio, ma anche il salto, il ribaltamento, l'espansione. In quell'amore per la vita che è sotteso a ogni verso di questo libro e rappresenta l'energia stessa che anima la poesia di Annamaria Ferramosca.

La poesia di Porte/Doors, nel suo disporsi ai riti sacri (specchiarsi, entrare, fissare, donare...), è come tale incline ai ruoli assoluti, ma nello stesso tempo continuamente si ritrova, per spinta autoctona lievemente increspata dall'ironia, a esorcizzare tutti gli incantesimi che pure rivela e partecipa agli altri.

Il tutto, in un'oscitlazione penodica, inconsapevole (al di là di tutte le consapevolezze e del mestiere) ma regolare; in un baluginare obliquo (ma non crepuscolare, piuttosto se mai aurorale) che è la sua caratteristica formale, la sua stessa pronuncia melodica.

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