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Prefazione a
Zeeero

Marco Palladini

Gemma Forti mi sembra un’autrice in movimento. Un’autrice che debbo ancora capire chi è. Forse lei stessa deve tuttora auto-capirsi. Per intanto si muove, muove la scrittura, è inquieta nel senso che rifiuta di stare nella quiete di un poetare per abitudine e per inerzia. Questo libro, non a caso, sposta il tiro, cambia i giochi semantici fin dal titolo. Penso ai libri precedenti che ho letto di Gemma: il racconto La casta pelle della luna, il romanzo in versi Gli occhi della genziana, la raccolta poetica Candidi Asfodeli Vezzose Ortiche. Tutti titoli in qualche modo para-dannunziani, astutamente e, appunto, vezzosamente demodé, se non rétro. Con questo Zeeero scivoliamo subito nelle vicinanze di Marinetti o in una temperie palazzeschiana. Dunque, da una parte il piglio parolibero-futurista quasi come memoria-segno di un tempo in cui si credeva ancora al Futuro (tempo di progresso e di ‘sol dell’avvenire’). Dall’altra la giocosità birichina e finto-bambineggiante dell’allegro ‘poetimbanco’ fiorentino, con magari un’eco dei sublimi birignao delle Signore del teatro d’antan – penso a Sarah Ferrati, a Tina Lattanzi, a Elena Zareschi.

A onor del vero, pure in Gli occhi della genziana (cap. XXI) la scrittura a un certo punto si imbizzarriva in mera onomatopea e, poi, in esplosione filamentosa di ‘radicali liberi’ consonantici che si coagulavano in puri grafemi visivi. Ma lì era un inciso, una parentesi all’interno di una ortodossia compositiva. Qui la svisatura indica un preciso vettore semio-verbale che si replica più e più volte lungo tutto il testo: "AaaaaaaammmmM – Haaai – MooooooorS – SO ooo GNO ooo – ROMAaaaaMOR – Felicitaaaaaa’ etc.". Spia palese di una gestualità ipervocalica che richiama e, infine, pretende il complemento dell’oralità.

Zeeero ha, però, anche un’ovvia valenza ‘azzerante’, un senso di tabula rasa, di punto e a capo, di ‘ripartenza’ del Denken-Dichten. Un pensare-poetare che abbisogna di una appropriata struttura testuale, che qui s’incardina alla sequenza alfabetica, da A a Z, per derivarne un ideale lemmario, quasi un dizionarietto des idées reçues sul mondo ‘a perdere’ o, forse, già perduto. E mi piace che queste ‘idee ricevute’, queste suggestioni introiettate provengano da fonti le più eteroclite, alte e basse, colte ed extracolte; tali per cui si oscilla tra Dante Alighieri e Alberto Rabagliati, Thomas Stearns Eliot e Al Bano & Romina Power, Peppe ‘er tosto’ Belli e Bertolt Brecht, Catullo e i Manoscritti economico-filosofici del 1844 di Karl Marx. La disinvoltura sopra e sub-citazionista di Forti viene ripagata dalla sua ammiccante ironia, dall’ammirevole grazia con cui saltabecca dall’evocare "Ba ba ba baciami piccina sulla bo bo bo bocca piccolina" all’invocare "Non è più tempo di roselline & fiori | Prose gentili – gorgheggi garruli d’uccelli |… Ma di lame sottili a doppi tagli | Di capi recisi – teste mozze | Torture – sevizie – malefatte".

Insomma, Forti come l’autore di Perelà ci dice "lasciatemi divertire", ma poi sa benissimo che viviamo (o disviviamo) nell’epoca trimillenaria e crudele di "Guerraee infinitaeee & senza scampo". Come già s’era visto in Candidi Asfodeli Vezzose Ortiche, la politicità è infatti uno dei pedali essenziali della scrittura poetica di Gemma, ben convinta che senza slancio civile non si può dare alcuna reale civiltà. Qui la politicità può assumere la cadenza di "irrisione" appena criptata nei confronti del Berlusca ("… non sono cresciuto in altezza | ma sono cresciuto in ricchezza | l’unica cosa che conta e mi fa così fico… | tutto va bene niente va male signor generale"); oppure estrinsecarsi nella pedissequa elencazione di una virtuale ‘casalinga disperata’, incatenata alla ripetitività depensante e demoralizzante dei lavori domestici. Così, alla lettera W, la grande sœur protofemminista non può che continuare ad essere Virginia Woolf, colei che osservava con suprema e assai spiritosa sprezzatura come le donne insistevano da secoli a svolgere la funzione di specchi deformanti a proprio danno. Nel senso che riflettevano la figura dei maschi raddoppiandone le proporzioni.

Forti mi sembra avere ben assimilato la lezione di stile di Virginia, nel senso che non indulge mai ad una sterile algolagnia, né si abbandona a stereotipe querimonie liriche. La sua scrittura prilla e scintilla anche quando si sofferma a descrivere il corso penoso del decadimento fisico (Eternità), ovvero quando registra con minuzia il molteplice, cotidiano funzionamento della macchina biologica umana, la quasi inverosimile complessità del nostro corpo organico (Ogni giorno). Laddove, poi, sempre spunta il postremo rinvio ad un "padreterno" che ‘sa’ (provvidenziale o improvvido che sia).

Secondo quasi una ‘giamburrascosa’ autrice surmoderna, Forti peraltro non si perita di sbertucciare, tra tanti ‘sopracciò’, anche i ‘mostri sacri’ della poesia. Eliot, per esempio: " ‘Crudele è Aprile’ & Maggio Giugno Luglio Agosto Settembre Ottobre Novembre Dicembre Gennaio Febbraio Marzo? Nooooooo? ". O il nostro sommo Leopardi, subito appellato "il poeta gibboso" (tiè) che naufraga "in un rivolo di melense rime baciate | pastose assonanze/dissonanze assonnate". E la cui "donzelletta" si reincarna al presente in una "casalinga frustrata-sfruttata" che se ne va ruzzicando in motorino tutta "im-piercettata" e, quindi, cornifica digitalmente il consorte chattando in internet, nottetempo, mentre "Sbatte sfotte fotte" con un "Matta Matteo Mattia fu Pascal | Pascoli pascolino Pasqualino pasqua Pasquino". Di codeste catene fonematiche per allitterazione, epanalessi, anafora, anadiplosi e quant’altro è crivellato il testo di Forti.

Che ha, talora, attacchi martellanti davvero eccellenti: "Serpeggia saetta s’aggira s’infratta s’incunea s’insinua s’innesta s’incista s’incava…" (Dododo). Perché è sempre la lingua che prevale e, comunque, vivifica i ‘temi’, dal momento in cui la mass-culture e la tivù trash hanno cannibalizzato certi ‘temi’ e allora, ad esempio, "il sogno è vita | la vita è sogno" non appartiene più alla grande poesia drammaturgica di Calderón de la Barca, o alle ermeneutiche psicanalitiche del dottor Freud, ma purtroppo ai tormentoni da beccamorto del presentatore Marzullo.

Persino Zeeero, volendo, dentro il concetto della sua ‘vuotità’ matematico-filosofica potrebbe contenere le risonanze ‘zeromaniache’, di ‘zerofollia’ da ‘zerolandia’ del corrivo cantante Renato. Quasi nulla oggi si salva, non lo ignora certo Forti che cita ad hoc Cicerone ("O tempora! O mores") e tampina scettica l’anima "animale sociale" di un uomo che rifiuta di essere ciò che è, dissipatore mortale contro la natura e contro la sua stessa natura, in definitiva "Ombra che passa – semina & accumula | Ciò che poi non può raccogliere".

Che cosa resta allora? La voce, direi. La ‘presenza della voce’ (vedi Paul Zumthor), "the voice" (anche come Frank Sinatra docet, certamente). Una "vox" che non è vox populi, bensì vox singula, voce di autore precipuo e, come accennavo all’inizio, in movimento: "Questa voce che senti ristretta | Che ti prende – ti soffoca in gola | Questa voce che grida con fiato parole sconnesse – arde nel petto | Questa voce che sale – discende – si spegne – s’accende | Ti segue persegue percuote le membra | non s’arrende".

Ecco, l’inarrendevole, ludica voce di Gemma Forti dura e perdura, resiste oltre i sonni della ragione e gli incubi-mostri della coscienza. Mi viene in mente il grande Emilio Villa (Letania per Carmelo Bene): "vox hi hi, vox hi fi, vox hieroglypha | vox labilis, vox lubidinis, vox labyrintha | … anima di voce Assolta all’elabia |… est-ce que vous en savez quelque chose | d’une Resurrection sans fin?".

Finché la voce di un poeta continuerà a brucare e a bruciare parole nell’ansa del suo kuore, potremo ancora credere ad una resurrezione senza fine, ad una resurrezione che giocosamente e gioiosamente transfinisce.

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