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Postfazione a
Dentro alle fonti
Carla De Bellis
Divisa in sette sezioni ognuna di tre
poesie, la raccolta di Marinella Galletti ricerca la simmetria. Ma non tanto la
simmetria come quella fonica distribuzione del ritmo cui lo strumento verbale
tende naturalmente a disporsi, quanto, piuttosto, secondo il suo valore proprio
e originario di qualità dello spazio.
La stessa disposizione grafica di
ogni testo, ritagliato in una forma rettangolare e perciò chiuso entro un
confine geometrico, lo struttura come un corpo nello spazio, proponendo uno
schema visivo come un elemento essenziale della composizione. La dispersione
temporale della parola viene, così, ingabbiata e costretta da un limite visivo,
e la continuità effusiva e nei significati spesso radiante del ‘discorso’
verbale (il suo dinamico, deviante discurrere) tagliata con una sorta di
violenza che spezza il senso per costruire una forma sensibile in ostensione. Lo
spazio finito dei rettangoli più o meno estesi in cui si chiudono i testi sembra
avere, nel risvolto della sua evidenza, un’allusiva funzione antagonista:
proprio rispetto all’intrinseca circolarità del discorso poetico che ruota
fondendo inizio e fine e assumendo lo sfuggente arcano dell’arcaico ouroboros
circolare; e proprio perché questo è il più profondo segno della forma infinita
(non finita né ferma: invisibile, inafferrabile e incoercibile) del tempo.
La raccolta, infatti, appare
stringere un nodo, o una tensione, o un paradosso, dove i due termini che si
toccano e insieme divergono sono appunto quelle due dimensioni su cui poggia
l’umano esistere oscillando interrogativo tra finito e infinito: lo spazio e il
tempo. Non dunque fattori solidali dell’identità riflessa dell’esistenza, ma
forze in tensione, e la contesa prende corpo nella parola ‘costruttiva’ e nel
dettato del senso che, in cerca della soluzione del dissidio, si ancorano allo
spazio e alle sue forme e, insieme, cedono al tempo, accennando alla
dissipazione del suo moto. Le varie sezioni ricercano “superfici”, “volumi”,
“forme” e “figure”, “profili”, ma anche “polveri” dispersive ed effuse, e segni
dell’impressione dinamica del tempo sullo spazio: “scoscese”, “tragitti”,
“direzioni”.
La contesa discende nella
divergenza delle qualità: la stasi e il moto. E, rispetto ai diversi oggetti
della percezione sensibile, riguarda i corpi e i suoni, il visibile e il sonoro.
La “stanza”, definito perimetro, prova a trattenere il “giro” di una musica
sospinto dal tempo o il vortice, ugualmente mobile e circolare, delle foglie
afferrate dalla forza dinamica del vento: per ‘contenerli’ e indurli alla
propria stabile forma. Il tempo sostanzia il suono e il moto avviandoli a un
dinamismo metamorfico, cui si oppone il profilo di un corpo. Il corpo è lo
spazio e il visibile, dunque la forma: che come oggetto sfuggente la scrittura
invoca ed insegue. Fragile e insidiata come quella del “fiore” dove si annida la
forza dispersiva della mutazione. “Superfici”, “perimetri”, incalcolate
“lunghezze” riposerebbero nella misura di uno “spazio”, se lo spazio non fosse
sommosso dal “vento”. La forma del fiore è multipla (le “forme del fiore”),
transeunte, mutevole, impressa dal tempo, e il fragile fiore assente si chiude
in un luogo mentale: è contenuto, ‘compreso’ in uno spazio riflessivo, dove la
‘forma’ può, in astratta stabilità, consistere: “Comprendo le forme | corolle
sul corpo sul | corpo di steli del fiore | Comprendo quel fiore”.
Nel gesto dell’“addio” (i due testi
speculari e sottilmente opposti “Un addio a chi parte” e “Un addio a chi resta”)
il tempo sospinge il moto della partenza, della dislocazione (il luogo, alla
pressione degli eventi temporali, sfugge e si sottrae), e lo spazio si fa
incerto: un riverbero colorato, un’irradiazione atmosferica, la fluida sostanza
lacustre. La forza opposta al processo del flettersi e del ritrarsi è il
‘resistere’, che si proietta spazialmente come un più fermo ‘consistere’ in un
luogo esistenziale diventando la condizione di un riconoscibile ‘esistere’; che
tuttavia sfuma in una “voce” alterna: “… Ho voce | per dire chi sono ho | ancora
flebile voce”, e, all’ opposto: “… Non ho | voce non ho per dire | chi sono…”;
così come nell’alterno respiro della vita: “ … Resisto ed è | perché esisto
respiro | tra i fiori di campo | nei luoghi del verde | e del vasto del lago”, e
di nuovo, invertendo l’ordine dei termini: “Esisto nel fiore e nel | suono
dell’acqua | nel vasto del lago. | Resisto”.
Medio tra spazio e tempo, il “corpo
che cammina”: volume, “forma” materica, anch’esso adatto perciò alla stabilità
dello spazio, e invece sospinto lungo un tragitto temporale. Forma allora non
salda nello spazio finito, ma plasmantesi e cedevole negli ibridi luoghi in
movimento prospettati dalla forza dinamica del suo “destino”. Così che l’io
| corpo è percepito come discontinuo e diviso tra l’“essere”, l’“apparire” e il
cieco o labile “stare”.
E’ giusto nella sezione centrale
fra le sette che con maggiore evidenza si espongono stretti e insieme estremi i
fattori antagonisti, poiché il “tempo” si dispone in “figure” e manifesta una
sua “forma” e lo “spazio” si piega a mostrarsi come “spazio di tempo”. Il tempo
dissipatore dello spazio (dello stabile consistere, dell’identità
dell’esistenza, della possibilità di forme permanenti) penetra nello spazio, lo
stria di ombre e asimmetrie e ne assume le forme circolari (il”cono”, il
“cerchio”, le “spire del tempo”), immagini della sua natura dinamica nella
percezione di chi intende piegarlo alle qualità dello spazio ma lo sperimenta
come ineluttabile e ignoto. La sua “forma” descrivibile sarà allora quella di un
tracciato di “minimi punti della | linea del pensiero”, ognuno
impercettibilmente fermo, come un dato dello spazio, ma nell’insieme in moto
progressivo. Cecità e inerzia di un processo, di un procedere: ancóra la
dinamica dell’ignoto.
Se può astrarsi l’idea di un tempo
che penetra lo spazio, è possibile disegnare uno spazio che ‘contiene’ (ospita e
insieme tiene a bada) il tempo, in una vicenda mobilmente ossimorica che crea
una circolarità paradossale dove i due termini si scambiano le rispettive
proprietà (“E confondo con | il tempo ciò che | è propriamente | dello
spazio…”). Gli estremi (la partenza e l’arrivo) coincidenti come consistessero
in uno stesso luogo, lo spazio che segue allo spazio in una successione
temporale. Finché lo spazio diventa propriamente e non traslatamente “spazio di
tempo”, e il contenitore appare invaso e informato esso stesso dal suo
contenuto.
Ma il coesistere di stasi e moto,
di permanenza e di aleatorietà è esperibile solo come un ibrido contraddittorio
e diviso: “… Io resto. | In cammino…”, allo stesso modo dell’indicazione di un
consistere nell’indistinto e nell’inafferrabile (“Nel cuore di città | Nel greve
silenzio | di sera …| … | Nel sereno eppure | nel vago languire | … | Nel
sottile…”). Alla pressione di dinamici eventi la dimensione spaziale va
disfacendosi, “polveri nell’aria”: “… Finché | l’aria si tinge del | colore del
niente | e sia evaporato il | vuoto d’intorno”. Spazio disperso e diffuso in
“gocce” di rugiada, in “pulviscoli”, in “visioni vibranti”; in nebulose, in
spruzzi e schiume marine, in opacità atmosferiche. Spazio fluido e volatile di
acqua e di aria: spazi multipli della natura, invasi dalla vita portatrice di
tempo.
Ancora segni di lotta e tentati
connubi nelle “opere di pietra”, immagine del solido e dello statico, e nei
mobili “profili dell’acqua”. Comincia ad emergere l’oggetto chiuso nel cuore del
nodo: la “forma”, non come stabile dato ma come risultato della fattura,
dell’‘opera’. A marcare con i suoi segni fabbrili la “forma” ospite dello spazio
è ancora una volta il tempo. L’artefice per cui la densità della materia
occupante un suo luogo soggiace all’azione dell’“acqua che lava”, dell’“aria che
asciuga”, e all’evolventesi germinazione del modellare. Ad esempio la forma di
un “ponte” può farsi forma del tempo indicando un’origine e un mobile percorso,
e legarsi all’acqua che in basso “scorre” e proprio col suo moto “sottolinea i
profili”. Il pensiero astrae il disegno, il profilo del modellato, che traduce
la materia in forma e ne fa oggetto di parola, ma anche nel luogo del pensiero
l’idea formale agita la propria mobile matrice, alla cui natura è proprio la
parola ad adeguarsi. Nello spazio | forma è infatti viva l’“azione” della fattura
mossa dal tempo, e la forma rende visibile il proprio intrinseco processo
rivelando la “tras-formazione”, la “neo-formazione”: tutto ciò che si muove
prima che la materia ‘si arrenda’ a una forma, continuando comunque a vibrarvi
dentro.
Nell’ultima sezione della raccolta
la ‘prospettiva’ esistenziale appare, in senso proprio, come il taglio spaziale
del tempo, secondo un modo di guardare al tempo in termini di spazio: uno spazio
ripido, tragitto e direzione, quindi ancora una volta esprimente la dinamica
temporale di un cammino con la spinta ineluttabile a procedere. Il connubio dei
termini dissimili favorisce l’ipotesi dell’alternativa opposta, del possibile
“rovescio” dell’esperienza: del “vuoto” e del “volo” sciolti dalle due
dimensioni. Diventa audacia e conoscenza, non perdita e languore, l’esperienza
dell’interminato: il confine sconfinato, la “circonferenza” che diventa “giro”
spinto dal tempo che ne confonde inizio e fine, il “territorio” dissipato dal
“vortice” e attratto nell’indefinito del “volo”: “… Territorio. | Crederò di
farne parte | anche se sulla spinta | in aria di molti vortici | ho cavalcato a
lungo | come nella pratica del | tragitto di volo di un | interminabile stormo”.
Infine lo spazio si connota
eticamente ed è spazio interiore minacciato, dove la contraddizione paradossale
si sposta sullo strumento e il nascosto oggetto della poesia: la parola che,
esprimendo una dimensione insidiata e offesa, articola la propria sottrazione e
si professa “tacita” (“… Parlerò la | lingua convessa tacita | del monte…”),
annodandosi al silenzio, motore della sua tensione e perenne desiderio.
La parola enuncia ora il proprio nodo
paradossale, dopo aver saggiato lungo la raccolta altri legami oppositivi: la
stabilità dello spazio e la dissipazione del tempo; la forma, visibile identità
dello spazio e proiezione mentale, e la trasformante fattura che vi imprime il
segno del tempo; l’arte, che ricerca il dominio di stabili forme, e la natura
piegata a mutarsi. Infine quel disporsi spaziale e visivo della parola in
conclusa geometria che al ‘giro’ del discorso poetico e al materializzarsi del
tempo nel ritmo circolare del verso oppone una sorta di prosa spezzata, un
discorso disarticolato in segmenti. Ma il dettato in sintassi e in immagini
poetico trasforma tuttavia la recisione e l’intermittenza in ritmo che, non
sedato dal ‘giro’ del verso, cadenza un affanno, una singultante non coercibile
angoscia.
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