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Prefazione a
Eva e Adamo. Percezione
dell'esperienza d'amore
Alfonso Lentini
Scempiati
tasselli di un universo in costruzione
Mi scrivi: “La terra che attraversiamo è in parte
raccolta negli specchi della nostra casa. Noi siamo questi specchi, che vanno
consumandosi nel viaggio intrapreso. Siamo la loro lucentezza e il loro lento
offuscamento”.
(Flavio Ermini, Il moto apparente del sole)
Tagliando
idealmente a metà in senso verticale il corpo di un essere umano, notiamo che
(in base a quella che viene comunemente definita “simmetria bilaterale”) esso è
formato di due parti specularmente identiche.
C’è dunque nel
corpo (e forse anche nella natura) degli umani una sottile armatura specchiante,
inesauribile fonte di mille diramazioni mitologiche, iconologiche, religiose,
filosofiche, fra cui spicca un’allusione al mito dell’Ermafrodito, cioè alla
coesistenza del due nell’uno; e alle due nature, femminile e maschile, che solo
se fuse insieme conducono a una qualche completezza, per quanto problematica.
C’è nei corpi (e forse nella natura umana) questo taglio verticale, questa
ferita primigenia: un’interfaccia speculare che ognuno porta celata dentro di
sé. Una cerniera che separa, si direbbe. Ma anche una tessitura che “rispecchia”
e per questo tende a gettare ponti, riannodare. Come quella dell’orizzonte, è
una linea che distacca ma nello stesso tempo congiunge terra e cielo.
Le opere visuali,
ma anche le parole di Marinella Galletti scorrono all’interno di questa
intercapedine, germinano come steli giganti da questa terra di nessuno. Vi si
muovono dentro con sensualità, delicatezza e circospezione, sembrano camminarvi
in punta di piedi, a volte con la leggerezza dell’ironia, altre volte con la
densità dell’iperbole.
Questo cammino
parte da una ricerca sull’identità e la differenza: “percezione dell’esperienza
d’amore” nelle sue più disparate epifanie.
Un’indagine serrata, che Galletti
sviluppa a partire dalle difformità e dalle somiglianze fra i sessi. Di
conseguenza la sua, per quanto leggera, è un’arte marcatamente sessuale. Di una
sessualità che muove dalle nature minerali e vegetali, da petali carnosi e
splendenti come gemme, e si spinge, simile a una lenta marea che
progressivamente dilata il contorno del mare, sino alla popolazione degli umani.
Sbirciando fra
questi cangianti oggetti poetici può capitare di perdersi. Come un fiore che
sbocciando dirama i suoi petali, Eva e Adamo si smembrano in una selva di
elementi metonimici. Ci si imbatte in «unità morfologiche e fonetiche » fatte di
visi, mani, labbra, occhi, “monoangeli” persino, o “corolle giganti”,
macro-celluleche si estroflettono nello spazio come se fossero pàtine di luce
proiettate da unalanterna magica. Luoghi, anfratti e curvature del cosmo ne
vengono pervasi e può capitare che queste carezzevoli proiezioni evochino
geometrie non-euclidee dove il piano (come viene comunemente inteso) è
sostituito da superfici arbitrarie, fluttuanti e irriducibili alle abituali
norme percettive.
Sono opere
portatrici di una consapevole operazione estetica: l’oggettualizzazione di
un’idea, la trasposizione sul piano materiale di una definita concezione
dell’arte. Un’idea antica, se vogliamo, ma che si rafforza e prende corpo
nell’ambito delle avanguardie novecentesche (del Cubismo, in modo più evidente):
l’idea dell’opera come oggetto polivalente e prismatico, edificata su un
procedimento di scomposizione. Solo che qui la scomposizione è materialmente
portata a compimento, e per questo più che concettuale l’operazione ha valenza
oggettuale. Siamo insomma messi di fronte a strutture dalla reale conformazione
prismatica, dotate di spigoli e curvature che possiamo toccare con mano.
Scempiati tasselli di un universo in costruzione.
L’esito è una
sontuosa e paradossale disarticolazione, quasi uno squartamento del corpo umano
ridotto a pezzi, ognuno dei quali però sembra tendere verso l’altro, come
attratto da una rete di invisibili calamite, in misteriosa tensione cosmica.
Le opere (ed
anche le parole) di Marinella Galletti si pongono perciò come frammenti alla
ricerca di un’unità perduta. I due poli sono il maschile e il femminile, Eva e
Adamo, che sembrano muovere verso una ricomposizione, ma attraverso tragitti
schizofrenici e irrisolti: «Pensavo a lui. Prima non c’era. Non visibile, non
per questo assente, viveva unito alla mia origine un pensiero perfetto. Un
ripetuto frantumarsi e rifarsi di idee convergenti al presente al mio quotidiano
agire. Un’ idea ricorrente».
Sul piano della
scrittura perciò l’opera di Galletti si configura anch’essa in scansione
modulare. Testi brevi e vaganti, asciutte e lunari “micrologie”, si svolgono
nella pagina (assumendo una disposizione di forma quadrangolare che ricorda i
poligoni delle opere visive) e danno corpo, come nella più alta tradizione della
poesia amorosa, a un canzoniere (o piccolo libro d’ore) che racconta una storia
filiforme, appena accennata: una “lei” e un “lui”, un’Eva e un Adamo qualsiasi,
«sotto a un cielo acceso» si cercano e si trovano in un luogo qualsiasi del
cosmo («Io e lui nella stanza, entrando e uscendo dal terrazzo più volte»...).
L’amore si rivela come forza aggregante che avvolge e travolge ogni forma di
vita: «Due belve stupende si accoppiano. Il loro pelo è lucido e nero. | Due
uccelli si librano nell’aria, i loro becchi si intrecciano nelle piume e trovano
un ramo per copulare. | Sia la natura nell’atto di assalire».
Sul piano della
scrittura come su quello della ricerca visiva, Galletti insomma ci racconta la
“percezione” di un’esperienza di natura arcana e sensuale. Così nelle opere
visive l’artista focalizza frequentemente alcuni particolari del corpo umano e
nel farlo li ingigantisce, mettendo in evidenza con procedimento iperbolico la
loro prepotente peculiarità, quella di essere legati alla sfera dei sensi: sono
grandi nasi, grandi bocche, grandi lingue, grandi orecchie, grandi mani…
L’uomo di oggi
(alienato e disumanizzato dalla meccanizzazione) è ridotto – come dice
Pirandello – «a pezzetti e bocconcini». Ma nell’universo artistico di Marinella
Galletti queste schegge di corpi non si sono del tutto arrese: come nei miti
platonici continuano a carezzarsi, annusarsi, leccarsi. Si riconoscono, si
cercano, si amano. Si rispecchiano uno nell’altro. La dimensione che si impone è
dunque quella di un erotismo estenuato, scomposto e problematico, ma che di
sicuro lascia ampi squarci di speranza: «L’amore visita il mio tempo presente. |
L’amore supera ogni apprendimento».
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