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Intervista a
Marinella Galletti
Francesca Govoni
curatrice della sezione Poesia e Filosofia
dell'Associazione culturale
Artecento Club, Cento(Ferrara)
Artista e scrittrice. Le recensioni dicono di te che ti muovi entro i
diversi linguaggi con la stessa capacità di dare vita a una ricerca originale e
autentica. Come convivono le due esperienze?
E’ il luogo dove conduco la mia esistenza che decide
quale linguaggio privilegiare in un certo momento, se sia la pittura o la
scrittura. E’ l’ esigenza dell’ opera stessa a cui voglio dare vita che
definisce le scelte all’ interno di ciascun linguaggio. E’ la ricerca motore
dell’ esistenza, dell’ amore, dell’ arte e della poesia, che mi spinge ad
usarne i linguaggi.
La cosa che innanzitutto colpisce chi apre la tua opera prima, “Dentro alle
fonti”, è senz’altro la struttura geometrica in cui sono ordinati i tuoi versi
che, come dipinti, stanno racchiusi entro una cornice, dall’area densa di fitti
segni senza spazi vuoti. Come è nata questa idea?
Io vedo la parola come un corpo che ha spessore, tale
che, non appena pronunciata crea immagini e segno, quali profilo, superficie,
forma, volume, colore; e non appena scritta, la parola costruisce case e
ponti. Per questo, la parola poetica diventa, per me, un corpo nello spazio
visivo, diventa un flusso verticale, diventa una torre, diventa un percorso,
all’ interno del quale costruire e sviluppare i versi.
Soprattutto nelle prime tre sezioni, l’uso di termini geometrici come linea,
perimetri,superfici, volumi, mi paiono sottolineare la pregnanza della
dimensione spaziale dell’accadere, la consistenza-persistenza dell’essere,
mentre in seguito subentra il movimento, il divenire il cui “motore di ricerca”
è il tempo, con le sue spirali, i suoi cerchi alternati a segmenti rettilinei,
struttura dell’esistere , dell’esserci, qui ed ora. Puoi spiegarci qualcosa
sulle tue intuizioni spazio-temporali?
Il coincidere dello spazio con il tempo e della partenza
con il ritorno si riassume nell’ io esistente in quanto l’ uso dello spazio
definisce la nostra esistenza fisica nel mondo; il tempo, attraverso il pensiero
e l’ uso della parola, costruisce la nostra storia; eppure è impossibile
stabilire se vi sia stato un momento in cui spazio e tempo si siano originati,
pur non potendo neppure negare che vi sia un’ origine delle cose. Allora, ogni
tempo è l’ origine di un qualche accadere; ogni tempo è l’ origine della nostra
esistenza; ogni tempo è una partenza che viene a coincidere con un ritorno. Il
ritorno ciclico della natura e di noi esistenti sia in forma di pensiero, che
nella quotidianità, circondati da oggetti. Il ritorno delle cose è origine del
proprio succedere, del proprio accadere. In ciò, sta la coincidenza.
Ed ora veniamo al punto per me più forte oscuro innovativo:
il tuo linguaggio, laboratorio del fare ricreando opere ad uso di parola nata:
questa tua frase mi pare esprima uno dei tuoi principali processi creativi, nel
senso che il pensiero traduce la materia in forma e ne fa oggetto di parola,
nuova creatura nata dall’immaginazione, oltre la materia, attraverso una
tras-formazione della materia. Puoi raccontarci come sei arrivata a costruire un
linguaggio così singolare?
Fare arte è lavoro di continua riflessione ed elaborazione
delle proprie conoscenze. Non ci si può fermare alla prima impressione, al primo
obiettivo. L’ artista, il poeta, guarda sempre alle proprie opere come risultato
di una volontà che prende forma e si colloca quale evento processo del fare e
diventa creatura. Nuova opera, o creatura, come tu dici, giustamente. Stabilito
come fare, il risultato deve per me coincidere con l’ idea iniziale, pur
sapendo che, materialmente, qualcosa mi sarà sfuggito. E continuerò a rincorrere
quel qualcosa. Costruendo parole e forme che sempre conterranno qualcosa dell’
idea iniziale, dell’ idea precedente e qualcosa che è sfuggito.
A proposito del “monte”. Come può parlare il profilo tacito
del monte e cosa ci vorrebbe dire.
Mi riferisco alle immagini del paesaggio, percezioni,
nostra conoscenza visiva. In quanto tale, il monte approda nella nostra mente
come personalità della configurazione. La sua lingua è tacita, ma dice ad
ognuno di noi qualcosa dalla coscienza collettiva e qualcosa dall’
immaginazione. A secondo dell’ esperienza di ognuno. Il monte è, però,
territorialità, percorrenza. Parte del pianeta che abitiamo, luogo della nostra
esistenza. Parla, allora, la nostra lingua, di noi che l’ abitiamo, alternando
in noi il linguaggio della configurazione a quello della vita. In questo modo il
Monte diventa Persona.
Nell’ultima parte, piena di patos, la terra diventa
pianeta territorio mondo,spazio minacciato, dove ancora duellano materia e
forma, dove il pensiero vorrebbe potersi innalzare, dove lo spazio ripido crea
una spinta ineluttabile a procedere, dove l’esperienza del confine sconfinato
diventa audacia nella conoscenza. Ci approfondisci questo messaggio?
Ritengo che l’ amore sia la fonte prima della spinta
iniziale al procedere dell’ umanità, e dell’ audacia della conoscenza. Un amore
comunque imperfetto, condizionato da bisogni, dalla nostra materialità, dai
limiti ad agire. Questo tipo d’ amore è il solo possibile sul pianeta e genera
sopportazione, adattamento, sopravvivenza. L’ audacia convive insieme all’
angoscia e al dolore prodotto dalle ingiustizie sociali e private che le
culture, i governi, ognuno di noi coi propri limiti, getta sugli altri. Perciò,
è compito dell’ arte della poesia e della scienza esplorare i confini oltre il
limite.
Proviamo a concludere, in cerca di definizioni. Che cosa è
per te la poesia?
Quanti corpi ha la parola? Tanti. La poesia è uno di questi
corpi. E’ corpo ad uso di parola nata. E’ restituire ad ogni esistenza la sua
origine. La sua scaturigine.
Intervista resa in diretta, il 19 gennaio 2007alle ore 21:00
in occasione di Dentro alle fonti
performance poesia, musica e interazione arte visiva al Palazzo del Governatore, Cento (Ferrara)
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