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Ferruccio Gemmellaro


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Fahrenheit 451

tratto dal libro di Ray Bradbury
versione cinematografica GB 1966 di F. Truffaut - Scenografia di F. Truffaut e L. Richard - Fotografia N. Roeg - Colonna musicale B.Hermann
Interpreti
O. Werner - J. Christie - C. Cusak - A. Diffring - M. Lester

Ray Bradbury
scrittore di fantascienza n. in Usa nel 1920 ha scritto:
- Cronache marziane 1950
- Fahrenheit 451 1953
- Molto dopo mezzanotte 1976
- L'ultimo circo e la Sedia elettrica 1980
- Viaggiatore nel tempo 1988

Francois Truffaut
regista francese della noovelle vague, teorico del cinema (1932-1984)

Temi ricorrenti dei suoi film: l'amore, l'amicizia, la letteratura, il cinema. Ha diretto:
- I quattrocento colpi 1959 Jules e Jim 1961
- Fahrenheit 451 1953
- Effetto notte 1973
- Adele H. una storia d'amore 1975
- L'ultimo metrò 1980
- La signora della porta accanto 1981
- Finalmente domenica! 1983

In qualità di attore è indimenticabile nel film “Incontri ravvicinati del terzo tipo” di Spielberg 1977

Quando Bradbury dette alle stampe F451, nel suo paese erano giustiziati i coniugi Rosenberg, accusati di spionaggio a favore dell'Urss. Dagli Usa, grazie al maccartismo, s'irradiava in tutto l'occidente la caccia alle streghe comuniste; ma anche dai paesi situati oltre cortina partiva la caccia alle streghe capitaliste. In Cina, dove Mao aveva fondato la Repubblica Popolare, la rivoluzione culturale mandava al rogo tutto ciò che apparteneva all'intellettualismo dei reazionari capitalisti. In Italia, spentesi i falò fascisti ai danni della cultura rossa ed ebraica e i falò liberatori contro quella nera, furono escogitati il bando e l'indice per le opere di sinistra, complice una morale conservatrice; il Premio Nobel 1997 Dario Fo pagò con l'umiliante cacciata dalla TV di stato (in uno sketch, l’arco doveva essere spostato a sinistra per colpire il bersaglio…).

Eppure, oggi, appare alquanto esagerato tutto quell'interesse del potere verso chi allora leggeva; ed allora - tolti il 12,9% degli analfabeti, il 76,9% dei forniti di sola licenza elementare - chi realmente leggeva e ne discuteva era in seno ad appena il 10,2% (dati 1951) dell'intera popolazione: una percentuale che non avrebbe potuto scomodare i censori, ma era una strategia politico-moralistica per bloccare sul nascere ogni informazione diversa. Poi scoppiò il sessantotto che avrebbe ristabilito la giustizia culturale, pur con pericolose tracimazioni.

Anche nel '68, a Roma, il Movimento Studentesco minacciò e talvolta attuò il rogo ai cosiddetti giornali dei padroni. Così recitava, infatti, il testo tratto dal Canzoniere Pisano /... / ma un giorno o l'altro farà la fine a cui è destinata (l'informazione dei padroni), e nelle edicole resterà solo un brutto odore di carta bruciata /. . ./

Tornando al film, la trama è semplice: un pompiere delle squadre lanciafiamme, addette al rogo, nutre simpatia per coloro che si erano organizzati per salvare l'eredità culturale, imparando a memoria i testi. È un racconto di fantascienza, ma il lettore avverte una profonda angoscia considerandolo credibile; il genio di Truffaut, nel tradurlo sullo schermo non intende disperdere quella sensazione di angoscia e sa bene che i fotogrammi potrebbero disperderla ove essa sia frutto dell'immaginazione di chi legge; allora trova nello spettacolarismo e nella scenografia (egli stesso regista e scenografo) gli strumenti adatti per sorreggerla.

Trilogia spaziale

2001 Odissea nello spazio

A Space Odissey, GB 1968 col. 141 di Stanley Kubrick
Interpreti:
Keir Dullea - Gary Lockwood - William Sylvester - Daniel Richter

Incontri ravvicinati del terzo tipo

Close Encounters of the Third Kind, Usa 1977 col. 135 di Steven Spielberg
Interpreti:
Richard Dreyfuss - Francois Truffaut - Teri Garr - Melinda Dillon - Cary Guffey - Bob Balaban

Alien

Alien, Usa 1979 col.117di Ridley Scott
Interpreti:
Tom Skerritt - Sigourney Weaver - Veronica Cartwright - Harry Dean Santon - Iohn Hurt - Ian Holm

La fantascienza tradizionale ci aveva indotto a credere in un universo culla e dimora di creature mostruosamente diversi dall'umano, quest'ultimo vittima sacrificale delle loro impellenze di nutrimento e di sopravvivenza. Dalla letteratura, si era materializzata nei trucchi cinematografici, impressionandoci con immagini raccapriccianti. Un’eclatante complicità storica va assegnata alla radio, quando riuscì a terrorizzare una inconsapevole popolazione, trasmettendo una virtuale cronaca dello sbarco dei marziani, ispirandosi alle pagine della Guerra dei Mondi, opera dello scrittore H. George Wells. E l'idea che uno sbarco potesse davvero realizzarsi, appariva sempre più lontano dal risibile immaginario fantascientifico.

Quando sugli schermi fu proiettato 2001 Odissea nello Spazio, quegli apocalittici fantasmi cosmici, che già tendevano a ridimensionarsi, si dissolsero del tutto, incalzati da un’agnosticità infusa dalle prime conquiste spaziali, le quali si susseguivano in assenza di testimoni extraterrestri; esse ci riportavano fotogrammi di universi desertificati, per cui il nostro pianeta assumeva l'aspetto dell'unica intelligenza possibile: un arrogante pensiero scientifico che andava tuttavia a placare quelle ataviche paure per tutto ciò che non è gestito dall'uomo.

Ma 2001/.../ ci riconduce a percorrere una immane vacuità, dove all'uomo, ora desto ed ora in ibernazione - un meccanismo per rallentare gli inesorabili rintocchi dell'orologio segnante il suo irrisorio arco esistenziale nel cosmo - non rimane che di avere paura, questa volta per un imponderabile risvolto delle sue stesse ardite invenzioni ad immagine e somiglianza proprie - il computer assassino e per l'incontro con se stesso al di là della barriera temporale, che solo nello spazio inconcepibile può essere infranta. Una dimensione di desolante infinito in cui le probabilità d’incontri con altre intelligenze, sia esse omologhe dell'umano sia divine, guizzano talmente oltre il remoto, da trasfigurarsi nell'inesistenza.

Ci pensa Spielberg con Incontri ravvicinati del terzo tipo, dieci anni dopo, a rassicurarci che l'universo non è affatto la prova dell'inesistenza di altre intelligenze e di Dio. Le creature dello spazio, con la genialità della loro potenzialità, vengono a visitarci per fraternizzare, a riaccompagnare amorevolmente quei nostri simili che consideravamo ormai misteriosamente perduti per sempre, ma che invece erano stati prelevati per il loro sano desiderio di studiarci. È il film che associa lodevolmente la scienza aliena all'idea del Dio Cosmico amato da Einstein.

Nelle sale cinematografiche, a distanza di un paio d'anni, mentre gli Incontri /…/ sono ancora in circuito d'attualità, si ode lo stridente e terrificante verso di Alien. È il genio del Male Omnipresente e Omnipotente, privo di coscienza e di rimorsi - i freni delle disinibizioni terrestri - la cui malaugurabile sopravvivenza dipende dalle proprie capacità fagocitarie, inesorabili per ogni cosmonauta che ha la dannazione di incontrarlo, d'esserne avvinto. È l'immagine dello spazio interstellare pullulante di creature malefiche; la metafora, alle soglie del terzo millennio, degli antichi demoni precipitati nelle viscere della Terra, ma fuoriusciti dagli antipodi per disperdersi e rigenerarsi all'infinito, quali creature vendicatrici le cui finalità sono di una esistenza votata a distruggere Dio e le sue creature preferite.

Trilogia del Ventennio

Una giornata particolare

Italia-Canada 1977 col. 105' di Ettore Scola
Interpreti:
Sophia Loren - Marcello Mastroianni - ]ohn Vernon - Francois Berd - Nicole Magny - Patrizia Basso - Tiziano De Persio - Alessandra Mussolini

Tutti a casa

Italia-Francia 1960 b/n 120' di Luigi Comencini
Interpreti:
Alberto Sordi - Vittorio Gasman - Serge Reggiani - Didi Perego - Carla Gravina - Eduardo De Filippo - Martin Balsam - Nino Castelnuovo - Claudio Gora - Mario Feliciani

Roma città aperta

Italia 1945 b/n 98' di Roberto Rossellini
Interpreti:
Anna Magnani - Aldo Fabrizi - Marcello Pagliero - Maria Michi - Francesco Grandjacquet - Nando Bruno - Vito Annicchiarico

Due figure che chiudono fuori di casa la retorica del tempo. Lei l'angelo del focolare, non può che accudire alle faccende domestiche aspettando religiosamente che il resto della famiglia rientri entusiasta come sempre dal reclutamento fascista. Lui, che non è vero maschio ariano non può che aspettare la conclusione della parata, dei canti, delle ovazioni, per riprendere la tranquilla mediocrità di uomo qualunque.

È fatale che nella giornata particolare s’incontrino e si ritrovino in un’inaspettata affinità ideologica, la chiave che riapre i loro cuori a un episodio di sentimento finalmente sbrigliato; una manifestazione d’inconscia rivalsa alle rinunce, alle costrizioni di un ordine che chiarisce d'essere estraneo al loro animo.

Ed è l'identica chiarificazione che illumina il giovane tenente quando, nel tornare a casa con tutti avverte d'improvviso che la sua - quella inculcata finanche dal padre - non è affatto retorica per un mondo migliore ma la provocazione per un’immane catastrofe. Non gli è difficile, allora, comprendere e scegliere contro chi dovrà abbracciare le armi, se vuole che quei tutti, possano tornare con lui in una casa comune e libera. Una catastrofe che questa volta non vuole esonerare la gente comune, le donne, i bambini, soggetti tradizionalmente al sicuro dall'imbecillismo collettivo di ogni guerra.

Ed è ancora Roma, fra tante altre città aperte, costretta a dischiudersi al vilipendio di quell'ordine che crede nelle eliminazioni di massa quale strumento a beneficio di una geografia addensata di popoli puri ma servi e burattini. Grazie al sacrificio estremo di uomini e donne impuri, ma non servitori e mai agli ordini del burattinaio, che l'umanità torna a pulsare così com’è stato scolpito dal diritto naturale.

Trilogia del povero italiano

Ladri di biciclette

Italia 1948 b/n 92' di Vittorio De Sica
Interpreti:
Lamberto Maggiorani - Enzo Staiola - Lianella Carell - Elena Altieri - Gino Saltamerenda - Vittorio Antonucci - Memmo Carotenuto - Checco Rissone

Pane amore e fantasia

Italia 1954 b/n 97' di Luigi Comencini
Interpreti:
Vittorio De Sica - Gina Lollobrigida - Roberto Risso - Marisa Merlini - Virgilio Riento - Maria Pia Casilio - Memmo Carotenuto - Checco Rissone - Saro Urzì - Gigi Reder - Yvonne Sanson

Bellissima

Italia 1951 b/n 1131 di Luchino Visconti
Interpreti:
Anna Magnani - Walter Chiari - Tina Apicella - Gastone Renzelli - Tecla Scarano - Nora Ricci - Arturo Bragaglia - Gisella Monaldi

La bicicletta, nei primi anni del nostro doopoguerra, è il simbolo di una riemergente economia di popolo; con essa si vuole mitigare lo scenario del paese umiliato e depredato d'ogni cosa, fin degli affetti più intimi. Lo si vuole alleviare percorrendolo finalmente in libertà e con un mezzo di locomozione proprio. La bicicletta è importante, anzi vitale, per svolgere un qualsiasi tipo di lavoro che raramente viene offerto nelle vicinanze in cui si è riusciti a rimediare un alloggio. Il protagonista, con sofferte rinunce in famiglia, ne acquista una, a credito, per svolgere l'attività di attacchino, in una città immensa qual è Roma. Con la paga fissa avrebbe innanzitutto onorato il debito, ciò che più assillava la sua indole di onestà - e avrebbe permesso un’esistenza meno disperata alla compagna, al piccolo. La bicicletta, però, fa gola a molti, aggiudicandosela ad ogni costo, anche col furto, è un paletto alla sopravvivenza.

In Pane amore e fantasia, la bicicletta è corredata di motorino, un congegno che già la trasforma in anello di congiunzione con le future motociclette e scooter delle prime parvenze di agiatezza, in epoca di ricostruzione che precede gli anni del boom caratterizzati dalle utilitarie. Il ciclomotorino permette al maresciallo dei carabinieri - e solo a lui, mentre i suoi subalterni continuano la ronda a piedi - di operare tra contrade collinari, nel tentativo di contenere l'ostilità delle strade verso ogni mezzo di trasporto d'epoca. Ed ancora, la bicicletta con motorino, permette al comandante di accompagnare l'unica levatrice del luogo da una frazione all'altra, per ridurle il reale rischio che giunga, ove è richiesta, ormai ai primi vagiti. Ed esistono altri mezzi di trasporto da lavoro ancora più disgraziati della bicicletta, segni di miseria infinita, l'asino o il mulo dove la naturale indomabile voglia di ricostruzione viene vanificata dal maleficio di ricorrenti scosse telluriche, dalla maledizione per povere e giovani donne, specialmente belle e vivaci, di precipitare nelle tentazioni di facile guadagno.

Un facile guadagno che una giovane madre, pur onestamente decisa, crede di intravvedere nella rinascita della cinematografia italiana alla spasmodica ricerca di volti, di soggetti nuovi. Per lei è tardi o almeno lo vuole credere o le hanno fatto credere, per cui s'affanna, combatte, attinge agli irrisori risparmi del bilancio familiare e tutto perché deve essere sua figlia a riscattarla, anche dagli schermi. Nella bellissima figlioletta proietta se stessa, ciò che avrebbe voluto che diventasse, ma ancora una volta il sogno s'infrange. S'infrange non contro l'impossibile - la realizzazione del sogno diventa raggiungibile - ma grazie al suo risveglio di mamma.

Trilogia del principe

Miseria e nobiltà

Italia 1954 col. 95' di Mario Mattioli
Interpreti:
Antonio de Curtis (Toto) - Sophia Loren - Dolores Palumbo - Valeria Moriconi - Carlo Croccolo - Enza Turco - Giuseppe Porelli

Totò al Giro d’Italia

Italia 1948 bn 88' Regista Mario Matrtioli
Interpreti:
Antonio de Curtis - Isa Barzizza - Giuditta Rissone - Walter Chiari - Mario Castellani - Carlo Ninchi - Fulvia Franco - Mario Riva - Luigi Pavese - Fausto Coppi - Gino Bartali - Fiorenzo Magni - Louison Bobet - Freddy Kubler (campioni d'epoca ciclismo)

La legge è legge

La Loi c'est la loi di Christian-Jaque Maudet
Interpreti:
Antonio de Curtis - Femand Contadin (Fernandel) - Nino Besozzi - Noel Roquevert - Leda Gloria

Petrolini il nerone, De Curtis il principe e Benigni il piccolo diavolo sono le geniali maaschere comiche, o meglio tragicomiche, di questo secolo (XX). Comunque, al trio potrebbero aggiungersi i grandi maestri Angelo Musco (siciliano), Gilberto Govi (ligure), Eduardo De Filippo (campano) e il nobel Dario Fo.

Musco, Petrolini e Govi dovettero affidarsi a quel pubblico, che grande quanta possa essere stato, incarnava l'antica claque campanilistica al seguito dei teatranti. E De Filippo poté contare di una sua claque, emigrata nel mondo, pertanto onnipresente in qualsiasi teatro d'ogni continente, in cui la maschera napoletana era chiamata.

Fo e Benigni, la loro claque l'hanno ritrovata sfondando la provincia, ossia schierandosi con i più deboli di ogni tempo e luogo, insomma dalla parte di quei miliardi di individui succubi e vittime di una oligarchia dominante. Totò era partito da sola provincia, per ritrovarla ovunque andasse, la medesima provincia. Mentre De Filippo, però, si rivolgeva alla grande platea italo-partenopea e Fo richiama a sé quell'immensa platea ansiosa di riscattarsi con gli applausi, segno e prodromo di protesta, Totò poneva in livella gli animi umani, sia essi caporali o uomini, sia essi nobili o miseri.

In Miseria e Nobiltà riesce sorprendentemente ad impersonare, in unica maschera il morto di fame ed il ricco, mostrando la similitudine dei comportamenti, i quali solo se espressi dal secondo vengono tollerati, perdonati e sovente rispettati, quasi osannati da parte degli arricchiti che vogliono imparare l'arte della nobiltà.

L'analogia di comportamento non è solo tra le classi sociali.

Nel Giro d'Italia, Totò, il professore, desidera riscattarsi da una esistenza senza fama ed infamia, ma dopo aver barattato la propria anima al diavolo - per assurgere agli onori della gloria e della donna amata, tramite le imprese sportive, ancora oggi Ie uniche che riescono ad entusiasmare l'uomo della strada e le donne, con il condurre ai fasti della notorietà il campione - conscio di dover pagare un prezzo troppo alto per qualsiasi uomo, si pente con convinzione e rientra in quella sfera che gli è abituale. Una sfera vale l'altra ed il prezzo per mutarla non ha mai fatto gli interessi del singolo, sia esso caporale, uomo qualunque, nobile, misero.

Al di sopra degli uomini è la legge ad imporre i propri interessi e i due amici, il doganiere ed il contrabbandiere, sperimentano a loro spese che la legge è legge. E la macchina della legge, quando si avvia, può distruggere il contravventore quanto l'uomo di legge. Solo l'uomo, che è nell' animo di chiunque - dagli arbitri ai pili umili - ne potrà uscire indenne e, in tale dimensione, ogni singolo sulla terra è fratello del suo simile.

Bifora asiatica

Sotto gli ulivi

Zir-e darakhtan-e zeytun Iran 1994, col 103'di Abbas Kiarostami
Interpreti
: Mohamed Ali Leshavarz - Hossein Rezai - Tahereh Ledanian - Farhad Kheradmand

Sorgo rosso

Hong Gaoliang Cina 1987, col 105' di Zhang Yimou
Interpreti:
Con Gong Li - Jiang Weng - Teng Rujin

Che cosa possono avere in comune due storie girate in paesi scostati nel tempo e nello spazio. Forse l'abilità degli autori di divincolarsi dalle redini di regime o la genialità creativa che si manifesta pur con una misera scenografia, la quale avrebbe contratto qualsiasi regista. Si potrebbe affermare, tuttavia, che Cinecittà, con il suo antico neorealismo, aveva forse prodotto di meglio e che comunque avrebbe fatto scuola. Questo neorealismo dell'ultima ora, viepiù, ha rielaborato emblemi della manifestazione artistica che credevamo di aver storicamente archiviato, che invece vivono intramontabili - sovente gli unici - nelle proprietà analitiche dei fruitori d'arte al cospetto delle immagini di ieri e di oggi. L'impressionismo di Sotto gli ulivi, metaforizzato dai ricorrenti vasi di gerani, e l'espressionismo di Sorgo rosso, plasmato dalla persistente tinta rossa della grappa, che accompagna e prepara lo spettatore al rosso dell'olocausto finale.

Che cosa possono, dunque, avere in comune queste due opere, di là del maglio censorio che incombe sul virtualismo, ora tangibile come nel gioco finto-realistico di Kiarostami, ora ovviato da Yimou quando storna tutta l'attenzione di pubblico riversandola sulle famigerate stragi giapponesi. L'identica chiave tedesca che in occidente fluiva neorealisticamente per distogliere il censore e giustificare l'inosabile.

Che cosa possono, ancora, avere in comune la giovane protagonista iraniana - che ne risponde solo ai grandi, con la coetanea cinese, arbitro e dirigente dei grandi. La genialità dei produttori artistici che incastonano nel cinema la giusta metafora per diffondere ovunque il loro grido di sano progressismo umano, impunito e fin lodato dalla reazione.

Monofora nipponica

Sogni

Konna yume wo mita Giappone 1990, col 120’ di Akira Jurosawa
Interpreti
: 1. episodio "Sole attraverso la pioggia" Mitsuko Baishoh,Tashihiko Nakano - 2. episodio "Il pescheto" Mitsunori Izaki, Misato Tate - 3. episodio "La tormenta" Akira Terao, Mieko Harada, Masayuki Yui - 4. episodio "Il tunnel" Akira Terao, Yoshitaka Zushi - 5. episodio "Corvi" Akira Terao. Martin Scorzese - 6. episodio "Fujiama in rosso" Akira Terao, Hisashi Igawa, Toshie Nesishi - 7. episodio "Il demone che piange" Akira Terao,Chosuke Ikarya - 8. episodio "Villaggio dei mulini" Akira Terao Chishu Ryu

Si dice che negli attimi che precedono il trapasso, il moribondo riveda istantaneamente in un film la propria vita. Kurosawa ci mostra il suo. Altro non è - Sogni - che lo scorrere di fotogrammi a suggello di una magistrale arte e di un intero vissuto.

Quando piove con il sole, le volpi escono dalle tane per celebrare i loro matrimoni; chi le sorprende è destinato a morire se non otterrà il loro perdono; il piccolo protagonista, spinto dalla madre fin troppo fatalista, dovrà andare a chiederlo, prostrandosi con umiltà incondizionata. Mia madre mi ammoniva dall'essere desto nella notte dell'Epifania, quando gli animali si parlano con voce umana e l'uomo che ascolta è designato alla morte prossima (tradizione salentina - flashback in inciso dell’autore FG).

Ognuno, durante l'esistenza, attraversa una tormenta, un tunnel; l'importante è uscirne ravveduto, risanato. Il protagonista - un comandante sopravvissuto ai suoi uomini - è serrato nel tunnel di un’immane angoscia: si crede responsabile dell'ecatombe delle vite che aveva in subordine. La truppa ritorna marciando nel tunnel rimbombante. Quei soldati rigidamente inquadrati dalla morte, con lo sguardo nel vuoto, ricordano "l'esercito di terracotta ". Il comandante sa bene che la dimensione degli eroi e dei martiri di guerra non può essere di questo mondo - non è mai accaduto - e con un ordine secco "dietrofront!" li traduce al di là del tunnel.

Al di qua del tunnel, invece, nel suo mondo, il comandante si rassegna a vivere la sua miseria di uomo, come tutti. Day After ce l'aveva già mostrata quella scenografia da giorno dopo la deflagrazione nucleare, in cui appaiono e scompaiono personaggi spettrali, uomini irrimediabilmente trafitti dalla follia di altri uomini. Kurosawa è andato oltre: ha voluto vendicarsi degli uomini altri, riducendoli a una specie di demoni cannibali; ma il regista vuole restare pessimista sul ravvedimento umano, quando, con paradossale ironia, ci esplicita che anche dai demoni esistono individui con uno, due o tre corni, ed è l'identica suddivisione degli individui arbitri di una intera umanità.

Paure, sogni, tunnel, incubi di un’intera umanità: un lavoro di immediata comprensione universale e quindi un'opera d'arte, pur con i suoi luoghi comuni che talvolta rasentano la banalità, come nell'ultimo episodio di strascicante ecologia. E come nel precedente I corvi. Quanti non hanno mai immaginato di entrare in un film, in un quadro; Dick Van Dick e Julie Andrews nel vecchio e noto Mary Poppins ne hanno straordinariamente colto il sogno calandosi nei disegni colorati a gesso sul marciapiede. Il giovane protagonista - ancora e sempre l'alter ego di Kirosawa - entra nelle opere di Van Gogh; l'episodio ci mostra la sequenza animata dei paesaggi e delle tinte volute dalll'artista, sino allo svolazzamento dei corvi, forse la metafora delle crude cose che non lasciano spazio alla proprietà onirica dell'uomo.

Bifora omologistica

La casa degli spiriti

dal romanzo omonimo di Isabel Allende

The house of the Spirits Germania / Danimarca / Portogallo 1993 Col, 138’ di Bille August
Interpreti: Jeremy Irons - Maryl Streep - Glenn Close - Winona Ryder - Antonio Banderas - Maria Conchita Alonso - Vanessa Redgrave - Armin Muller-Stahl - Sarita Choudhury - Vincent Gallo

Il favoloso mondo di Amelie

Les fabuleux destin d’Amélie Poulain Francia 2000 120’ di Jean-Pierre Jeunet
Interpreti: Audrey Tautou - Mathieu Kassovitz

Omologazione, se ha assunto infine un significato negatorio della peculiarità individuale e di razza, omologismo, invece, sta guadagnando valore di tutela delle identità, inalienabile come ogni diritto naturale, ancor più se posto in relazione ad un artista ed al suo espressionismo.

Omologazione sta per politica mondiale, unificatoria della società, perché questa si esprima, consumi, agisca in base ad unica indicazione ideologica imposta dai grandi; in altre parole, un indirizzo parametrico che sia attinente ad una delle due risposte, che, pur in conflitto, hanno sempre mosso l’umanità da quando essa è in teca. Insomma, dal momento che ha scoperto le potenzialità energetico-muscolari del corpo, e come omologarle nelle macchine, così esaltate nel Mondo Questo, la fucina delle due risposte, ha irrimediabilmente smarrito le capacità energetico-cerebrali del Mondo Altro, sorgente della terza risposta, la sola a garantirne le particolarità. In un gioco di parole, si può recitare che Omologismo è omologare nelle proprie manifestazioni artistiche ed esistenziali la terza risposta.

Nella Casa degli Spiriti, la manifestazione dualistica ricade nella più comune e diffusa al mondo, quella tra il conservatorismo ed il progressismo, che in Cile aveva assunto una tragica contrapposizione. Il personaggio cardine, Esteban, conservatore ad oltranza, s’accorge tardi dell’infausta erroneità della propria scelta e dirotta le convinzioni verso la fazione rivale, preferendo, quindi, ancora una delle due risposte che insanguinano il mondo. Blanca, la figlia, nel prediligere l’opzione contraria al padre, dovrà difenderla con atroci sofferenze. Qualsiasi scelta l’uomo faccia, infatti, è fatale l’accadimento che prima o dopo ricorra alla violenza, o la subisca, per preservarla.

Nel film esiste una terza risposta, grazie alle capacità ricettive dell’eterea Clara – moglie di Esteban e madre di Blanca - un personaggio che nel prevenire gli avvenimenti, nel discorrere con gli spiriti, è la metafora del Mondo Altro, il quale non è affatto l’altro mondo della convenzionalità mitologica e religiosa, ma la stazione, la cui strada abbiamo smarrito, dove è assicurato il futuro della specie e dell’ambito, e che forse ritroveremo immolando la nostra civiltà, giusto come Clara, che ricompone l’ordine alter delle cose in famiglia a morte avvenuta della propria teca.

Tropologicamente ottimistico l’epilogo nel Favoloso mondo di Amelie, dove il personaggio cardine, Amelie, non sacrifica la propria esistenza per migliorare il prossimo che la circonda. Un microcosmo che la regia descrive quale summa delle angosce e delle nevrosi dell’umanità, così ben significato nella storiella d’incigno, dove il pesciolino rosso tenta il suicidio, subito liberato nelle acque del fiume, per evitare l’esaurimento nervoso alla madre di Amelie. Stimolata da pulsioni alter, indecifrabili dalla stessa - ma interpretate dall’amico pittore, il quale giusto da lei ottiene la rivelazione di un mistero che lo assillava e lo inibiva a riprodurre fedelmente un segmento artistico – Amelie riesce a far vedere un cieco; a vivificare emozioni d’amore nella compagna di un uomo ormai trapassato; a far esplodere una magnitudo sessuale, rigeneratrice d’equilibrio, tra due individui, un avventore ed una cassiera, ai bordi della follia, che si consideravano del tutto estranei; a ricomporre manifestazioni di umanità in un datore di lavoro che ogni giorno godeva nell’indossare l’offensiva mascàra da padrone contro l’inerme dipendente. Nino, il coprotagonista chiave, collezionista di fototessere altrui, lacerate e gettate via, è il solo ad avvertire in lui l’impeto del Mondo Altro, ubbidendogli con disarmante spontaneità, tale da tendere alla giovane un capo di quella propaggine misterica che li legherà in teca ed in alter.

Bifora delle dannazioni
Omologismo cinematografico

Stalker

da un racconto di Arkadij e Boris Strugatskij (scenografia) Picnic sul ciglio della strada  Urss 1979 161’ di Andrei Tarhovskij
Interpreti: Aleksander Kaidanovsky - Alisa Frejndlich - Anatolij Solonicijn - Nikolaj Grinko - N. Abramova - F. Jurna - F. Kostin

Sarebbe troppo semplice parafrasare quest’opera metaforizzandovi un regime, dal quale i due protagonisti, grazie all’intervento di un proponente, lo stalker, alieno e braccato, tentano la redenzione, essi stessi volontari della pericolosa avventura. L’allegoria, invero, è universale, adattabile ad ogni società, anche alle perfette democrazie, ove ce ne fossero.

Ė l’uomo stesso che si ribella, di là d’ogni istituzione, al proprio millenario cammino, spossato dalle angherie, paure, angosce, manie, disperate risoluzioni estreme, ovvero, dal mobbing, dalle nevrosi, fobie, manie e dai tunnel, che lo incalzano incessanti.

La stanza, sorta dal mistero, forse merito di un intervento extraterrestre (Alter Es), garantirebbe la guarigione totale dalle prescrizioni mondoquestistiche, vale a dire il ripristino delle genuine forze che aveva smarrito, il recupero della più vera essenza, cioè, finalmente privo d’ogni maledetta imposizione della teca, la struttura energetico-muscolare, che lo induce a nutrirla, soddisfarla, vuoi con l’estetica, vuoi con tutti i mezzi protetici e chimici a disposizione, per i quali rinnegherebbe finanche le cose e gli affetti più cari - la pistola e l’ordigno atomico che nel film sono resi inservibili dagli stessi detentori, i due compagni dello stalker. Un dialogo inesauribile quello dei tre personaggi, lo stalker, ovvero la guida, lo scrittore e lo scienziato, nell’incedere verso la stanza delle libertà, una conversazione così immensa che il tempo cinematografico pare non debba mai aver termine, imprigionando lo spettatore in un intrigo inestricabile di pensieri.

Ė lo spettatore, infatti, diventato co-protagonista senza avvedersene, che si conforta quando la spedizione decide di non addentrarsi più nella stanza, eppure era li a portata di un passo, ponendo termine all’escursione, alla speranza, rassegnandosi ad accettarsi così com’è, con tutti i suoi problemi, nulla d’essi escluso.

C’è un cane, nero e curioso, che fuoriesce dalle nebbie e dai pantani, a confermarsi fedele all’uomo padrone, pur con le maledizioni che si trascina. C’è una ragazza, figlia dello stalker, silenziosa, che appare nei fotogrammi iniziali e conclusivi, che sembra dominare poteri sovrannaturali, ma questi s’integrano perfettamente nei fenomeni sbrigliati dalle potenzialità tecnologiche dell’uomo: è l’eterna lotta tra gli agnostici e non, un’ennesima frazione di quel tragico dualismo che lacera la specie in ogni campo e manifestazione, da quando ha perduto la condizione mondoalteristica, della quale, forse, resta la memoria alludendo ad una mitica Età dell’oro, ad un Paradiso terrestre.

Dogville

Danimarca \ Finlandia \ Francia \ Germania 2003 135’ di Lars Von Trier
Interpreti: Nicole Kidman - Stellen Stengard - Siobhan Fallon - Chloe Sevigny - Patricia Clarkson

Un villaggio impregnato di civilissima convivenza, dove il romitaggio alimenta negli abitanti la convinzione di non dover tradire il microcosmo, lungi dal ricadere nelle tentazioni mondoquestistiche che non intendono più considerare. Un’espressione mondoalteristica, dunque, minimale ma efficace.

La struttura mondoquestistica è viepiù soppressa dall’allegoria scenografica, che mostra l’agglomerato unicamente tratteggiato e dove le dimore sono suddivisioni a cielo aperto, in cui parlano ed agiscono gli occupanti, testimoni oculari tutti di tutto, come se non avessero proprio nulla da salvaguardare nelle coscienze. (*)

Il Mondo Questo, però, è in agguato e si ripresenta nel villaggio sotto le spoglie di una sua vittima, la quale è accolta nel villaggio e protetta dalle intimazioni esogene; un tranello per ripristinarvi il dominio, che acquista gradatamente, sino a ridurre ogni abitante in preda. La presunta vittima, pertanto, si trasfigura nel carnefice, dei più freddi e calcolatori, che non cede ad alcun rimedio.

In quest’opera, l’amico a quattro zampe dell’uomo ne spartisce altresì l’atroce sorte: una cruenta rivelazione mondoquestistica coerente fin nei dettagli. In quest’opera di multinazionalità europea, sarebbe ancora troppo semplice, forse, metaforizzarvi la Casa Europa, impegnata a rifondarsi con una propria identità, continuamente lusingata, però, a non abbandonare le tradizionali strutture a salvaguardia di una civiltà pur conquistata con la morte di tante altre. Ancora una volta, è l’uomo-dio che cade martire del Mondo Questo, che lui stesso ha plasmato, alitandone millenarie generazioni, oramai irreversibile.

(*) Il faro splendeva di luce abbagliante \...\ un intero villaggio godeva di quella luminosità \...\ la luce del faro poneva tutti in chiara disponibilità di dialogo, senza ombre comportamentali: ognuno poteva verificare il suo prossimo e contare su di esso nel rispetto reciproco delle potenzialità illuminate \...\

da Il villaggio e la luce racconto di pag. 57 del volume Quella notte fatta di sogni e di mistero di F. Gemmellaro – Rebellato Editore 1989

Fotogramma alteristico

L’amore ritorna

Italia 2004 col 107’ di Sergio Rubini
Interpreti: Fabrizio Bentivoglio - Margherita Buy - Sergio Rubini - Giovanna Mezzogiorno - Giorgio Barberio Corsetti - Emanuela Macchniz - Alberto Rubini - Antonio Prisco - Dina Valente - Simona Marchini - Umberto Orsini - Mariangela Melato

Nulla di più risonante il titolo imposto al geniale lungometraggio di Sergio Rubini, L’amore ritorna, risonante indubbiamente d’omologismo; in altre parole, di quella dimensione mondoalteristica, la quale riaffiora eclatante nello spettatore durante le sequenze finali. Nel film, l’inventiva professionale del personaggio principale è incalzata dagli imagogrammi, creature del Mondo Questo; in una narrazione cinematografica emblema d’ogni individuo incapace di sottrarsi alla conduzione della propria esistenza gremita di luoghi comuni; metafora d’ogni artista incapace di formulare un’opera d’immediatezza e di schietta originalità, riflettente i fotogrammi del Mondo Altro.

Il recupero accade inevitabilmente nei canoni dell’Omologismo e del suo Manifesto. La storia appartiene all’umanità più di quanto si possa esserne persuasi: l’improvvisa e grave patologia trascina un attore nella collera di dover ritardare i propri impegni e nel successivo panico di non poterli completare, finanche ponendo in piano inferiore il pensiero della propria incombente morte; lo smembramento sentimentale nell’antica complicazione moglie ed amante; l’affetto vero o interessato di amici e compagni di lavoro; l’inascoltata messaggistica del padre, qui declamata in versi - in realtà, siamo tutti pronti a considerare la parola paterna quale poesia da ascoltare bonariamente, ma non per trarne ammaestramento - il tutto, insomma, si snoda nella totale banalità questistica, quando, grazie allo stato di sublimazione indotto dalla malattia, ritornano imponenti, ma dolcissime nella loro millenaria natura, le manifestazioni alteristiche, che per troppo tempo l’uomo-umanità rinnega, anzi, da sempre, da quando ha posto assoluta fiducia alle prestazioni della propria struttura energeticomuscolare e alle sue fortificanti protesi.

Questa straordinaria regia di Sergio Rubini insegna che la dimensione Alter, con la sua insiemistica energetico-spirituale, nel film tratteggiata dalla storia di Rosa, permane l’unica riabilitazione dell’uomo, ancor più dell’artista, così, finalmente potente d’opere di schietta originalità, sue, solamente sue.

Dittico per un'Italia

Noi credevamo

Italia-Francia 2010, colore, 3p0’ (nelle sale 2p5’) di Mario Martone
Interpreti: Valerio Binasco - Francesca Inaudi - Luigi Lo Cascio …

Cose dell’altro mondo

Italia 2011, colore, 90’ di Francesco Patierno, dal romanzo di Anna Banti
Interpreti: Diego Abatantuono - Valentina Lodovini - Valerio Mastandrea …

Pellicola a episodi, ‘Noi credevamo’, concatenati per un filo conduttore naturalmente comune, il cui pregio è finalmente il rifiuto della retorica da Fratelli d’Italia. Dalle docenze scolastiche, e innanzitutto dai sermoni commemorativi e dalle opinioni in famiglia, il Risorgimento aveva disegnato la formula per scacciare finalmente lo straniero e salvarci così dalla sua tirannide. Nulla o scarsa attenzione, però, al fatto che i suoi attori erano divisi, e talvolta feroci rivali, la chiave questa che avrebbe aperto l’Italia a una realtà del tutto disgiunta dalle speranze irredentistiche dei patrioti.

La nazione, infatti, sarebbe risorta non sulle ceneri risorgimentali, ma su quel fuoco delle fazioni che continuerà ad avvampare sino a fondere completamente quell’idealità di Italia una dalle Alpi alla Sicilia e per la quale i nostri vicini ascendenti si erano immolati. Non poteva mancare nel canovaccio la figura del patrizio, che in ogni sovvertimento e tempo, si affianca al nascente altro mondo, sovente porgendo una tangibile prova di sostegno, per salvare non tanto se stesso ma la casta e le proprietà; qui la Contessa Cristina Belgioioso, il Principe di Salina nel “Gattopardo”.

- Oggi conviviamo con i fondamentalisti islamici, i fancazzisti albanesi, gli zingari… basta!  prendete il cammello e tornate a casa!

Il tuono verbale dell’imprenditore trevigiano, che nel film ‘Cose dell’altro mondo’ è in coinvolgente coupling con veri tuoni temporaleschi, tale da mettere a disagio lo spettatore, è l’avvisaglia figurata dello scroscio liquefacente ciò che era rimasto dell’identità nazionale. Torna alla memoria quel reverendo americano che negli anni della biblica immigrazione dal vecchio mondo rintronò che - gli Stati Uniti non hanno bisogno della feccia europea… - Quella stessa feccia però che avrebbe dato un indimenticabile sindaco a New York, l’italiano Fiorello La Guardia; per non parlare poi dei discendenti della tratta africana che nel nuovo millennio si sarebbero svincolati dall’apartheid e avrebbero dato un presidente agli Stati Uniti.

Ci si chiede allora se nel Veneto non ci fosse stato il fenomeno invasivo degli extracomunitari, gli slogan quali - fora i maestri meridionali par ignoranzaterroni negri d’Italia - sarebbero sicuramente proseguiti ad oltranza, con conseguenze oggi imponderabili, una guerra civile o la secessione, chissà, invocativi di un altro mondo sostenuto da motivati imprenditori, gli omologhi dei patrizi risorgimentali.

L’epifonema è in ogni caso chiaro: il personaggio, che nel film è il simbolo di una parte burattinescamente avanzata – una minima parte veneta si insiste a precisare - non se la prende con i meridionali italiani o con gli extracomunitari, li assume infatti in gran numero nella propria ditta e gode di un’amante negra, ma con se stesso. La sua pubblica espressione ideologica, pertanto, è una inconscia formulazione esorcistica contro un trascorso di miseria e di migrazione, in quel passato quando in tante contrade del pianeta, nelle grandi città della nostra penisola, qui il giorno di libertà della servitù, per le strade si parlava veneto.

Se ciò è invece una macchiolina che cela la metastasi, l’Italia risorgimentale e democratica dovrà risolversi diversamente per non continuare a gravarsi di errori storici sino all’estremo delle forze: l’unità non può tollerare oltre minacce di secessionismo, egoismo e ignoranza sociale, ribattenti e ricattatori. La stessa storia del film lo sostiene con risolutezza, viste le decise proteste finali dei colleghi dell’imprenditore, che pur lo avevano nutrito nelle sue burrascose apparizioni televisive, viste le sue lacrime di rimorso.

Bifora omologistica 2

La rosa purpurea del Cairo

di Woody Allen 1984
Interpreti: Mia Farrow - Jeff Daniels - Danny Aiello

Cesare deve morire

dei fratelli Paolo e Vittorio Taviani 2012
Interpreti: Salvatore Striano - Cosimo Vega

Una rappresentazione cinematografica trascina il fruitore all’emozione ove lo conduca in eventi casuali o accadibili, in essa omologati. In queste magistrali opere, invece, accade che sia la simulazione a omologarsi nella realtà. Due opere d’intuizione omologistica non comune, quindi, in alone di terze risposte.

Cecilia, certamente, in “La rosa purpurea del Cairo”, rappresenta l’emblema umano del conflitto dissociativo, ossia della realtà che si contrae sopraffatta dalla finzione. La recitazione è tanto più vivace, insomma acquisisce credenza di mondo reale, quanto questa più si allontani rinnegata dal soggetto. Pare che sia una sommaria prerogativa storica dell’umanità femminile lasciarsi coinvolgere dalle simboliche maschere che ritraggono un ideale ambito, ricorrente nei sogni e nelle fantasie, questi unici superstiti in una quotidianità che oramai ha distrutto ogni speranza esistenziale. Cecilia cade nel tranello di un amore verso un tale ricalco, che ha l’effige del suo idolo cinematografico.

Amore il suo, talmente intenso che compie il miracolo d’indurre il personaggio di celluloide, omologo virtuale, a personificarsi nel mondo reale, entrando così in conflitto con il proprio corrispettivo interprete, omologo reale, in una rivalità per la conquista della donna. Cecilia crede di risolversi, con il sanare il conflitto nello scegliere alfine l’omologo reale, ricacciando il personaggio in quel suo confacente mondo, la virtualità, donde ogni evasione è semplicemente favola. Il mondo reale, però, si sa che è dovizioso d’ipocrisia e di egoismo; l’attore, privo di sentimenti che non siano fini all’interpretazione, aveva logicamente recitato, com’è nella propria indole, abbandonando Cecilia, donna, a un destino d’infelicità che quella sua valigia non potrà mai più imprigionare.

In “Cesare deve morire”, il corso naturale della simulazione travalica l’alveo del copione per esondare impetuoso nel campo delle verità. Lo si può definire finzione-non-finzione, pur peccando di rincorrere e ricalcare la teoria delle troppe voci globalizzate. Gli interpreti si denudano così delle vesti sceniche per riacquistare finalmente le proprie identità, o meglio, quei sintomi che palesano esperienze esistenziali e che credevano oramai serrati di là delle sbarre. Questi soggetti riacquistano animo e di esso forza che consideravano perduti, l’antico patrimonio che ostentavano fuori della detenzione, ove, qui, per alcuni di loro non scoccherà mai la data della libertà.

La virtualità drammaturgica si decompone sino alla totale diluizione: gestualità ed espressionismo che negano la mimesi, un verbalismo che risente di spontanei linguaggi. La tragedia shakespeariana perde allora ogni corporeità ma lo spirito, in una sorta di metempsicosi, invade gli interpreti rivestendosi di nuova e palpabile teca, questa, agli occhi dei fruitori, decontaminata dal peccato di reità in una sorta di resurrezione.

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