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Anno 2002.
Due anni di corrispondenza giornalistica dalla Marca al “Corriere del Golfo” della Daunia in ventiquattro servizi

Corrispondente Ferruccio Gemmellaro

Il Veneto, il trevigiano in particolare, o meglio, la Marca trevigiana non è mai stata attracco migratorio di massa per gli uomini del mare sipontini 1.

Si privilegiavano terre lombarde e piemontesi, dove, dalla fine del conflitto mondiale, c’era esigenza di manodopera nelle fabbriche e nella ricostruzione edilizia; e sono state giusto quelle maestranze a renderle, oggi, regioni dall’economia trainante, altresì con la collaborazione dei veneti, i terroni del nord, com’erano definiti a Torino, costretti a emigrarvi dai loro campi d’estrema miseria.

Nel Veneto, di massima, erano sempre approdati militari di carriera, forze di polizia, professori, insegnanti e impiegati, a colmare, fortunatamente, quei posti vacanti e mai richiesti dai nativi, i quali preferivano andare subito a lavorare piuttosto che procurarsi il pezzo di carta.

Agli inizi degli anni settanta, a Silea di Treviso, un comune di circa diecimila abitanti, in cui avevo svolto mansione di cronista e di consigliere comunale, tanto per fare un esempio d’esperienza diretta, gli studenti che frequentavano le superiori si potevano contare a memoria, per non parlare degli universitari, uno sparuto gruppetto.

Al Sud, invece, le aule traboccavano.

Non avete nulla da fare, andate a scuola solo per non oziare era il reiterato giudizio dei veneti e poi vi diplomano con ottimi voti, mentre qui sudiamo da morire per almeno una sufficienza. Spiegateci un po’ come fa un professore meridionale a capirci… a capire i nostri ragazzi che non parlano correntemente l’italiano…

Fu allora che ebbi il dubbio che gli insegnanti trevisani, e altri del posto, s’esprimessero in classe col loro dialetto, d'altronde confortato da alcune circostanze in qualità di presidente di consiglio d’istituto a Venezia e Treviso.

Poi, grazie anche al gruzzolo risparmiato dai loro stessi emigrati rincasati, cominciarono a sorgere piccole e medie imprese a conduzione familiare o quasi, una mappa vincente per il progresso del Nord-Est, trasfiguratosi in un’operosa avanguardia nazionale ed europea.

Un boom che ha prodotto, e non poteva accadere diversamente, dal momento che era mancato un serio piano di previsione, uno straordinario viavai di mezzi d’ogni genere sulle strade, non ancora del tutto sorretto da adeguate ristrutturazioni viarie, vedi gli smisurati ingorghi a Mestre e sulla direttrice Venezia Milano, aggravati nei periodi nebbiosi.

Gli imprenditori pionieri, con l’esperienza maturata altrove, intuirono che occorreva formare culturalmente i loro figli, prima di lanciarli nel mercato, e pretesero che si procurassero quel pezzo di carta.

Non tutti, però, ebbero l’opportunità di far carriera nelle ditte o paterne o di famiglia o d’amici, e adocchiarono impieghi pubblici e privati, ma li trovavano già occupati dai foresti napoletani (nella loro tradizione culturale, erano fermi al tempo dei Borbone, giacché definivano napoletani tutti i cittadini del sud) e fu guerra. Una politica di grave intolleranza fomentata dalla Liga Veneta, con i suoi slogan: Fora i terroni! Fora i maestri terroni par ignoransa!

Questo fu anche il senso di una mia intervista rilasciata, al tempo, a un noto quotidiano romano.

Eclatante l’intervento di una sedicente Maria Pia Forcolin apparso sul Gazzettino dell’allora direttore Gustavo Selva, che lo pubblicò, nella convinzione che fosse un’opinione, se non generalizzata, almeno sintomatica del tessuto sociale, quando, invece, era tutt’altro: una provocazione politica studiata a tavolino, che tanta parte del popolo veneto, quella non animata dai registi occulti, non volle giustificare, ma che avrebbe aizzato irresponsabili e pericolosi burattini.

È difficile asserire che furono unicamente delle coincidenze i casi d’intolleranza, echeggiati in stampa nazionale, come quel ragazzo, figlio di un uomo-radar meridionale, trovato in un parco del veneziano, con scritto sulla schiena denudata Terrone! O quelle auto che attraversavano velocemente i centri abitati dell’entroterra trevigiano, lanciando volantini Terroni negri d’Italia! e peggiori.

Scriveva, tra l’altro, compitamente, la Maria Pia…

(Preambolo) … un complotto diretto dalla mafia craxiana per contaminare la purezza della nostra razza veneta – razza Piave – per mezzo delle trasfusioni di sangue provenienti da individui di razze inferiori e degenerate (meridionali donatori di sangue ndA)

(punto 3) deve essere impedito con una nuova legge o con la forza che svergognate ragazze venete sposino i terroni generando in tal modo figli bastardi…

(punto 5) …l’insegnamento deve essere impartito in lingua veneta.

(punto 6) …si deve cominciare ad agire non affittando loro case, rifiutandosi di vendergli il pane, il latte per i loro marmocchi, non celebrando matrimoni e funerali, eccetera, insomma facendo intorno a loro terra bruciata.

Era il 20 dicembre del 1983, l’altro ieri 2.

Certo, oggi, lo scenario è completamente mutato e molte lodi vanno assegnate al comportamento dei nostri lavoratori, che, come vedremo, hanno felicemente riacquistato la fiducia dei veneti, qualora ce ne fosse stato bisogno.

Le malelingue asseriscono che è la paura degli albanesi in casa che li convincono ad accantonare il problema della convivenza con i meridionali e che, prima o dopo, riaffiorerà.

Resta comunque il fatto che un giovane del sud, con gli stipendi contrattuali, non ce la fa quassù a pagarsi un decoroso affitto e mantenere dignitosamente un’eventuale famiglia; solo un extracomunitario, con le sue umili abitudini ereditate dal terzo mondo, può farcela, a malapena e non per molto tempo ancora.

Il gemellaggio industriale Treviso - Manfredonia e, a quanto pare, con Matera, potrebbe risolvere drasticamente il problema, con l’augurio che, una buona volta, tutto sia fatto con intelligenza politica e davvero per il rilancio del meridione, al quale, l’unificazione italiana aveva strappato via finanche l’animo.

1 Demotico storico di Manfredonia nella Daunia rifondata da Manfredi a memoria dell’antico toponimo Siponto, che oggi ne identifica il turistico lido.
Daunia è la regione che storicamente include il comprensorio oggi provincia di Foggia, con qualche sconfinamento, altrimenti detta Capitanata.

2 Lo scrivente consegnò denuncia alla Procura della Repubblica, ma non fu la sola, e, viepiù, sempre su quelle pagine del Gazzettino, fu pubblicata una sua contrapposizione d’etica giornalistica rivolta a Selva, dal titolo Come fare giornalismo? Frammenti di domande e una risposta provvisoria, ma quella definitiva non mi arrivò più.
Gustavo Selva, senz’altro per più importanti motivi professionali, non durò più di tanto nella direzione dello storico e dignitoso quotidiano veneto.

2

Non era un sipontino ma, per aver sposato una concittadina manfredoniana e per la gioviale simpatia che sprigionava in Corso Manfredi, durante le sue periodiche permanenze, è stato considerato tale, di tutto rispetto; comunque, era nato in una provincia a pochi chilometri lungo la costa sud.

Comandante dei carabinieri a Treviso, poi, dislocato in Friuli, si meritò le lodi pubbliche per il successo ottenuto nella cattura del latitante Vallanzasca.

Pochi uomini sanno indossare una divisa mantenendo fede al loro essere di uomini, nel senso di spontaneità, che non ha bisogno dell’abito per manifestare, con convincimento ed efficacia, le proprie volontà.

Si dice che molti individui, spogli delle loro uniformi o dei vestiti congeniali, perdano la sicurezza del dire e del fare. Vincenzo Russo era l’uomo che faceva distrarre chiunque – l’onesto o il disonesto – dal trovarsi al cospetto dell’autorità. Consapevole che tutti, incensurati e inquisiti, erano fondamentalmente uomini, proprio come lui.

Avevo avuto la fortuna di essergli amico, più vicino nei frangenti d’incontro nella terra che ci accomunava o quando, nel Veneto, una classe d’irresponsabili aveva aperto la caccia ai terroni, proprio com’è accaduto, di recente, per gli extracomunitari, talvolta in odore di Ku Klux Klan.

Forse costoro non sono storicamente preparati nel ricordare che il famigerato Klan americano era nato nel 1865 (altre fonti indicano 1866) giusto contro gli italiani, veneti compresi, prima di sguinzagliarsi contro i negri. Fu sciolto per decreto governativo nel 1871 (per altre fonti 1969) ma risorse dal 1915 al 1944 e, in semiclandestinità dal 1945 al 1965, mutando il nome in Chiesa Cristiana Nazionale, attestandosi avversa alla politica d’integrazione. Altro che cristianesimo!

Vincenzo, peraltro, aveva qualcosa in comune con tutti: era paesano dei barlettani, dei sipontini, dei trapanesi, teatini e goriziani, insomma, delle città dove aveva operato; paesano d’eccellenza per i trevisani, dal momento che in quelle contrade riposa Luigi, il suo sfortunato figliolo, accanto alla compagna Marta, una trevigiana, giovani vittime di un tragico sabato sera.

Vincenzo se n’è andato, all’improvviso, una notte, nel sonno accanto alla moglie, verosimilmente ferito a morte nel più profondo degli affetti, per quella coppia di ragazzi che amava di un sentimento come il meridionale può provare per i figli, la famiglia.

Il suo ricordo resta ovunque, poiché pochi uomini possono contare tanti amici e Vincenzo ne aveva avuto una moltitudine, non semplice da quotare.

A Treviso, aveva passato le consegne a un altro manfredoniano, il comandante La Torre; sembrerebbe una rara coincidenza, ma non lo è più di tanto, causa l’alta percentuale di meridionali nelle forze armate e in quelle di polizia.

Nelle caserme del Triveneto, la regione oltremodo presidiata, un’inerzia della guerra fredda, la loro presenza è incisiva e qualcuno, più fedelmente legato alle guaglione che alle tose, è riuscito pure a rientrare, accasandosi presso sedi familiari.

La campagna antimeridionalistica degli anni ottanta ebbe, almeno, uno strascico buono: una teoria di docenti e impiegati ottenne, grazie a dissimulati giochi diplomatici, quel sospirato trasferimento verso casa; e furono loro, ironicamente o meno, a ringraziare la liga, che era riuscita laddove non erano bastate raccomandazioni e diritti acquisiti dopo anni di carriera.

Poi, com’era prevedibile, pian piano sono approdati altri docenti e impiegati dal sud, giacché cattedre e uffici rischiavano la desertificazione per carenza di concorrenti indigeni.

C’è da aggiungere, tuttavia, che il fabbisogno dell’organico scolastico è cresciuto in proporzione all’arrivo delle famiglie immigrate, che hanno riempito quei banchi di scuola svuotatisi per crescita zero.

Personalmente, però, ancora mi stupisco quando a Manfredonia, nelle ore di chiusura scolastica, vedo scorrere gli scolari dai plessi; un numero enorme se paragonato al Veneto.

Era una montano-manfredoniana, come mi piaceva definirla, d’origine di Monte Sant’Angelo ma vissuta a Manfredonia.

La professoressa Nunzia Ricucci scese dal treno a Treviso, per la sua prima cattedra, ma la aspettavo poiché me l’aveva già preannunciato a Manfredonia.

La incontrai, infatti, sotto i portici di Calmaggiore, oziando a osservare le vetrine. Da allora avviammo una simpatica amicizia in famiglia e in lei si contenne la nostalgia di casa.

Il suo animo la condusse a essere rispettata sia a scuola sia in seno alle comitive dei foresti del sud, in passeggio serale.

Certo, non era come lo struscio di Manfredonia: trascorse le diciannove, alla chiusura dei negozi, restavano a gironzolare solo i meridionali. Oggi, il fenomeno si sta modificando, grazie, tra l’altro, alle librerie del centro storico e agli ipermercati, che vanno avanti sino al tardi, e ciò ha trainato la novità di protrarre l’ora di chiusura dei ristoranti e pizzerie, convenzionalmente abbandonate dopo le ventuno.

Era piuttosto un problema convincere amici e parenti, giunti dal sud in visita di piacere, a consumare la cena a quell’ora impossibile, si rischiava di lasciarli a digiuno. Un’usanza adottata fin nelle famiglie, per le quali – e questo faceva allibire quegli increduli ospiti – il dopocena valeva dire alle venti.

C’è un secondo luogo, dove ancora non è difficile imbattersi in un gruppetto di manfredoniani: la chiesetta di S. Lucia in Piazza S. Vito, di fronte ai Buranelli, nel giorno della sua ricorrenza. Non si dimentichi che a pochi chilometri, a Venezia, sono venerate le sue spoglie. Una tradizione di casa felicemente ritrovata a Treviso, propizia per rimuovere solitudine e lontananza.

Una volta, agli inizi della sua carriera, Nunzia mi riferì preoccupata che uno studente le aveva candidamente rivelato che anche suo padre era un terrone e per questo non si lavava i denti.

Le risposi che ne avrebbe sentito ancora di peggiori, ma purtroppo era lo specchio delle discussioni tra i congiunti.

Nunzia, ad ogni modo, si guadagnò a scuola, e non poteva essere diversamente, tutto il rispetto e la dignità possibili, veicolati dal suo comportamento e dalla disponibilità a suggerire e risolvere, con competenza ed equilibrio.

Tuttora, a distanza di anni, il suo nome serpeggia tra vecchi amici e conoscenti comuni, trevigiani e non, e qualche studente del tempo la ricorda con stima.

Era riuscita finalmente a rincasare, dopo rinunce e sacrifici, anche lei ringraziando la liga, e a coronare il sogno matrimoniale. Il suo viaggio di nozze era passato anche da Treviso, entusiasta di far conoscere il suo compagno.

Ha avuto due stupendi figli, ma purtroppo non li ha visti crescere. Non c’è più.

L’ultima volta che la incontrai, da sola, sul tratto che fiancheggia la villa 1 di Manfredonia, mi disse serenamente, com’era nella sua indole, per la quale tutto chiariva e spiegava senza false allocuzioni, che non ci saremmo mai più rivisti.

1 Nella consuetudine meridionale, i giardini o i parchi pubblici sono definiti “villa”.

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Da alcuni anni, c’è stata, forse più da altri luoghi, una vera e propria migrazione di personale montanaro 1, dauno in generale, verso queste contrade, vincitori di concorsi scolastici nei ruoli non docenti, insomma bidelli, per dirla tradizionalmente.

Un’ulteriore prova di come i veneti, nonostante alcuni frangenti di recessione, preferiscano ancora posti a rischio, ma oltremodo redditizi, accantonando cioè i lavori, statali e conformi, a stipendio fisso, nei quali permane, infatti, checché ne abbia detto la liga, una latitanza d’indigeni.

- Noi – mi disse un amico medico di base, anch’egli forestosebbene guadagniamo competenze medioalte, non facciamo una bella figura tra tutta ’sta vanteria di danaro.

Aveva ragione. Il veneto, lavoratore ad oltranza, appena entra in confidenza, ti chiede immediatamente che lavori svolgi e quanto ti frutta.

In genere, le risposte, pronunciate da un disgraziato a retribuzione predeterminata, gli provocano una smorfia di compatimento.

Le produzioni culturali appaiono inspiegabili alla sua razionalità, per la quale ogni energia dovrà avere un buon tornaconto economico. La vocazione artistica, poi, è considerata alla stregua degli hobby di pesca, di giardinaggio, di ciclismo… in ogni caso utili, dopo aver però incassato parecchio tramite il lavoro, quello vero, e solo così riesce a comprendere parzialmente la voglia di pubblicare libri, di suonare uno strumento, d’esporre tele e sculture nelle gallerie … il tutto privo di un sicuro e tangibile profitto.

Un’insofferenza riversatasi nello sport e nella politica, dove era frequente, e lo è tuttora, imbattersi in meridionali impegnati nella gestione.

Non a caso, le mostre di successo nazionale a Treviso, da quella degli Impressionisti a Van Gogh, Cézanne e Bonnard, ospitate a Ca’ dei Carraresi, l’istituzione fondata dalla Cassamarca, generano un giro straordinario d’affari privatistico.

Venezia, con il suo patrimonio e i suoi artisti, appartiene a una dimensione mondoalteristica rispetto al resto della regione.

“ L’esposizione trevigiana comprende inaspettatamente un’opera impressionistica italiana, anzi, del sud d’Italia, del barlettano De Nittis, una tela incompiuta che, a giusta ragione, può stare a provocatorio emblema di un disinteresse verso l’arte e la cultura di quelle genti meridionali, ieri illuminanti, oggi, ove non carpite, smorzate da ribattenti, mendaci promesse d’impegno per il loro rinascimento.” 2

Non è allora facile per un sipontino, infatti, entrare nella logica che anche una madre, una sorella, una zia, una nonna… deve essere regolarmente retribuita qualora faccia da baby sitter ai suoi nipotini.

Un contesto di guadagni che spinge i meridionali, come nel caso di bidelli, impiegati, docenti, tanto per non apparire da meno, a svolgere lavori d’arrotondamento, quali imbianchino, giardiniere, idraulico… forti dall’ottica che considera dignitoso esercitare più lavori retribuiti e di tutta stima la persona.

E non è allora difficile scoprire un impiegato, un professore servire nelle pizzerie estive al lido internazionale di Jesolo, un lavoro che presume la conoscenza almeno dell’inglese, il cui guadagno mensile supera alla grande lo stipendio ministeriale.

Se non è stato il motore principale del magnificato modello veneto primeggiante in Europa, quest’etica n’è almeno un pistone.

Eppure c’è un però. La passione per i guadagni innanzitutto assume talvolta l’aspetto di una nevrosi e, quando questi calano e per svariate, imprevedibili contingenze e per incaute previsioni, o quando non calano ma si cerca ossessivamente il mezzo per incrementarli, ecco che si assiste ad una giostra d’esercizi che chiudono ed aprono altrove. Dichiarazione di fallimenti, repentine vendite di case al mare, di barche, d’auto di grosse cilindrate, le quali, più che forzate operazioni di sopravvivenza sembrano spesso manovre congegnate; il modello veneto include, purtroppo, anche questi elementi.

A conclusione, onorerei una prerogativa dei meridionali che occupano organici di responsabilità al nord, dei dauni nella fattispecie: la loro disponibilità alle richieste della gente, che, occorre confessarlo, trapela poco o per niente dalle loro poltrone del sud.

Ho avuto la maniera di costatarlo più volte e ne propongo un esempio per tutti.

Un mancato pronto intervento manutentivo alla campata di un ponte fluviale aveva fatto sì che il passaggio di veicoli a motore procurasse rilevanti vibrazioni, tali che queste si propagavano finanche nelle abitazioni contigue, simili a un sisma sussultorio.

Dopo le solite comunicazioni di rito, gli interessati decisero di rivolgersi direttamente a un tecnico provinciale, geometra originario di Vieste, che risiede nello stesso comune per averne sposato una concittadina.

L’informazione gli giunse in piazza, durante le quatro ciàcoe della domenica tra compaesani prima del pranzo, ma nell’animo si nutriva la consapevolezza che anche da questi sarebbe stata assunta solo a richiesta da vagliare in sede competente.

Di lì a pochissimi giorni, un bel mattino, inattesa, arrivò invece la squadra attrezzata della provincia e sistemò ogni cosa, rifacendo addirittura tutti i chilometri del manto stradale sino ai limiti comunali.

A una telefonata di ringraziamento, rispose candido che lui, semplicemente, non aveva fatto altro che il proprio dovere, ossia, quello di cercare la maniera d’anticipare i tempi sui lavori approvati, dietro l’urgenza segnalata dai cittadini.

E l’aveva trovata, la maniera, è vero, ma verosimilmente perché assecondato da una struttura ricettiva.

Forse per la sistemazione degli scoli piovani a Siponto, dove, da anni, dopo un normale acquazzone, si rimane isolati per ore di qua delle acque 3, prima di poter incedere, ci vorrebbe un veneto, giusto per equilibrare le cose, insomma, per compensare quel riconosciuto proprio dovere dei dauni settentrionali, funzionari d’enti pubblici quassù.

1 Per accezione manfredoniana e dintorni, montanaro indica l’abitante di Monte Sant’Angelo sul Gargano.

2 Tratto dalla cronaca dello stesso autore per il periodico nazionale Il Tizzone.

3 Nel 2014 non è cambiato nulla

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Ero salito a Trichiana, alle porte di Belluno, il paese del libro - così definito da una delibera consiliare, che adotta la cittadinanza onoraria agli scrittori - inerpicandomi da Treviso lungo la scorciatoia del passo di S. Boldo, una rara struttura architettonica, direi priva d'eguali al mondo, scavata dal genio militare austriaco, logicamente durante la Grande Guerra, per trainare velocemente i cannoni lassù, una quota strategica di quel versante alpino.

Tutto il camminamento principale si snoda a serpentina lungo la parete della montagna che guarda a valle, così che la successione di tornanti in gallerie, in una conclusiva visione panoramica dal basso, infonde una suggestione straordinaria. I lavori di rifacimento, che hanno ridato impulso alla viabilità, che rischiava di arrendersi completamente alla demolizione del tempo, permettono oggi un flusso continuo di traffico ed hanno ridato ossigeno al turismo festivo nelle contrade superiori, ove prima si raggiungevano con larghissimo giro tra i monti.

Vi ero salito, dunque, in compagnia del mio editore, su invito di un amico comune, scrittore e poeta, per la presentazione del suo ultimo lavoro, e ci proponevamo di raggiungerlo all'ora stabilita, non prima però d'aver gustato degli assaggi in uno dei locali caratteristici.

La scelta non fu laboriosa, ma quando mettemmo piede all'interno, l'odore che s'irradiava dalle cucine m'innescò immediatamente la memoria, riportandomi, con immenso stupore e impreparato a realizzarne il motivo, a Manfredonia.

Avevo sentito giusto, da non crederci, ero capitato in una locanda gestita da meridionali e frequentata da manfredoniani, con i quali non tardammo a unirci e a fare tavolata.

- Guagliò - era stata la parola d'ordine dell'oste rivolgendosi agli ospiti e indicandomi - è roba nostra!

Nel mangiare orecchiette e cime di rame, pancotto con olive e olio del Tavoliere, seppie ripiene con mollica montanara, scaldatelli, sorpresi l'editore veneto che scrutava perplesso le portate di sarde e radicchio trevisano, luganee (salciccia) e polenta, il tutto ai ferri, uova sode e baccalà fritto, sistemate di là del vetro, sotto il banco, inesorabilmente inviolate, e forse andava a chiedersi il perché di quella vana esposizione.

Se non lo avessi avuto compagno, che mi spronava a tagliare corto, sarei forse rimasto con loro fino a notte, dimenticando imperdonabilmente la premurosa chiamata dell'amico scrittore.

Da ragazzo, tra gli anni cinquanta e sessanta, Vincenzo lavorava a Siponto, aiutante restauratore di mobili antichi, presso arricchite famiglie di Foggia, che avevano la loro casa a mare.

Poi, scelse di emigrare a Torino, dove conobbe e sposò una conterranea, impiegata nella stessa azienda dove lui svolgeva mansioni di caporeparto.

Parlava sovente di quel periodo sipontino, con nostalgia, quando il lido era odoroso di fiori che abbellivano le eleganti villette. Descriveva il camping in pineta, il frequentato albergo, l’accurata pulizia delle stradine... e lo raccontava a tutti gli amici in Piemonte.

C'era ritornato anni dopo, ma aveva giurato, sconfortato, di non rimetterci piede.

Aveva pianto nel vedere, per giorni e giorni, indecentemente ammucchiati agli angoli delle stradine rifiuti d'ogni genere, le graziose abitazioni preda della desolazione e della delinquenza vandalica, per la quale anche l'emblematico daino della fontanella nell'omonima piazzetta aveva pagato.

Quando le risposi che la stazione balneare sta rinascendo, con un vero lungomare, e che la prospettiva è di una città-giardino nel contesto di un accurato sito archeologico, finalmente di traino al turismo sipontino, scorsi la commozione nei suoi occhi.

Ancora oggi, non si riesce a comprendere il perché i proprietari dei giardini non sono indirizzati a raccogliere foglie e rami - questi segmentati - in appositi sacchi da portare in prestabilite discariche, come avviene dappertutto.

I visitatori della domenica, poi, tralasciano i cassonetti, abbandonano plastiche e vetri, dove capita e lanciano comodamente sacchetti di rifiuti umidi sui cumuli delle potature abbandonate a cielo aperto, dove gli animali ne fanno scempio.

Siponto - lo assicurai - sta per essere rioccupata dai manfredoniani ed è questa la vera soluzione ai suoi annosi problemi.

Vincenzo e la moglie, appena pensionati, non tornarono a casa, ma si lasciarono convincere dai loro amici, emigrati veneti, a sistemarsi nell'entroterra veneziano, Marteggia di Meolo, dove, grazie al dono parrocchiale dei lotti \ un prezzo simbolico \, avrebbero avuto l'appetibile possibilità di utilizzare la liquidazione per fabbricarvi una bifamiliare. E così avvenne.

Si dedicava artisticamente al traforo ligneo, plasmando modelli di famose opere architettoniche.

Mi fu segnalata la sua arte, lo conobbi e d'allora diventammo amici, affettuosamente legati dal filo dauno, e gli organizzai delle mostre, anche se non intendeva vendere le sue creature.

Poi, la solitudine appesantita dall'età che avanza e il richiamo innanzitutto dei nipoti, essendo senza prole, esortano la coppia a vendere tutto e a espiantarsi di nuovo, ma non per la Daunia, dove non hanno praticamente più nessuno, ma ancora una volta per Torino, la città in cui vivono i sopravvissuti della famiglia, tutta emigrata in quei lontani anni, e i discendenti.

Che cosa avrebbero ritrovato a casa dei loro ricordi e affetti, poco o nulla. La maledizione degli emigrati, che decidono di rientrare in età matura è quella di ripiombare in una seconda dimensione da emigrato, quel che è peggio, in patria. Immaginano di poter riprendere la vecchia vita, ma è un'illusione.

Motivo che conduce tanti a nutrire nostalgia per i paesi dove avevano lavorato e ne avevano acquisito i costumi, fonte d’inspiegabili depressioni. Tutto è chiaro però: ci ritornano ma la difficoltà d'integrazione totale in quei paesi è sintomatica dal fatto che l'emigrato anziano finisce per rinunciare a frequentare le comitive dei compaesani, i bar e ristoranti dei pugliesi, dei calabresi... dove non riesce più a dialogare con le matricole.

I veneti rincasati hanno centrato il fenomeno e si sono immediatamente organizzati in un’associazione tipo "Trevisani nel mondo", preposta all'accoglienza dei compatrioti in arrivo e al loro graduale reinserimento.

Nel Veneto, Vincenzo ha voluto lasciare il segno del suo passaggio, donando alla comunità tutte la sua gamma artistica.

C'è una cosa che non ritrovo più con la loro partenza: il pancotto che la moglie sapeva preparare, pur con i prodotti del luogo, d'altronde bravissima a sceglierli.

Mi telefonava all’improvviso ed era come un improrogabile servizio - A mezzogiorno e un quarto metto a tavola lu panecutt - ed io correvo, ritardando o addirittura rinviando ogni eventuale impegno.

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Dante, nel descrivere Treviso, canta E dove Sile e Cagnan s'accompagna...

Il trasloco dal trevigiano al veneziano mi ha portato dalle sponde del Mellema (o Melemma) 1, affluente del Sile, a quelle del Meolo e del suo collettore, che si riversano nella Fossetta, questo un fiume che scorre quasi a raccordare il Piave al Sile, e non è stata affatto una scelta a farmi ritrovare ancora con l'acqua fuori della porta.

Mentre nel meridione le nonne andavano a lavare i panni nei lavatoi pubblici, nel Veneto, le vecie scendevano nei greti, dove erano allocati i masselli.

I veneti, dunque, occupano una terra ricca di corsi, in cui si specchiano le case e ai quali vanno ad attingere nei periodi di siccità, che poi non si protraggono oltre qualche mese.

In questi incisi, la loro preoccupazione lievita in maniera esagerata e l'allibito emigrato dalla capitanata non può che risentirsene, andando col pensiero all'atavica arsura delle sue terre.

Con tutto quel mare pulito che avete - irruppe un trevigiano nel mezzo di una discussione al bar sulla siccità del Tavoliere, gelando gli astanti - chi vi proibisce di prelevarne l'acqua per irrorare i campi?

Tra le false credenze dei veneti c'è anche quella che nella bassa la neve sia un raro evento.

Nella loro mappa etnico-discriminatoria, quei dea bassa sono i cittadini stanziati verso sud, una più educata tropologia che sta per terroni, da appaiare a napoletani.

Vano raccontare agli increduli che ne ho visto tanta a Grottaglie, a Manfredonia, a Lecce, centri pugliesi in cui avevo soggiornato da ragazzo per seguire il nomadismo professionale del genitore.

In effetti, è più ricorrente che nevichi qualora la temperatura si mantenga sullo zero, che non quando scenda notevolmente, toccando punti di grande gelo.

Subentra l'affascinante fenomeno dell'aria satura d’idrometeore cristalline, la brosa, brina ghiacciata, che cala minuscola a cromare ogni cosa, infondendo un'atmosfera spettrale, sovente scambiata per nevicata dagli inesperti foresti del sud.

Vero è che sulle Alpi la neve impera, ma la scenografia invernale del Gargano, delle Murge e della Sila ha poco di diverso dal Montello, dai colli Euganei e Berici.

Una mentalità diffusa al nord, che aveva plagiato addirittura il De Amicis.

"...Il calabrese, che non aveva mai toccato neve, se ne fece una pallottola e si mise a mangiarla come una pesca... "

da Cuore "La prima neve"

Giusto la Calabria, tra le regioni più ammantate della penisola; personalmente, ho avuto l'esperienza di tre bufere di neve: la prima a Montescuro sulla Sila, poi in Val di Zoldo, infine nel pieno del Tavoliere delle Puglie, zona Beccarini, in aprile.

I TG hanno finalmente equilibrato l'informazione e oggi, appare evidente che più della politica è la meteorologia a voler tenere unito il paese.

C'è sempre, comunque sia, un'irriducibile frecciata da leghista nell'affermare che le sempre più frequenti fioccate sulle pianure peninsulari e la loro rarefazione in quelle continentali, dipendono dal fatto che, con l'esodo meridionale, lo stivale s'è abbassato al nord, conseguentemente sollevandosi al sud... ma è ormai un banale luogo comune, simile allo stereotipo del settentrionale alto, magro e biondo rispetto al meridionale piccolo, grasso, nero e coppola in capo.

Per la verità, piccoli e neri ne ho incontrati parecchi in Friuli, alti e biondi in Corso Manfredi e, questi ultimi, non può essere una mera curiosità genetica in una terra occupata via via da longobardi, normanni, svevi...

A sostegno di una più corretta statistica nazionale, l'altezza media dell'italiano di fine secolo è 1,75mt, contro 1,70 degli anni Cinquanta.

Nel breve tratto tra Piazza dei Signori e S. Vito, a Treviso, transitandovi una sera con Gennaro, docente nativo di un centro garganico, ci soffermammo a osservare una delle colonne nel sagrato di S. Vito; v'è incisa, dalla base verso l'alto, una misura standard di braccia, alla quale i venditori di stoffe, quando il metro era ancora da venire, erano obbligati ad attenersi, per evitare imbrogli sulla quantità richiesta.

Il mio accompagnatore mi soffiò, in vena d'autoironia, che hanno dovuto ideare una rigida unità di misura a seguito dell'arrivo di ambulanti terroni, per la loro scarsa apertura di braccia...

I veneti si divertono a queste maschere, ma non lo accettano su di loro, un po' come i napoleonici, quando dichiaravano che ai francesi piace la libertà, ma non quella degli altri.

Rifiutano il personaggio della servetta veneta di tanti film, eppure, quando risiedevo a Roma negli anni sessanta, c'era un giorno particolare della settimana, in cui per le strade risuonava il triveneto; era il chiacchierio delle domestiche a diporto e oggi, esso, è sostituito dal maghrebino.

Si sono scagliati sul malcapitato Frassica quando questi, a Rai, una località della provincia di Treviso, oltre a giocare sul doppio senso di Rai TV, lo aveva fatto sui costumi popolari.

Qualora Frassica debba delle scuse - scrissi nel mio intervento stampa, qui parafrasandomi - dovrà prima riceverne.

Un secondo stereotipo amato dai padani e smentito dagli osservatori, merito di un proliferare della stampa locale, riguarda queo dea bassa geloso, padre padrone, credulone di magie e fatture.

Ebbene, sui media nazionali, emerge poco delle cronache venete relative a delitti passionali e meno ai clienti di tiraossi e fattucchiere... quest'ultime in un buon giro d'affari.

Il noto film Signore e signori del compianto Germi, girato a Treviso, ispirato a episodi accaduti, aveva centrato perfettamente il sottobosco scandalistico, parato da bigottismi e falsi moralismi; oggi è praticamente introvabile, fatto scomparire anche dai palinsesti televisivi 2.

Una sintomatologia da rigetto, simile contro la loro condizione di disgraziati emigranti in un passato prossimo, oggi trasfiguratasi in una sorta di xenofobia politica, fortunosamente contenuta dall'uomo della strada.

Emerge, comunque, la verità sui meridionali che si esprimono a gesti e con voce alta - in tempi non ancora inquinati da emigrati del sud ed extracomunitari, durante le vasche pomeridiane sotto i portici del centro, si percepiva appena il bisbiglio dei passanti - ma che siano disturbatori della quiete è ancora un rivedibile pregiudizio.

Una sera avevo a cena dei colleghi di pura razza padana e, onorando le loro consuetudini, per chiudere, versai della grappa; ne avevo stappato una bottiglia ben invecchiata, al limone, e se la scolarono completamente.

Prima degli ultimi bicchierini, cominciarono a intonare canti della montagna, signore comprese.

Erano passate le ventidue e mi preoccupavo per la tranquillità del condominio.

Infatti, sortì qualcuno che sbottò: siete sempre voi, soliti terroni, a far bordeo!

Non ce n'era uno solo, di terroni.

La notte di un S. Silvestro, ero a Treviso, soffermato sotto la Loggia dei Trecento a osservare una teoria d'auto strombazzanti, cariche di giovani a festeggiare il nuovo anno.

Improvvisamente, qualcuno fece esplodere un petardo, l'unico che avessi ancora sentito.

Apparve per incanto un agente; sarà stata pure una coincidenza, ma si rivolse all'unico meridionale presente e gli intimò di passargli il cappotto.

Dopo averne ispezionato le tasche, sotto lo sguardo dei presenti, non avendo trovato traccia, si allontanò lasciandolo più umiliato che frastornato.

1 Oggi si è attestato nel distorto idronimo di Melma.

2 Recentemente, grazie a uno scandalo trevigiano, qualcuno ha tirato fuori il film del 1966, riversandolo addirittura in due commerciabili DVD, a dimostrare invece che il trevisano non è cambiato sebbene i luoghi delle riprese siano stati rimodernati. Il secondo DVD, infatti, riprende interviste a noti personaggi della città di vecchia e nuova generazione.

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Forse, l'inossidabile verità sulle abitudini venete, diverse dalle meridionali, sta nel consumo di vino, pertanto, un emblema di Treviso è racchiuso certamente nella fontana delle tette.

Da questa, come narra una lastra esplicativa, in un passato non meglio identificato, fuoriusciva vino a volontà, ma forse è solo una metafora.

Gli zampilli, che sono semplicemente d'acqua, sgorgano dai due prorompenti seni di un formoso busto di nudo femminile, tale che pochi dominano il desiderio di abbeverarsene, direttamente ai capezzoli.

Situata in una galleria interna, a pochi passi da Piazza dei Signori, è meta prescelta dai sipontini, tra i tanti meridionali, che, tralasciando subito gli angoli di richiamo, come i Buranelli, il quartiere clone di Burano, vi trascinano, ammiccando, divertiti parenti e amici.

L'errore immediato, che commette il nostro nello stabilirsi quassù, è quello di porgere in casa, ai visitatori, cognac, vermuth, birra, coca, aranciata, caffè... quando basterebbe stappare una bottiglia di vino bianco, a qualsiasi ora, per renderli felici, ma di quello locale, quali prosecco, verduzzo, tocai... per il raro piccolit, poi, mostrerebbero entusiasmo, considerato il vino delle grandi occasioni, costosissimo, inventato, pare, dai francesi, che l'avevano ricavato da uno striminzito vitigno.

Facile, infatti, ricadere in un secondo errore: offrire il prodotto delle uve meridionali, vedi il primitivo.

Non lo gradiscono volentieri a causa dell'alto tasso congenito, abituati come sono a sorseggiare ghotti de vin da mane a sera; il mosto della capitanata o del tarentino lo importano solo per incrementarne la gradazione nella giusta misura.

Può sembrare un paradosso, ma durante i pasti, in proporzione, ne consumano molto meno, poi, ogni altra occasione è buona.

Nei bar è il più richiesto sotto variegate forme, dal liscio allo spriz, un miscuglio di vino e amaro allungato con acqua e aggiunta di una scorza di limone o d'arancia.

Si beve un'ombra durante la cottura del cibo al barbecue, per ripristinare i liquidi persi col calore; alla fine della giornata, tutti in osteria; il primo agosto - se rammento bene - prima della colazione, per difendersi dalle corna.

La si beve la notte della Befana, accompagnando un tocco de pinsa intorno al panevin (il falò).

La pinsa è un rustico povero e la tradizione vuole che la s'infornasse nelle campagne, ottenuta impastando polenta, pane raffermo, uvetta e altro che si riusciva a recuperare dai rifiuti del padrone.

Hai mai visto qualcosa di simile? mi chiesero anni fa, indicandomi le fiammate, quando giunsi sul sito di un panevin per due righe di cronaca su La Tribuna di Treviso.

Scossi sorridendo il capo, perché la domanda mi aveva ricondotto agli anni della fanciullezza trascorsa nelle Puglie, quando, in tutte le vigilie delle feste più importanti, sopravviveva l'usanza d'accendere le pire \ fanoja, fokra... \.

A sentire alcuni di loro, quella dei roghi è un’eredità celtica, che comprova il loro orgoglio di discendenti.

Se così fosse, ci sarebbe un sinistro risvolto, pensando alla Fenice e al Mulino Stucky.

Niente soldi dello stato per la ricostruzione del Petruzzelli - aveva tuonato Bossi e alcuni meridionali padanizzati gli fecero eco, arrabbiati da un sistema mafioso che distrugge il sud.

Poi, la lega dovette amaramente fare i conti con le fiammate intestine (alla Fenice), appiccate da una mano equilibratrice dell'ordine unitario.

Dopo l'ombra è la graspa a larga diffusione, meglio se de casada, fatta dal contadin; questa avrebbe il pregio d'essere un infallibile digestivo e, nella pratica di una civiltà fondamentalmente agreste, le sue proprietà sono paragonate a un medicinale, tanto che, addirittura, la si dosava anche per i bambini.

Una tazza di grappa con latte e miele bollenti - di più la prima - rimedierebbe ai malanni di stagione.

Un giovane amico di S. Ferdinando di Puglia volle provarla, ma vi unì la ricetta di casa, deglutendo assieme due aspirine e fu ricoverato in deliquio, semidrogato.

Mi confessò però che al raffreddore non ci aveva più pensato.

Crescere al sud, si coltiva la tradizione di andar per Sepolcri, il giovedì santo.

Uno struscio allargato da quello domenicale, quando, durante l'itinerario delle sette chiese, s'incontrano parenti e conoscenti che non si vedono solitamente nei passeggi festivi.

Grande fu la delusione per un mio collega e la sua compagna, sipontini doc, nuovi arrivati a Treviso.

Sarebbe stata un'opportunità - mi dissero contrariati - a parte la fede, di visitare i suggestivi luoghi di culto: il duomo con la pala del Tiziano, S. Nicolò con gli affreschi di Tomaso da Modena, tra cui spicca il più bel volto di donna dipinto su pareti, S. Francesco con le tombe di Piero Alighieri e Francesca Petrarca, i figli dei Poeti, Madonna Granda con le catene che avevano tenuto in vincoli S. Pietro.

Li trovarono, invece, o chiusi, dopo i formali riti pasquali, o del tutto deserti.

Convogliarono così nella mia abitazione, dove la serata la spesero con la nostalgica rimembranza dei Sepolcri alla Stella, in Cattedrale, a S. Domenico, a Santa Maria, al Carmine...

Oltre alle messe di S. Lucia, tuttavia, sipontini e dauni ritrovano felicemente tra le nebbie l'Arcangelo montanaro.

Chiese, paesi, sagre e opere d'arte dedicati a San Miciel.

A Quarto d'Altino, ricostruita nei pressi della romana Altino, la chiesa parrocchiale di San Michele ha il campanile, insolito in un contesto stilistico predominante, che ricorda la geometria dell'originale angioino innalzato sulla Spelonca.

Lo si apre ai fedeli durante i festeggiamenti di settembre, che risalgono i tantissimi scalini a chiocciola, assimilati alla scala penitenziale di Monte Sant’Angelo.

Il protettore di Silea, il comune sulle rive del silente Sile - uno dei più lunghi fiumi che nascono e muoiono in pianura - è ancora S. Michele e nella sua ricorrenza consumano caldarroste e il primo vinello della vendemmia, dolciastro.

Venezia conserva un’antichissima legatura architettonica raffigurante l'Arcangelo, importata dall'oriente, dove già era venerato prima dell'apparizione sul Gargano.

Non ritrovano, però, le feste patronali, così come organizzate a casa, con gli assembramenti sotto le luminarie, tra le infinite bancarelle, bande e giostre assordanti, spettacoli pirotecnici, e si avventurano nelle sagre del santo, ovvero, tra le balere rischiarate dai fari, annebbiate dai fumi delle costicine e salciccia ai ferri, vivacizzate dalle ombre, tante, e dove l'affollamento è alla cassa per aggiudicarsi i posti ai tavoli del tendone gastronomico.

Con l'eccezione per il Rendentore a Venezia, i fuochi d'artificio che concludono i festeggiamenti, appaiono, a loro giudizio, miseri e insignificanti.

Le secolari fiere del Rosario a S. Donà, comunque, hanno molto di mediterraneo, grazie al Luna Park e alla presenza di venditori napoletani, che importano i richiami dei loro mercati settimanali, un po' meno in quelle di S. Luca a Treviso, impregnate dall'odore delle nordiche frittelle zuccherate.

I veneziani, oltre alla legatura micaelita, dalle loro razzie avevano incamerato il corpo di S. Marco e i famosi cavalli.

Manfredonia non ne fu indenne; in mezzo secolo d'occupazione, i serenissimi ne avevano depredato gli scavi archeologici, non ancora satolli delle ingenti tasse imposte.

Le stupende stele, fortunatamente, non erano ancora state ritrovate, qualcuna mimetizzata tra le masserie come porzioni prefabbricate.

Furono ricacciati a furor di popolo e la storia sembra orientata a credere che furono loro, vendicativi, a sguinzagliare i corsari musulmani nel tragico sacco del '600.

Un grave attacco terroristico, favorito da connivenze interne e patrocinato da uno stato straniero; poco o nulla eticamente diverso dall'episodio delle torri gemelle di New York, proiettandoci a quei tempi e con i mezzi a disposizione.

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Ho voluto dedicare alle sipontine questa pagina dell’indagine, tutte più propense, rispetto agli uomini, a emergere, cercare il successo al nord, anche attraverso il matrimonio, ma tante, purtroppo, pagando il prezzo dello smarrimento delle radici.

Appare una contraddizione, eppure, statisticamente, sono i maschi che, se lo potessero, rientrerebbero volentieri a casa.

Di provenienza meridionale, l’Italia continentale conta tantissime laureate decise a intraprendere la carriera nella città che le ha viste universitarie, donne impegnate nel sociale e nella politica, dirigenti scolastici, conduttrici di locali pubblici, prime commesse con graziose movenze da padrona… ho scelto due figure rappresentative.

Da Manfredonia, quando giunse a Treviso, insieme ai genitori qui trasferitisi per lavoro, Vibilia era già avanti nelle medie inferiori; sua sorella, Maria Libera, nelle elementari.

Eravamo quasi a metà degli anni settanta ed esisteva ancora la buona curiosità per i foresti, traducibile in rispetto e ospitalità, veramente schietti, vale a dire immuni da quel sottile pudore etnico, la migliore manifestazione di una politica razzista, che avrebbe finito per inquinare relazioni vecchie e nuove.

Le due sorelle sipontine, dunque, discendenti in linea nonna materna dai Radatti di Monte Sant’Angelo \\ Dottor Pasqualino medico condotto \\, furono attorniate immediatamente d’amicizie e compagnie, che tuttora reggono il tempo, immutabili, e ogni imbecillismo d’intolleranza non le ha mai toccate, come non ha mai toccato la loro famiglia.

Tutto il nucleo sapeva della regola che per aver rispetto occorre onorare l’altrui cultura, bandendo l’arroganza d’imporre la propria, nel pregiudizio che sia la migliore.

Vibilia, dopo le medie, frutto di tanti ripensamenti, scelse infine gli studi commerciali e dall’osservatorio del suo ITC, dislocato in prima periferia, fece in tempo a seguire in diretta gli estremi sussulti d’eventi sociali, che sarebbero stati riportati nelle storiografie.

Il sessantotto, infatti, era allo stadio d’implosione e, nella Marca in particolare, dove non esistevano grandi industrie e masse di studenti, in aggiunta ad un vigile governo delle parrocchie e della balena bianca, quel fenomeno di protesta giovanile pareva fosse passato quasi inosservato.

Fu per sorte un sommovimento in ritardo nella storia, ad ogni modo, nel Veneto, giusto in quegli anni, scoppiarono contestazioni studentesche già in anticipo alla pantera degli anni ottanta, nacquero le premesse e i capi storici di quel movimento democratico in seno alle Forze Armate e agli uomini radar, emersero, infine, frange dell’eversione.

Durante le vacanze, nei dettami di una consuetudine locale, Vibilia, come altri suoi compagni, si prodigava in qualsiasi lavoro: vendemmia, baby sitter, assistente per i bambini in colonia… e con le paghette si concedeva piccoli sfizi d’abbigliamento e brevi vacanze.

Appena diplomata - si esprimeva ormai con flessione veneta – nell’attesa di un impiego adeguato al pezzo di carta, entrò in Posta e al Museo per ingaggi determinati.

Volle sposarsi subito con il suo moroso dell’aeronautica e, tra un figlio e l’altro, racimolava il tempo per occuparsi via via presso un’azienda di computer, d’abbigliamento, un’agenzia di viaggio, una casa-albergo, successivamente, con tre figli cresciuti, è riuscita ad ottenere, per riconosciute serietà e capacità professionali, un definitivo posto di responsabilità nella gestione amministrativa di un’istituzione terziaria di buon nome. Il tutto, comunque, non l’ha mai distolta dal volontariato cristiano, un richiamo veneto al quale ha sempre risposto.

Dapprima, al seguito dei genitori, trascorreva parte dell’estate sui lidi sipontini, poi, da moglie e madre, ha finito per recarvisi unicamente per fugaci, doverose visite.

È fatale, infatti, che questo sopravvenga, più di quanto si pensi.

Avevo conosciuto una capocommessa di un grande magazzino trevigiano, manfredoniana doc, trasferitasi da Milano. Alla scoperta che avevo legami con la sua città, cominciò, con accento lumbard, a confessarmi che non ci ritornava da parecchio e raccontò che quando, da ragazza, accompagnava i genitori, era sempre un evento d’ansia, da nevrosi.

La madre pretendeva che si rinnovasse il guardaroba con qualcosa di elegantino, poiché, e lei n’è convinta ancora oggi, i manfredoniani valutano le persone, il loro successo, oltremodo di chi è fuori per lavoro, dai vestiti che indossano, dalla marca dell’auto.

Sensazioni profonde che non l’hanno più abbandonata, riaffioranti ogni qualvolta qualcuno le riparla di scendere a Manfredonia, soprattutto, poi, a Pasqua.

- Non hai mai visto – concluse – né a Milano e né qui a Treviso, bambini e mamme ostentare abiti così costosi anche durante le passeggiate. Ci deve pur essere il motivo perché la distribuzione di capi firmati prenda essenzialmente la strada per il sud… vada per i matrimoni, ma l’eccessiva eleganza nelle comunioni, nello struscio festivo… rimane un ottimo affare.

Avrei potuto ribatterle che è ricaduta nel luogo comune dell’emigrante che rincasa; è persuaso di ritrovare la vecchia, statica Manfredonia e non si accorge, o non vuole accorgersene, piuttosto, che il campanile sta cambiando e, sotto molti aspetti, più di quanto sia accaduto in lui.

Maria Libera, invece, fin dalle elementari nutriva un sogno ben delineato, che avrebbe felicemente realizzato: imparare le lingue e girare il mondo.

Confessa che l’embrione di quella passione era sorto in lei proprio a Manfredonia, per un’amichetta d’asilo, una giapponesina, figlia di un funzionario che operava nella piccola industria chimica, fuori porta, che sarebbe stata poi chiusa in maniera avvilente, per i lavoratori, per la città... ma questa è un’altra storia, il cui fantasma sembra ancora aleggiare.

Il fatto che riuscissero a comprendersi solo a gesti, le aveva innescato l’impulso a quell’inguaribile voglia di tradurre gli stranieri.

Riconosce che quei pochi anni, in cui ha vissuto a Manfredonia, hanno contribuito al suo presente…. anche se ormai ci capita sempre di rado.

Mutò il nome d’assonanza meridionale in Mara e volle iscriversi risoluta all’Algarotti di Venezia, l’istituto che genera qualificati periti turistici e poliglotti.

Non si lamentava per niente di doversi buttare giù dal letto prima dell’alba, prendere autobus e treno per raggiungere la città lagunare, sede unica della scuola.

Il viaggio da Treviso, sovente, includeva enormi problemi tra nebbie e gelate, ma c’erano anche i flussi d’acqua alta, quindi sortiva già fornita di stivali d’emergenza nello zaino.

Il fenomeno delle rovinose maree, sempre più ricorrente, non risparmiava certo il pianterreno del suo plesso.

Oggi si riparla del Mose - Modulo semovente - la cui idea era stata divulgata negli anni ottanta e che avrebbe il pregio tecnologico di arginarle. Settori dell’opinione pubblica, nondimeno, restano dubbiosi sulla prospettiva di una mostruosità del genere fronte Piazza San Marco.

Recentemente, è stato pubblicizzato un sistema di dighe, insomma, come il ponte per la Sicilia, ogni governo propone una propria infallibile ricetta e i decenni, i ventenni… passano a bordo dei traghetti sullo Stretto e in fuga al suono delle sirene dell’alta marea tra calli e campielli.

A diploma appena conseguito, su segnalazione scolastica, fu offerto a Mara di concorrere presso un Tour Operator di risonanza internazionale; ce la fece e, dopo aver toccato ogni continente, in pochi anni assunse responsabilità di gestione a Padova.

Poi, improvvisamente, decide di mutar vita e luogo, ma non sceglie Manfredonia: si sposa, fa una figlia, l’unica, e si esilia, con la famigliola, in una remota isola del mediterraneo, il paradais, dove, peraltro, esercita entusiasta quella sua professione che aveva sognato fin da bambina.

C’è da aggiungere, contestualmente, una riflessione.

I figli degli emigranti, e tacciamo sui nipoti, non sono attratti dal paese d’origine alla maniera così intensa dei genitori; un legame patrio, il loro, che è sempre andato a sfilacciarsi.

Il sentimento, per sorreggersi, ha bisogno di convivenza e questi, salvo eccezioni, non sono cresciuti assieme ai cugini, non hanno goduto della benevolenza di zii e nonni. Molti cugini separati, infatti, hanno ricominciato a frequentarsi e a scoprirsi negli atenei del nord.

I genitori, poi, non sono troppo convincenti, essi stessi vittime della lontananza.

Succede, infatti, che è la stessa famiglia d’origine a infondere sensi di colpa nel consanguineo emigrato, talvolta così laceranti da compromettere la serenità nei rapporti.

L’amarezza che accompagna queste parole riportatemi da un montanaro, non-docente a Treviso, in un incontro al marcato settimanale di Porta S. Tommaso, è emblematica.

- Che ne sai tu – polemizzano i miei parenti stanziali – arrivi fresco fresco e credi di poter dettare consigli. Te ne stai lassù, non conosci la situazione e ogni tanto fai una telefonata per scaricarti il groppo, ma tocca a noi, giorno per giorno, starci dietro. Che ne sai di piccoli incidenti, malanni, difficoltà… ai nostri vecchi e a che serve informartene; per rispondere a una tua raffica di telefonate, che in pratica non servono a nulla?

Eppure – suggellò con un accenno di sorriso, rilassatosi – sono le stesse persone, che, quando poi un loro figlio è costretto a partire per università o lavoro da queste parti, fanno di tutto per tenerlo all’oscuro da spiacevoli avvenimenti in famiglia. Sai – ti dicono sfacciatamente – è tanto preso poverino, perché preoccuparlo? Se viene a trovarti, non dirgli nulla, per carità!

Un’ipocrisia a senso unico che più delle volte trascina irrimediabilmente l’emigrato a distrarsi da quegli impegni di sangue col paese d’origine.

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Avevo già introdotto che le produzioni culturali appaiono inspiegabili alla razionalità veneta, per cui ogni energia dovrà avere un buon tornaconto economico.

Così accade che, nell'informazione, la cronaca locale sia prerogativa degli studenti; i trampolini per un'auspicabile professione redditizia, quale l'editoria, l'imprenditoria nei media e il grande giornalismo.

Modello per tutti ci viene dal titolare dell'affermata editrice trevigiana Piazza: ai tempi dell’ateneo è stato corrispondente del Gazzettino, poi fondatore d’alcuni periodici di richiamo territoriale.

I foresti del sud, ove trovino lo spazio giornalistico, mantengono invece una dimensione da giovane cronista, dopolavoristica, pur in età matura, spinti dal solo entusiasmo dello scrivere - talvolta un po' esibizionistico, un po' grafomane, in ogni modo di sana eredità - ma, di fatto, incalzati da tanti universitari rampanti, oltremodo dinamici e con il giusto dosaggio provocatorio delle opinioni, la molla per la carriera.

Negli anni ottanta, c'era stata una proliferazione d’associazioni e circoli culturali, le cui presidenze e i promotori risuonavano qua e là di meridionale, facendo l’eco ai membri dei decreti delegati scolastici, a prova che i veneti hanno sempre prediletto impiegare ogni ora utile della giornata per far schei \ far soldi \ o almeno pensare come, sperperando solo scampoli d'energia per hobby e passatempi.

Poi, l'internet, l'attualità del socio-volontariato - anche questo un abbrivo per futuri inserimenti professionali - e la coinvolgente voglia di produrre reddito hanno disintegrato la mappa associativa; i sodalizi meramente espressionistici, fuori di quei parametri e retti solo da entusiasmo, oggi si contano con facilità.

Un egregio circolo è stato il L. Da Vinci di Conegliano con la presidenza del prof. liceale Carmelo Ciccia, siciliano, linguista e dantista.

L'Antelao di Treviso, dalla struttura quasi da pro loco, è per anni retta da un meridionale.

Il Cottoveneto, la rinomata ceramica trevigiana, conta tra i suoi maestri un artista pugliese, della schiera nemo propheta in patria.

Chi scrive, come aveva già accennato nella prima parte di questa indagine, ha ricoperto la carica di presidente del consiglio in un importante e affollatissimo istituto superiore a Venezia.

Il sipontino o il dauno non fa eccezioni e, come per ogni emigrato, la famigliola può contare solo sulla sua presenza, in un paese lontano, privo di parenti, d'affetti, di luoghi conosciuti, e le ore libere dal conquistato posto di lavoro le trascorre o in casa o fuori tutti assieme.

Al limite, partecipa nelle scuole o nei gruppi, desideroso di farsi conoscere artefice di pitture, poesie... con ruoli di base.

Se lo fa, accade comunque dopo un rodaggio d’integrazione, se scapolo, o quando i propri cari hanno acquisito autonomia e integrazione… e allora, ecco che scopre di poter alludere alla conquista del direttivo.

- I meridionali - mi aveva confessato la poetessa trevigiana Bruna Sara Bruni - hanno una spontanea capacità organizzativa, sorretta da un’innata predisposizione artistico-culturale

Tale fenomeno, oggi, trova raro riscontro tra gli extracomunitari, vogliosi d'esprimere la loro cultura e arte, appoggiandosi a strutture preesistenti.

\…\ Io sono una zanzara gialla \ per tetto le stelle \ e per letto le zolle \…\ (parafrasi)

Cantava inascoltato un poeta operaio marocchino, che avevo invitato a recitare in una manifestazione pubblica e i veneti, ex emigranti, avrebbero dovuto immedesimarsi in quel loro drammatico passato che fanno di tutto per rinnegare.

L’avvocato Vincenzo Zonno, garganico, è stato un emigrante atipico: al raggiungimento della pensione risiedeva nella Marca, per vivere accanto al figlio funzionario nel Veneto.

Simpaticamente popolare per la sua appassionata vena classica e verbale, da buon meridionale, districandosi tra latinismo, Dante, Manzoni e d’Annunzio, non indugiava a intraprendere degli accademici confronti, ove però avvertisse d’avere al cospetto un intenditore, meglio se del sud.

Mi compiaccio, sinceramente senza falsa retorica, d’averlo avuto amico.

In età più matura, forse, fra l’altro, colto dalla nostalgia delle disquisizioni tra compaesani, come con il vecchio amico Raffaele del Sale e Tabacchi, ha preferito rincasare sul pietroso promontorio, per risentirne il profumo delle zagare.

Non è un miraggio \ quella piccola conca verde, \ che brulle colline \ chiudono tutto intorno \ e, quasi nel mezzo, una casetta\ con qualche, tante rughe \…\

Questi versi, impulsivi gettiti di felicità e di meraviglia nel ripercorrere i luoghi natii, inclusa la citazione all’amico Raffaele, sono tratti da Acquerelli garganici, una sua silloge di 173 pagine, copyright 1991 per conto della Unigraf di Dosson Treviso.

E qui ha dunque lasciato un esemplare ricordo, documentando chiaramente l’immenso patrimonio formativo del suo nostalgico orbe.

\\ …andare, andare nel mondo \ arso nel corpo \ di febbre soffocante \ serrato, chiuso \ nell’anima di gelo \ Che più non sorride \\

L’ultima volta che andai a fargli visita, tra gli agrumeti di Rodi, mi chiese – ma quasi a se stesso - come avessero accolto le sue pagine quei signuri austriaci lassù.

In verità, durante un concerto di poesie, ne avevo declamate alcune, richiamando nell’auditorio la figura dell’autore, che era stato un familiare personaggio di quella piazza.

Una breve parentesi per sottolineare la positiva qualifica di uomo di piazza, assegnata dai veneti a quel concittadino abitudinario a far quattro passi nel centro storico, addirittura per la spicciola spesa quotidiana, gioviale e confidenziale con tutti, insomma un napoletano.

- Essi – gli risposi – non possono immaginare la scogliera scura a sottovento, l’acqua cinerognola e lampi di ali bianche…e i tanti particolari, che lui vi aveva cantato, di un Gargano, mitico, mitologico e mistico, culla d’avvenimenti che hanno scritto la storia della nostra penisola, e di scultori che vi avevano scalpellato l’orgoglio di un’italica appartenenza.

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Vogliano i lettori, che seguano queste pagine, giustificarmi se oso distrarli dai “dauni settentrionali” per trattare, invece, una figura sipontina che tanto clamore ha suscitato all’estero, considerata tra gli artisti internazionali della melodia canora.

Nulla toglie, in ogni modo, che questa sia l’occasione per arricchire la rubrica con una trattazione, pur saltuaria, sui “dauni nel mondo” e giammai, sia chiaro, dalla mia consueta postazione veneta, a emulazione dei “trevisani nel mondo”, questi d’esclusivo carattere associativo, dediti a periodici raduni e con un proprio organo stampa d’informazione, distribuito ovunque ci siano lavoratori trevigiani.

Manterrei, invece l’abituale struttura interpretativa di costume e società, con quella presina di romantica nostalgia, così come pare sia gradita ai lettori, che qui ringrazio ancora, amici, conoscenti e non, che esprimano, anche personalmente, l’interesse a seguirmi, incitandomi a proseguire nell’indagine.

Pasquale Riccardo, fin dall'età di 12 anni, riscuoteva un notevole successo di piazza, nonostante le opposizioni create dagli agnostici famigliari, dovute sia per motivi economici sia per una certa mentalità diffusa negli anni cinquanta.

Le follie generazionali, infatti, proiettate nel pidocchietto Fulgor, nelle arene Impero e San Lorenzo e nel più distinto Pesante (sale cinematografiche) – i cui fotogrammi del giardino estivo potevano essere carpiti dall’altura della Croce - le maniere italiane diffuse dalla nascente TV, non avevano ancora avuto il tempo di rimodellare gli animi dei genitori, se non quello d’entusiasmo spettacolare ai festival sanremesi e ai Lascia o raddoppia, non ultimo il fortunato Campanile sera, nelle cui competizioni campanilistiche concorse una squadra sipontina.

Da questa generazione, benché cresciuta in un’avversa persuasione occulta e non, sarebbero stati ugualmente proiettati, dentro e fuori Manfredonia, personaggi di richiamo, quali, per citarne qualcuno, Luciano Gatta e, verosimilmente, Lucio Dalla… senza dubbio, in loro aveva trovato sito una forte carica di perseveranza e di coraggio.

La passione, le doti e, come dicevo, quella carica erano talmente vere in Pasquale, che decise d'abbandonare lo struscio in Corso Manfredi, i calci al pallone sulla spiaggia, i tuffi dal molo, i balli in terrazza, le socie carnascialesche, il gelato già da Tommasino, il castagnaccio del chiosco di Salvatore alla stazione città, gli amici e la pur sempre comoda casa, per tentare la fortuna al nord, privo di consenso paterno.

Può sembrare un messaggio diseducativo, tuttavia, grandi star pugliesi della stazza di Modugno, Arbore e Albano, avevano o avrebbero dovuto lottare e imporsi nel rispettivo microcosmo, lasciarlo, per essere quelli che sono.

Oggi, il fenomeno è inesistente, i giovani, non abbandonano più le camerette domestiche, dove ritrovano tutto il tempo e l’appoggio possibile, per qualsiasi professione artistica desiderino intraprendere.

Peccato, però, che, in questi anni, la corsa è affollata e che pochi detengano il talento necessario al raggiungimento del traguardo sui palcoscenici; molti, invece, l’attitudine alle raccomandazioni.

Pasquale si affidò alle sue sole forze, prestandosi anche a lavori umili, allo scopo di pagarsi gli studi di musica e canto.

Il destino dei lavori umili accomuna tutti i grandi dello spettacolo agli inizi dei loro percorsi; certamente, è sintomo e prova di risolutezza e ardimento, praticamente dissoltisi tra le sedicenti promesse di quest’inizio secolo, il cui motto saranno famosi è oramai entrato nella letteratura dei luoghi comuni e delle grandi illusioni, complice la TV.

Gustave Flaubert, nell’800, già riportava ironicamente che \…\ tutti i grandi uomini sono sopravvalutati. Di grandi uomini non ce ne sono, peraltro.

All'età di diciassette anni, Pasquale si ritrovò a Torino, una città che già andava a mostrare incomprensione per meridionali e veneti, gli immigrati del dopo guerra; una città intristita che si rispecchiava nello sguardo dei passanti, tutti lontani dalle loro terre, i soli a passeggiare per le strade di sera e lui, minorenne, rischiava d’essere rimpatriato.

Gli fu offerto un lavoro come cantante al Boite, e, appena maggiorenne, ottenne un contratto con la casa discografica milanese Tabù; vi rimase quasi un anno, conquistando una certa notorietà professionale.

Si esibì al Maxime di Como, ravvisato come una vera promessa, donde si guadagnò vari contratti per Bagdad, Beirut, Amburgo, sempre con lodevole critica.

L’amore per la musicalità italiana non ha mai smarrito quel fascino che magnetizza l’auditorio internazionale e non è un evento raro che un artista meridionale riceva ogni meritata lode fuori casa, vedi Adamo, prima d’essere finalmente riconosciuto in patria.

Il fenomeno Pasquale Riccardo forse, sotto tale aspetto, è anomalo, poiché il successo ricevuto altrove non si è riflesso, così prorompente, in Italia.

Qui occorre forse fermarci un attimo per una riflessione: sarebbe spettato ai vari conduttori di casa nostra, responsabili della presentazione di una miriade d’artisti internazionali, importare la voce del nostro, il quale, mi risulterebbe, si sia invece molto impegnato per promuovere nelle sue platee le voci dei conterranei.

Tra le tournee più significative del suo progresso, ci fu quella della Spagna, negli anni sessanta, quando la fama di Pasquale si moltiplicò per tutta la penisola iberica.

Qui conobbe la compagna di vita, messicana, e con lei si trasferì in Messico, per continuarvi la carriera.

Nel continente americano gli arrivò il trionfo, con contratti, trasmissioni televisive e incisioni discografiche, che raggiunsero le vette in Hit Parade.

In Messico, la sua è considerata una delle più belle voci della tradizione melodica (italiana).

La famiglia Riccardo, dunque, è convinta di far cosa gradita nel proporre all’Amministrazione di Manfredonia che l'artista manfredoniano Pasquale Riccardo sia invitato in una delle prossime edizioni del Premio Manfredi, o similari, in qualità di protagonista, sicura di riflettere il pensiero dei cittadini, inclusi i suoi tanti parenti, che pur sapendo dei consensi esteri, non hanno mai avuto l'opportunità di ascoltarlo e applaudirlo dal vivo.

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Non avrei creduto di trattare ancora il personaggio Pasquale Riccardo, sipontino doc emigrato in Messico, dove aveva coltivato una prestigiosa carriera per le proprie doti melodiche, riconosciute peraltro durante le tournèe in Spagna e negli Stati Uniti.

Un artista che ha fatto onore all'Italia, ma innanzi tutto a Manfredonia, dove i parenti, gli amici e i vecchi compagni attendevano da sempre che qualcuno, seppure in ritardo, si ricordasse di invitarlo per una serata a godimento esclusivo dei concittadini, ma dal sapore di una prima nazionale.

La manifestazione, alfine, c'è stata, nel contesto del Premio Gargano Re Manfredi 2003; ce n'erano molti quella sera in piazza e non potevano mancare Gli indiavolati Vittorio Beverelli, Raffaele Granatiero, Mauro Minervino, reduci disponibili di quel gruppo che a cavallo degli anni cinquanta - sessanta accomunava un clan di ragazzi appassionati di ritmi che mandavano altrove le vecchie cante dei genitori.

Oltre al nostro Pasquale, si molleggiavano nel gruppo, dal '54 al '62 circa, Lino Castigliego il futuro vigile, Tonino Berardinetti oggi a Genova, Tonino Ricci in Canada, Tonino Sorbo e Paolo Moscatelli a Firenze, Matteo Riccardo Teuccio prematuramente scomparso.

Studenti del Mozzillo, l'unico plesso allora esistente, appena riconvertito in statale e situato fuori città, che obbligava a lunghe e doppie scarpinate quotidiane chi proveniva, ad esempio, dalle parti della stazione.

La serata, però - scusatemi il luogo comune - sotto quest’aspetto è stata un'occasione mancata.

Il conduttore Piero Vigorelli ha inaspettatamente ostentato una non comprensibile improvvisazione; addirittura è chiaramente parso ignorare che Pasquale Riccardo avrebbe dovuto esibirsi, dopo il ritiro del riconoscimento Città di Manfredonia.

Pasquale s'è dovuto imporre per cantare almeno una volta delle tre previste, per gli amici della platea in attesa... ed è stato un successone.

E gli spettatori, nel riprendersi dallo sbigottimento si sono ritrovati neri e non per caso, come mi ha ironicamente suggerito Mary Armiento, nipote dell'artista, cogliendo l'evento della compartecipazione allo spettacolo dei bravissimi “Neri per caso”.

Molto bello, molto emozionante - ci confida Pasquale in partenza per il Messico - e ringrazio tutti per il calore. Un'emozione speciale, veramente speciale quella che ho provato nel cantare tra la mia gente, nella mia terra... nonostante l'incidente di percorso.

Ringrazio coloro che mi hanno sostenuto - conclude - del Comune, del Corriere, della Gazzetta, Ferruccio e in particolare l'amico Antonio che ha fortemente voluto consegnarmi di persona il premio.

Una manifestazione, infatti, voluta dall'amministrazione sipontina, uno spettacolo che, incidente a parte, reitera magnificamente e qualifica, grazie agli organizzatori e patrocinanti, la tradizione meridionale per l'arte e la cultura.

Una scenografia suggestiva, inclusa la monumentale piazza e la facciata del Duomo, una carrellata di personaggi nazionali amati dalla popolazione: Massimo Ghini, Vincenzo Mollica, Paola Pitagora, Lunetta Savino "Cettina", Marcello Veneziani...

Una riflessione, comunque, m'è doverosa, che avevo esposto in un servizio sul periodico nazionale Anni Novanta edito dalla già Casa Rebellato di S. Donà di Piave, per il quale curavo una rubrica sui Premi Letterari.

Il Premio di poesia Arcadia Nova, giunto alla XXII edizione, inserito nel Premio Gargano Internazionale di Cultura Re Manfredi, dovrebbe essere discriminato dal palcoscenico Manfredi, comunque rubricato nel contesto, simile al convegno-dibattito Obiettivo Pace del mattino dopo ai Celestini.

Il sogno del poeta, dello scrittore, è aggiudicarsi un prestigioso premio letterario, e qualora ciò si realizzi, meriterebbero tutta l'attenzione; insomma, condurre l'anonimo vincitore su un podio dovizioso di personaggi osannati dal pubblico è come fargli un torto, sminuirgli il successo, in altre parole schiacciarne in partenza la notorietà, quando invece dovrebbe essere oltremodo provocata.

Durante la manifestazione del Manfredi, l'inserimento dei tre poeti finalisti è stato per molti una sorta d'intervallo pubblicitario, quasi un fastidio per l'interruzione del grande spettacolo, che ha mantenuto il pienone sino alla fine.

Tornando al nostro Pasquale Riccardo, alla riscoperta di quest’artista sipontino, immagino che in una sua futura apparizione a Manfredonia, niente potrà ostacolare una serata pubblica tutta per lui, ma qualcosa è pur accaduto dopo Piazza Duomo: la sua voce, malgrado la cesura, ha smosso l'inerzia tutta italiana, grazie a quella naturale proprietà vocale che immediatamente è divenuta oggetto d'interesse dei media e, verosimilmente, della Rai. *

* L’imponderabile però è accaduto. Nel dicembre 2010, Pasquale Riccardo scompare per un male incurabile.

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A Trieste, dove vive e opera una nutrita comunità pugliese, Raffaele Impagnatiello, d’origine montanara, è il vicepresidente del Club Puglia, un sodalizio nato nel 1989 ben conosciuto e stimato in città sia per le iniziative che è riuscita a organizzare in questi anni, sia per l’impegno profuso al fine di rafforzare il ruolo di raccordo tra le migliaia di pugliesi residenti e i triestini. 1

Occupa una splendida sede nella centralissima Via Revoltella, inaugurata nel 2002.

Una sede finalmente autonoma, dopo le pur gradite ospitalità presso l’Associazione degli Abruzzesi e nel Centro Studi Calabresi.

Recentemente, il prof Antonio Palmisano, docente d’Antropologia Culturale all’Università degli Studi di Trieste, vi aveva tenuto la conferenza Misteri di Puglia e il noto scrittore barese Vito Maurogiovanni si era soffermato sulla Presenza dei pugliesi a Trieste.

L’obiettivo di questi apulo-giuliani – il loro logo configura la Puglia in tricolore sormontante l’emblema di Trieste - è la conservazione e la valorizzazione del patrimonio storico e culturale delle tradizioni della Puglia.

Qualcuno si sarà chiesto se l’istituzione del glorioso convoglio ferroviario, che parte quotidianamente da Lecce per Venezia Trieste e ritorno, sia stata suggerita dalla richiesta di emigranti verso quelle terre di confine o per favorirne la diaspora, come d’altronde per il Lecce Milano Torino, per accezione, questo, già definito dal popolo il treno della fame.

C’era sempre stata, però, rispetto al primo, una distinzione di quest’ultimo, affollato di operai e lavoratori in genere, diretti fin in Svizzera e in Germania, i cui scompartimenti si trasformavano in bivacchi, appunto per un viaggio che sembrava interminabile, sovente intrapreso da interi nuclei famigliari via via allargati da nuore e nipoti giargianesi 2.

All’andata, sul pavimento restavano disseminati resti di pagnotte, pizze, frittate, tarallucci e scaldatelli infagottati da fogli di Gazzetta del Mezzogiorno e vuoti d’acqua del Monticchio, mentre, al ritorno, di wurstel, pane di segale e salumi in pagine di Der Spiegel e contenitori di Mineralwasser.

Sul Trieste, invece, si contavano militari, impiegati e docenti ai quali bastava sonnecchiare l’intera notte per ritrovarsi freschi il mattino sui posti di lavoro o a casa.

Anni fa c’era stato finanche un servizio aereo che da Foggia atterrava a Trieste, poi cancellato, come ogni altro volo dalla Capitanata, che pare faccia tanta fatica a decollare.

Il Triveneto, l’avevo annotato in un precedente servizio, è stata la regione più presidiata d’Italia anche in tempo di pace - o della guerra fredda, come si vuol definirlo – e allora non poteva non essere affollato di cittadini meridionali, tendenzialmente più inclini a indossare l’uniforme, vista la preclusione ad alternative.

Su quei vagoni, naturalmente in prima classe, sarà tante volte montato il sipontino Pasquale De Salvia generale degli Alpini a Verona, insieme a una moltitudine d’ufficiali e sottufficiali dauni, d’ogni arma e corpo.

La ferrovia adriatica risalirebbe ai tempi delle tradotte che avevano trasportato i disgraziati ragazzi pugliesi alle armi, verso un olocausto per difendere da Cecco Peppe quelle montagne, sino allora ignote alla loro conoscenza geografica.

Se il Milano, in un passato prossimo, era stato chiamato della fame, il Trieste, per i pugliesi, quindi, lo era stato, in un passato anteriore, della morte.

Non mi riuscirà mai d’abradere dalla memoria un vecchio reduce manfredoniano della prima guerra, il quale - parlo degli anni settanta - saputo che avrei preso quel treno per Treviso, esclamò, quasi rivolto a se stesso: L’adriatica! maledetta… porta dritta dritta al fronte!

L’accolsi come una metafora e n’ebbi un brivido, che mi fu compagno per l’intero viaggio.

E pensai a quel Pasquale congedato perché impazzito durante un attacco alla baionetta, dove o avanzavi verso una morte quasi sicura o ti arrivava una pallottola dai carabinieri. Rincasò per spegnersi delirando all’assalto! La moglie, incinta, lo seguì dopo sei mesi. Il loro figlio Gaetano, poi, durante il secondo conflitto, sarebbe saltato in aria sotto una galleria in Grecia, per un’azione dei partigiani, mentre scortava un carico di munizioni.

E mi sovvenne quel giovane Radatti di Monte Sant’Angelo, inghiottito dalle trincee, introvabile in ogni cimitero di guerra e sacrario, nonostante insistenti ricerche dei familiari.

Le loro storie, sono identiche a tante altre di ragazzi del sud, che avrebbero così pagato l’unificazione delle loro terre con un’Italia una, libera e indipendente.

Non è affatto demagogia, ecco cosa scrive il prof Oliviero Pillon, già presidente della Provincia di Venezia \…\ ma lo scontro fu tutto affrontato dai valorosi sardi della Brigata Sassari \…\ dai battaglioni dei bersaglieri ciclisti, dagli Arditi e dalle brigate di fanteria, generalmente composte da soldati meridionali \…\ 3

Come potrei dissiparne la memoria se, quotidianamente, transito fuori della villa Folco Dreina, sede nel ’17 del Comando Supremo Italiano e dove c’era stato il passaggio di consegne tra Cadorna e Diaz, se nel comune che mi ospita, nella frazione di Losson della Battaglia, di qua del Piave, c’era stato, appunto quello scontro sopra trascritto, quella carneficina del Solstizio, con tremila morti e ventimila feriti.

Un prezzo che i giovani meridionali avrebbero continuato a sborsare, accantonati ai margini di una realtà lavorativa e di progresso, invece ben sostenuta, ovunque, nella nazione.

La TV locale trevigiana, prima dell’arrivo dell’Unindustria veneta a Manfredonia, aveva dato ampia risonanza a un imprenditore illuminato, il quale, per favorire l’assunzione di giovani meridionali, offriva loro locali abitativi a basso canone. Non se n’è più parlato, certamente perché, al cittadino italiano non potevano certo essere proposti quegli alloggi di fortuna così ricercati dai disgraziati del terzomondo.

La tratta adriatica, tuttavia, nei decenni della ricostruzione e di ripresa ma ancora in una certa misura attuale, avrebbe avuto funzione socializzante, un po’ come l’Orient Express. Gremita per la carenza di un buon collegamento ordinario in aggiunta alla scarsa diffusione dell’auto, in coincidenza con i traghetti, a Brindisi salivano e scendevano greci e turchi, a Pescara e ad Ancona era normale seguire movimenti di slavi, senza contare, ancora, i turisti delle loro terre e i villeggianti della sempre attualissima riviera romagnola.

In Albania non era possibile arrivarci e i rari albanesi sbarcati in qualità d’equipaggio non avevano il permesso, dal loro governo, d’uscire dal porto, vigilati da un onnipresente accompagnatore politico.

La vecchia strada ferrata e la più moderna autostrada, che corrono costeggiando l’Adriatico, serbano, in ogni caso, una storia socializzante molto più antica di quanto s’immagini: sono gli eredi di quei tratturi che dalle Marche e dagli Abruzzi scendevano verso il Tavoliere, non lontano dall’importante scalo portuale di Siponto, a incontrare la Traiana, il raccordo dalla vecchia consolare Appia transitante, questa, in quel di Benevento. Dalla Capitanata, andavano a connettersi con le vetuste vestigia dei Peucezi tra le basse Murge e lungo la costa, dove a Egnazia ci si poteva imbarcare per Salonicco.

Verosimilmente, la Daunia n’era il crocevia e avrebbe sviluppato quell’indole d’indipendenza urbana, produttiva e commerciale, che già aveva avviato \\ proto urbano \\ defilandosi, grazie altresì alla fortezza naturale del Gargano, dalle sanguinose battaglie difensive degli indigeni pugliesi \\ anallenici \\ contro la prepotenza espansionistica degli eserciti tarentini e calabri \\ ellenici o italioti \\

Stanziati al nord della Japigia, pertanto, i dauni sono stati gli ultimi, e quindi in maniera marginale, a essere influenzati dalla cultura ellenica e lo si avverte, ancora oggi, tra le collettività pugliesi fuori casa, oltremodo nei montanari, i quali, inoltre, hanno imparato a conoscere molto bene il valore del danaro e sanno come spenderlo alla meglio e farlo fruttare.

A Manfredonia, come altrove nella penisola, dunque, i montanari, dauni più in generale, mantengono quella loro specificità produttiva e commerciale, in armonia al buon risparmio, insieme a quel loro amore per il proprio paese del quale fanno fatica a recidere il cosiddetto cordone.

Un garganico, funzionario in pretura sulla Riviera del Brenta, conviveva da scapolo con alcuni conterranei e, quando rientravano dalle ferie, ognuno recava con sé i prodotti dei loro forni; ebbene, non passavano molti di giorni che non ricadessero nel discutere animatamente quale pane fosse il migliore tra il montanaro, il mattinatese e il manfredoniano.

Per una forma di verità di giudizio, devo però concludere che ad Arquà, giusto sotto la casa del Petrarca, ho recentemente fatto conoscenza casuale con un siciliano, il quale, saputo della mia familiarità con la Daunia, ha cominciato a elogiarne il pane, anticipandomi che era in procinto d’aprire un forno pugliese a San Donà, forte dall’aver trascorso alcuni mesi di lavoro a Monte Sant’Angelo per imparare a fare il pane come si deve.

1 Tratto dalla pubblicazione Storia dell’Associazione

2 Voce onomatopeica pugliese che sta per “dal linguaggio incomprensibile”

3 Tratto dal periodico Le Tre Venezie del gennaio 2001

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Ancora vittime in uniforme per grandissima parte meridionali, uomini destinati a quel “pane sicuro”, vista l’incapacità dei governi, fin dal tempo dell’unificazione, di favorire il riscatto di una società infranta, a tutto beneficio del nord \ ...\ Le bandiere a mezz’asta poste ben lontane da quei simboli che avevano infangato l’essere terrone e che ancora oggi hanno i loro miseri rigurgiti, anche se ridimensionati dall’attacco verso gli extracomunitari, riciclandovi l’identico, offensivo linguaggio \ ...\ mentre da una parte si piangono i fratelli del Sud, dall’altra, nel frattempo, si opera, contro la loro stessa volontà, per la dislocazione di un deposito di scorie nucleari in quelle terre, rischiando ragionevolmente d’inibirvi ancora ogni possibilità di crescita almeno turistica e ambientale \ ...\

Queste righe sono stralciate da un intervento che ho redatto all’indomani della strage di Nassiriya e pubblicato dalla Tribuna di Treviso il 18 novembre, giorno dei funerali di Stato a Roma.

Grazie a Dio, quei simboli hanno mostrato logicità nel non presenziare alla manifestazione di piazza proposta dai sindacati contro il terrorismo, e alla quale hanno aderito movimenti e l’intero parlamento.

Non molti anni fa, era una vera impresa per un lavoratore meridionale, regolarmente assunto al nord, trovare un alloggio decente; le porte sbattute in faccia e gli sfratti non si contavano. Per correttezza di cronaca, occorre specificare che il fenomeno era affermato in Piemonte, dove anche gli emigrati veneti erano trattati alla stregua dei terroni.

In queste ore, a Treviso, mentre sto digitando la pagina corrente, a un gruppo d’extracomunitari, in regolare permesso di soggiorno e di lavoro, è stato intimato lo sgombro da alcuni alloggi di fortuna, tacitamente già considerati di fatto. La solerzia di rappresentanti sindacali, coadiuvati dalla compassione della gente, fa sì che questi disperati non muoiano di freddo per le strade, già addobbate per le feste natalizie.

L’orribile della questione è che un politico – ma è preferibile non considerarlo tale, poiché il termine politica contiene ben altro valore semantico – insomma, incalzato dai media, ha pronunciato un’espressione fiorita di forno crematorio. Non è importante, credetemi, conoscere la situazione in cui è stata proferita; è d’accapponante verità, invece, il particolare che l’abbia unicamente articolata, riciclandola dalle vecchie, ma non tanto, ingiurie ai meridionali.

Si sta innescando il fenomeno che vede discendenti della vecchia classe politica operare per scrollarsi quelle colpe storiche incompatibili con l’Europa Unita – vedi Fini in Israele - rincorrendo i mea culpa del Santo Padre, colpe che sembrano sciaguratamente riabilitate in settori di una giovane politica, insofferenti all’etica europea, il più bel frutto, questa, germogliato dai padri delle democrazie occidentali postbelliche.

Troppi insulti e oltraggi che si vuole spiegare adducendo situazioni giustificatorie; non c’è nulla da spiegare e da giustificare, c’è invece tutto per rimandare i responsabili a casa.

- Me la prendo con gli imprenditori; prima d’assumerli, pensino a come sistemarli – mi ha appena esposto un conoscente, impegnato socialmente e compositore di versi a denuncia sociale, emulo di Ferruccio Brugnaro, il noto poeta operaio di Mestre, conredattore della rivista nazionale Abiti-lavoro – non si può continuare a scaricare tutto sugli amministratori.

Verissimo, ma specialmente quassù, la classe imprenditrice coincide con quella politico-amministratrice.

Quanti lavoratori del sud, avanti che la statistica colpisse gli extracomunitari, sono deceduti in terre lontane, ivi residenti, avendo acconsentito a un posto di lavoro introvabile vicino casa, quando non trasferiti laddove i loro mestieri sono poco ambiti ma necessari alla collettività.

Il 1978, l’indimenticabile anno in cui morirono due papi e fu assassinato Aldo Moro, quattro giovani – pugliesi e campani - di stanza nel trevigiano, si schiantarono in un sol botto d’auto contro un platano. Rientravano in sede di lavoro e la 128 non andava molto veloce, ma il frondoso rettilineo che raccorda alcuni centri limitrofi per proseguire verso Castelfranco e Vicenza, non era più idoneo al numero e alle potenzialità dei mezzi di trasporto in transito, pur piacevole alla vista e quando i passeggeri erano propensi a godere dell’arborea frescura.

L’avevo già riportato, che nel Veneto, ieri e ancora oggi, è evidente l’inadeguatezza della rete ordinaria alle esigenze superlavorative della regione, che vuol essere pilota in Europa. I percorsi delle vecchie autostrade, poi, sono votati all’ingorgo e ai colossali tamponamenti, se non si concludono progetti e cantieri per le terze corsie, gli svincoli addizionali e per i ponti. Nel marzo di quest’anno, in A4 – tratto Trieste Venezia - tra Noventa e Cessalto, ci fu l’inferno: duecentocinquanta mezzi distrutti, un centinaio di feriti e tredici morti.

Il mattino successivo, quando ne scorsi l’immagine sul quotidiano, la memoria andò alla copertina di un romanzo che avevo letto negli anni sessanta Le città che ci aspettano, dove era disegnata una smisurata e fumosa carambola d’automobili.

Nel 1979, a Melzo, la vita del carabiniere Pietro Lia fu però stroncata da un suo conterraneo, il cerignolano Antonio Cianci, appena ventenne. Costui ne assassinò tre insieme al posto di blocco per non farsi sorprendere con un’auto rubata…

Fugghiu, figghiu miu urlava la madre giunta da un paesino del sud, facendo raggelare i lumbard.

Viviamo in un’epoca caratterizzata dal sonno della ragione, dall’esasperazione degli istinti, cose portate avanti anche con i mezzi di comunicazione di massa… allarmò monsignor Enrico Assi, l’allora vescovo ausiliario di Milano, durante i funerali.

Sembrano parole scandite appena stamattina, eppure sta per consumarsi un trentennio.

E quanti lavoratori del sud hanno rischiato e rischiano, per indole o per dovere, la propria vita per quella d’ignoti cittadini padani, molte volte in silenzio.

Sebastiano, nato sulle pendici vesuviane, è manfredoniano d’adozione, per aver sposato una sipontina e per le sue frequenti sortite in qualsiasi stagione, sobbarcandosi il viaggio da Treviso.

Il 25 febbraio del ’90, sul Gazzettino apparve un servizio con foto concernente la sua persona.

Era accaduto che, mentre si recava tranquillamente al lavoro fuori città, scorge un giovane tramortito ai piedi della sua moto ormai in fiamme, dalla quale fuoriesce il carburante. Comprende al volo la gravissima situazione e senza indugiare un solo secondo del tempo prezioso, nonostante gli avvertimenti di un agente - più preoccupato d’allontanare i passanti - riesce a ritardarne l’imminente esplosione, grazie ad un estintore di fortuna disponibile sui mezzi di trasporto, e a trascinare via al sicuro il traumatizzato; immediatamente dopo sarebbe stata inevitabile la tragedia.

Sebastiano, convocato dal prefetto, è insignito d’Onorificenza al valor civile.

Un particolare, anzi due, i quali nulla hanno tolto alle buone riflessioni del soccorritore, che ripeterebbe il gesto se si ripresentasse l’eventualità.

Il sindaco della piccola comunità nella quale risiedeva, si distrasse dall’invitarlo in municipio, almeno per una stretta di mano, e il giovane veneto soccorso, e che a lui deve la vita, non considerò di farsi vedere o, almeno, sentire.

Non accadde così per un atleta di marca trevisana nato nella stessa comunità, il quale, per aver superato vittoriosamente un’impresa, fu ospitato con grandi onori e bevute in aula del consiglio comunale.

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Non sono mai stato un gran tifoso di calcio, e di tutto lo sport in genere; si pensi che, avendo captato da uno zapping il nome di Manfredonia durante un incontro nazionale, per alcuni minuti, prima d’apprenderne la verità (il nome di un calciatore), andai a convincermi che l’omonima cittadina che tanto amo, chissà per quale intorcinato campionato, giocasse in serie A.

Da scolaro, nondimeno, mi ero cimentato come portiere, d’altronde ricercato per la mia incosciente tempestività, un’avventura, infatti, finita male sul lettino d’ospedale per uno spigolo di palo conficcatomi nel ginocchio.

L’unica volta che sarei rientrato in un campo sportivo accadde al Miramare, negli anni sessanta, durante un secondo e ancora temporaneo soggiorno a Manfredonia, e solo perché l’incontro era diretto da un mio cugino acquisito, convocato da Taranto.

La squadra di casa fu sconfitta e la scalmanata tifoseria se la prese naturalmente con l’arbitro, che, tra una coreografia di fischi e insulti, dovette rifugiarsi nel mini che occupavo, scortato dalle forze dell’ordine, le quali decisero di piantonare il condominio sino a notte, inibendomi i due passi serali per il corso con l’ospite.

Particolare comico è che, il mattino, la sua auto non ne voleva sapere di ripartire. L’arbitro cominciò a imprecare contro i manfredoniani, convinto del sabotaggio, ma gli ricordai che era stato lui stesso, la sera innanzi, a togliere parte della calotta, per ovviare appunto a cattivi scherzi.

L’onore della città fu salvo ma quel lumicino sportivo che ancora tremulava nel mio animo si smorzò del tutto.

Si riaccese miracolosamente nel veneziano, anni novanta, sebbene con un risvolto tra il campanilistico e il nostalgico, grazie al sipontino Di Bari, giocatore acquistato dal Treviso.

Non avevo mai – e tuttora – seguito una cronaca sportiva in televisione – eccezione per i mondiali - eppure, allora, mi proponevo alla ricerca di canali locali per seguire in diretta o in differita gli incontri della squadra, e solo per sentire pronunciare Di Bari e per vederlo correre verso la porta avversaria, accompagnato da una mia inconsueta, o ravvivata, emozione sportiva, non certo per la trevisana, ma esclusivamente per le azioni sipontine; infatti, quando era in panchina, cambiavo canale.

Scoprii poi, che una buona percentuale di dauni e sipontini aveva preso quell’abitudine, sportivi e non, qualcuno frequentando assiduamente lo stadio come mai prima d’allora.

Appresi però troppo tardi della sua presenza e mancò l’occasione d’incontrarlo e presentarmi fuori casa, perché fu trasferito altrove.

Me ne spiace assai, anche perché, guarda guarda la vita, avrei scoperto che Di Bari è figlio di una compagna di classe del Mozzillo, ai tempi di quella veloce ma indimenticata mia prima permanenza a Manfredonia.

L’occasione non sarebbe certo mancata a Giovanni, sottufficiale in servizio alla questura di Treviso, manfredoniano verace, che, sportivo com’era, aveva stretto duratura amicizia con un noto calciatore della squadra cittadina.

Giovanni, però, aveva già ottenuto la dislocazione verso casa, lasciando il ricordo della sua rettitudine e di una capacità professionale di rilievo.

Lo conobbi per caso, anzi, fu lui a riconoscermi, addirittura abbastanza discostati; mi stavo incamminando in Piazza dei Signori, dopo aver parcheggiato l’auto lungo il marciapiede (bei tempi di spazio, laddove d’isole pedonali non si parlava!), quando, dai tavolini del Biffi sotto la Loggia, mi raggiunse un vivace Manfredonia!

Non riusciva a togliersi dalla mente la sua città, pur avendo sposato una lumbard-veneta e fatto nascere i due figlioli a Treviso.

Una nostalgia che avrebbe coinvolto tutta la famiglia: la sua compagna, infatti, oggi vive la propria dimensione sipontina, piacevolmente integrata.

Si sa, ma forse è un abusato luogo comune, che i forestieri, a Manfredonia, tendano a restarci, avviluppati dalla simpatia e dalle attenzioni che la gente mostra loro.

La tradizione, se è vero che s’imprime nell’animo dei popoli come in una sorta di genetica – tant’è che talvolta si affronta la questione giuridica del diritto alle tradizioni, vedi l’ostinazione di molte musulmane nel voler indossare il burka nei paesi occidentali - l’ospitalità e l’accoglienza etnica dell’antica Siponto lievitano ancora nei suoi pronipoti manfredoniani.

Un piccolo inciso per ricordare a un ipotetico lettore, insofferente a tale muliebre irriducibilità araba, quelle nostre ave che apparivano in pubblico mascherate dalla veletta cascante dal cappellino e le nonne che andavano in chiesa a viso similmente celato. Oggi, le moderne mammine hanno rimosso finanche il fazzoletto sul capo, ma quelle loro ascendenti se ne sarebbero scandalizzate assai, considerandole svergognate.

Tornando allo sport, è bene dire che a Treviso, come in ogni cittadina veneta, questa gran passione per il gioco del pallone, diversamente dal Sud, non è poi tanto sentita, esprimendosi piuttosto per ciclismo e basket.

Ti sei mai chiesto – volle ribattermi candidamente un esperto veneto al quale ne avevo chiesto spiegazione – perché la tifoseria calcistica è più che infervorata nel meridione e nel sud delle Americhe?

Al mio voluto mutismo, durante il quale andavo a meditare fin dove può spingersi un individuo prevenuto nei confronti del meridione, continuò imperterrito - Perché è lo sport nazionale dei paesi poveri e più lo sono più sono scalmanati.

Oggi, dopo i recenti fatti di violenza allo stadio trevigiano – quindici agenti feriti il 9 novembre, ma già era accaduto qualcosa di simile nel 2000 – gli avrei ribattuto che, in sillogismo, la Marca sta tornando a impoverirsi.

Il ciclismo, il più amato, si nutre di una vecchia popolarità, che vede bambini, giovani e anziani percorrere le strade su due ruote. Un costume, dicono, ispirato dal vasto territorio pianeggiante che dal Piemonte scende alle foci del Po, simile, per molti versi, a quello olandese, specie in prossimità dell’Adriatico.

Più che il terreno favorevole della pianura padana – altrimenti ci sarebbe stata omologia nel Tavoliere, nella Piana di Bari e in quella salentina – sono convinto che abbia tanto influito quell’immenso frazionamento urbano inesistente al sud, dove occorre invece percorrere chilometri e chilometri prima d’incontrare un centro limitrofo, fatte salve eccezioni napoletane e poche altre.

Una frammentazione padana ad alta intensità abitativa - per questo, se non si è dei luoghi, è laborioso assimilare quando si entra e si esce da un comune o da una località, se non si sta ben attenti ai cartelli - che ha causato una pianificata ripartizione di plessi scolastici, servizi, aree commerciali, zone industriali e laboratori artigianali, discoteche… giusto per accontentare tutti i campanili.

Nel porre piede a Silea (TV) con due figlie, sperimentai immediatamente quel dover correre verso la direzione didattica a Lanzago, il calzolaio a Cendon, la sarta a Carbonera, la palestra di pattinaggio a Treviso, latte e uova a S. Elena; lo facevo in auto, nella logica acquisita altrove, poi, avrei preso l’abitudine, il mattino presto, per concedermi qualche minuto di più a letto, d’inforcare la bicicletta per raggiungere speditamente la fermata del pullman che mi trasportava al lavoro.

Alcuni colleghi, addirittura, arrivavano e ripartivano in bicicletta dal coneglianese, una quarantina di chilometri di pedalate quotidiane.

Le mie ragazze mi chiesero la graziella per essere libere d’andare e tornare senza disturbare il papà.

Fuori della stazione ferroviaria e delle corriere, dei cinema, delle discoteche pomeridiane per minorenni, delle osterie, delle scuole, delle chiese, ancora oggi, nonostante l’epoca dei motorini e di un buon servizio pubblico, non si contano le bici che attendono i proprietari.

Una mia vicina di casa, ottantenne, in qualsiasi stagione e clima, pedala pacatamente verso negozi e parrocchia assieme a tantissimi suoi coetanei.

A proposito di discoteche pomeridiane per minorenni, credo che il fatto che esse organizzino servizi d’autobus per il trasporto degli adolescenti, abbia persuaso molti genitori a concedere il sospirato permesso d’andarci.

Se fossimo giù – ammise un pugliese – non avrei mai concesso che mia figlia andasse a ballare fuori paese, in macchina di chissà chi.

Una praticità ecologica questa della bicicletta che ha conquistato i nostri e non è raro scorgerli gironzolare, soprattutto i festivi in gradevole compagnia di mogli e figli.

- Sai - mi confessò Franco, originario di Troia - qui lo puoi fare, perché lasci la bici dove vuoi e la ritrovi sicuramente.

Lui, però, da buon meridionale, non ha mai tradito la quattro ruote, al contrario della moglie friulana.

In verità, nemmeno la presenza degli extracomunitari ha modificato questa sicurezza, mentre lo è stato oltremodo per i furti negli appartamenti, per cui è raro scorgere ancora le chiavi infilate esternamente nella serratura, a mo’ d’invito per gli amici ad accomodarsi ma questa è un’altra storia.

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... vaga donna marmorea sovra conca marina con ambe mani stava spremendosi le turgide poppe, e due vivi zampilli d'acqua cristallina, mercé industre congegno di ruote, tolta al vicino Cagnano 1, offriano abbondante liquore alle case e bot­teghe circostanti. Da Ponte Pretore (il podestà Leonardo Da Ponte NdA), in seguito a straordinaria siccità, la costruiva nel 1559, e da quel tempo fino alla caduta della Veneta Repubblica, ogni anno per tre giorni di seguito, a festeggiare l'ingresso del nuovo Podestà, quella fontana gettava dall'una poppa pretto vin bianco, e nero dall’altra, a sollazzo del popolo esultante.”

Così scriveva Matteo Sernagiotto, medico e storico trevigiano, scomparso nel 1888, e la fontana delle tette, se non è diventata logo ufficiale di Treviso, lo è di fatto nel suo aspetto popolar-godereccio, quasi un marmoreo carro allegorico innalzato in permanenza.

Forse, per farne una comparazione, a Manfredonia andrebbe simpaticamente bene come sua omologa, la fontana del Caparrone (Murici, di mare), posta all’inizio del lungomare per Siponto.

Il sipontino a Treviso, ma è in ogni caso un fatto di tempo o di propensione all’adattamento, non riesce nell’immediato a intravederne tutta l’allegrezza rinomata nel cinema, nella televisione, nelle letterature.

Nel periodo di Carnevale, ad esempio, i giovedì e le domeniche si susseguono esclusivamente con la solita affluenza di genitori che, seri e impeccabili come svolgere un’incombenza lavorativa, accompagnano i loro piccoli in costume, tra i piccioni di Piazza dei Signori.

Non impatta, insomma, per il centro storico, con la coreografia di vivaci bande musicali, spettacolose scolaresche, ondeggianti majorette e giovani urlanti e burleschi, spesso questi fin troppo.

Bisogna attendere l’ultima domenica o il martedì grasso per assistere a un’euforia collettiva lungo il viale dove sfilano i carri, comunque moderata.

La partecipazione curiosa e straniata delle famigliole extracomunitarie, ormai domestiche figure nel paesaggio, concorre in verità allo storico clima di moderazione.

Poi, piano piano, quando il nostro entra nella cerchia degli amici veneti, ecco che si accorge del sottobosco degli spassi e delle voluttà, il cui accesso è guadagnato tramite i veglioni di carnevale, dove più facilmente incontri compagni di baldoria ed eventualmente una partner, un contatto sicuramente non laborioso in circostanze e luoghi diversi, ma questa volta favorito dall’atmosfera più avvincente rispetto alla notte di capodanno o a quelle estive jesolane.

Compagni e partner, tuttavia, che, incontrandosi durante la quotidianità, si degnano appena d’un saluto, presi come sono dagli irrinunciabili impegni di lavoro.

Un costume, questo, di comportamento abituale, tale da far credere erroneamente ai nostri che i veneti non si trattano nemmeno tra famigliari.

In verità, al bisogno, amici e parenti si mobilitano straordinariamente, primi i friulani nel triveneto.

La peculiarità carnevalesca è simile in tutti i centri dell’entroterra, in essenza ancora ristretta; addirittura, nei piccoli centri, le manifestazioni spontanee di piazza appaiono inesistenti, per riaffiorare timidamente gli ultimi giorni, se non l’ultimo.

Venezia è un’altra cosa, anche se risente tanto di queste prerogative.

Negli anni ottanta, ci fu un’intesa carnascialesca con Napoli. Un’iniziativa che vide per calli, ponti e campielli frotte di napoletani con abiti tradizionali e in testa l’inossidabile Pulcinella. La manifestazione del Gemellaggio fece seguito a un'altra precedente, analogamente di natura culturale e artistica, Il Carnevale della Ragione.

Erano tempi in cui il razzismo politico non aveva ancora guastato le relazioni sociali con i foresti; non era ancora apparso l’assessore che avrebbe ordinato ai gondolieri di intonare esclusivamente cante venexiane, senza rendersi conto dell’entità degli stranieri, che avevano da sempre prestato orecchio e amato quelle napoletane e s’infastidivano per melodie inaudite e che non comprendevano.

Sarebbero occorsi anni e anni di rieducazione, ma i gondolieri non se la sentivano di erigersi a pionieri, rischiando la propria imbarcazione vacante, e ripresero a sgolarsi con ‘O sole mio.

Giusto questa canzone; non molti sanno che quando essa fu composta, l’autore pensava alla Puglia.

In verità, ad eccezione di Ninetta monta in gondola e di qualche altra reclamizzata dai romani camuffati da veneziani Alberto Sordi e Nino Manfredi nell’originale film 2 italo-francese Venezia la luna e tu di Dino Risi del ’58, di successo all’estero, il repertorio non è confrontabile con la tradizione classica napoletana.

Qualcuno, ebbe già da ridire che il gemellaggio con i guaglioni aveva importato solo sporcizia nelle calli, viste le bottigliette, bicchieri, piatti e fazzolettini accantonati dappertutto; poi, quando nell’89 ci fu l’evento dell’infausta notte dei Pink Floyd, in cui si riversò un’invasione di veneti e limitrofi, lo scandalo dell’immondizia abbandonata sulle fondamenta e degli atti di vandalismo fu addebitato politicamente agli organizzatori, all’allora doge, sollevandone il tosato padoan, trevisan, visentin…

Tornando al celeberrimo Carnevale di Venezia dei nostri tempi, i dauni, i sipontini, testimoni turistici delle manifestazioni, anche qui ritrovano poco della costruzione scenica e schiamazzante di casa.

Vero è che sono preparati alla mancanza dei carri allegorici, ma non si aspettano che il meglio si svolge prioritario al chiuso – veglioni, teatri, tende, cinema, palazzi, casinò, sale, centri sociali… - sino alle estreme ore, quando tutti, finalmente, si svincolano a mostrare in religioso silenzio, quasi in mimica, i loro costosissimi costumi per campielli e in S. Marco, a conclusione di un nutrito programma metropolitano che aveva avuto inaugurazione con il tradizionale volo della colombina.

Una noia - giudicò un amico giunto da Manfredonia, tra i rari che tradiscono il carnevale sipontino per il veneziano o altro di richiamo, invitato ad ascoltare i versi d’alcuni poeti veneziani diffusi per altoparlante dalla sala del Theatro in Campo S. Fantin.

Una noia - ripeté confuso, indotto a visitare l’esposizione degli stucchi di Boccanegra, ad assistere al Don Pasquale di Donizetti alla Fenice e ad ascoltare musica da camera al Toniolo – ma tutto questo cosa… c’entra col carnevale! Ze’ Peppe mio! 3

1 Il Cagnan, il fiume trevigiano celebrato dalla Divina Commedia

2 Una nota per i cinefili. La Regione Veneto ha pubblicato nel 2002 il censimento del cinema ambientato nel territorio dal 1895. Il volume, a mo’ di dizionario, consta di 335 pagine, inclusa l’iconografia per scene e locandine.

In via naturale, l’elenco conclusivo per zone geografiche, comprende quattordici colonne per i film girati a Venezia e da una a tre in altre province, per un totale di oltre ottocento registi.

La Puglia non ha certamente una città di richiamo come la serenissima ma lungometraggi ne sono stati girati o almeno ambientati.

Per quanto concerne la Daunia, c’era stato, a memoria, un primitivo ciack sul Gargano per una Passione di Gesù, un altro che aveva visto, virtualmente o fisicamente, un giovane Vittorio De Sica a Monte Sant’Angelo (Lo sbaglio di essere vivo – con I. Miranda, regia di C.L.Bragaglia, del 1945)

Poi, ci furono le riprese inglesi a Manfredonia, Macchia e Amendola per Il sole scotta a Cipro, prodotto negli anni sessanta, con Dirk Bogarde (protagonista nel ’71 del celeberrimo Morte a Venezia).

Recentemente, Pupi Avati vi ha girato I Cavalieri che fecero l’impresa con Carlo delle Piane all’antica abazia romanica di S. Leonardo.

Spero di non esserne informato, che già esiste quindi, perché considero di grande attenzione formativa un censimento analogo edito dalla Regione Puglia.

Per non parlare di pellicole tradotte da fatiche d’autori pugliesi, vedi Fedora, tratto dall’omonima opera del foggiano Umberto Giordano, che vede Amedeo Nazzari diretto da Mastrocinque nel ’42.

3 Ze’ Peppe è la tipica maschera sipontina, logo del carnevale.

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C’eravamo lasciati in una delle pagine scorse in parola che avrei approfondito l’altra storia dei furti negli appartamenti nel Nordest.

L’abitudine di lasciare le chiavi d’ingresso nella toppa esterna, era rimasta incorreggibile finché non c’è stata, repentina ed eclatante, una raffica di ruberie e rapine in casa, metodicamente quartiere per quartiere, tale da sembrare studiata e organizzata a tavolino - chi scrive ne ha subito una drammaticamente alle prime luci dell’alba e in stanza da letto - sino allora quasi impalpabili nel Veneto, eccetto il vetusto fenomeno delle zingarelle, anche questo, poi, una scappatoia di salvataggio per la reputazione della razza Piave.

È l’atavico espediente per una difesa dell’onore tribale, il mito dell’acchiatura, per il quale si attribuiva colpa ai disgraziati viandanti accattoni, ai diversi, agli stranieri, tutti sgraditi, per ogni neonato ammazzato trovato nelle grotte, rapito chissà dove e sacrificato in una liturgia pagana.

La fola, immersa nell’oscurità dei tempi, di genesi pugliese, forse messapica, in ambiente criptaliense, ammantava la brutta realtà di tante scellerate, le quali eliminavano segretamente i figlioli ripudiati, evitando così d’annientare la rispettabilità propria e di casta.

La repentina recrudescenza delle spoliazioni banditesche in zone storicamente esenti, aveva convinto – come già noto - le amministrazioni e i mass media a lanciare allarme e denunce, sbigottendo il nostro, da sempre vittima rassegnata nelle sue contrade, senza che nessuno, tra coloro che contano, ne avesse mai fatto un urgente caso politico, se non per riesumare strategie antimafia.

Un’invasione di rapinatori e ladri d’appartamento, unanimemente indicati negli extracomunitari, primi gli albanesi, da una fazione di politici, gli stessi che avevano oggettivamente addossato simili colpe ai terroni, e sempre per salvaguardare la rispettabilità veneta.

Qualcuno aveva sparso la voce che la tecnica di scioglimento delle serrature di sicurezza con gas liquido è d’importazione albanese. Una professionalità, a mio giudizio, troppo scientifica per essere stata adottata da chi sortiva a fatica da una gravissima involuzione sociale, a meno che non fosse stato addestrato in terra d’operazione.

L’identica valutazione rinfocolata quando sopravvenivano tragedie famigliari. Accadeva, nel passato prossimo, che costoro, a seguito di crimini commessi da ignoti nelle case, si precipitavano in piazza tallonati dai loro clienti segugi, ad arrogarsi il diritto alla sorveglianza di tipo squadrista, a pretendere la cacciata degli extracomunitari, usando epiteti ignominiosi innanzitutto per chi li esprime, ma capitava che indizi e prove erano scoperti tra i panni sporchi dei loro concittadini; insomma, preconcetti smentiti dalla cruda realtà.

L’immane catastrofe che si consuma nel Mediterraneo non riesce ancora a placarne l’intolleranza guidata, a favorire almeno un fruttifero pietismo.

Non c’è stata, e continua a non esserci, alcuna misericordia per i reati commessi da un extracomunitario, da quei musulmani di...

Ce n’è sempre stata in rigoglio per i falli commessi dal povero veneto plagiato o coinvolto, ieri dai napoletani e oggi dai clandestini, peggio, dagli uni e gli altri in cosche.

Contro i mafiosi del Brenta non c’era stata tanta acredine quanta per gli omologhi meridionali, così da affrettare la cancellazione d’ogni disposizione di domicilio obbligato al nord, anche se era già stata posta in rubrica, in verità una misura giudiziaria resa obsoleta dal progresso.

In quest’intransigenza, talvolta malanimo, verso i meridionali, popoli mediterranei mangiatori di fave, potrebbe nascondersi un inconscio rigetto di proiezione ancestrale, vale a dire verso la parola fave, la quale, nella superstizione veneta, sta a indicare le malombre senza pace delle donne morte da parto e che appaiono in piena notte… l’ispirazione per lugubri e iperbolici racconti da filò.

Il filò era una riunione famigliare allargata ai vicini e ai morosi nelle sere d’inverno, raccolti nel caldo delle stalle, durante il quale s’imbastivano le più svariate discussioni; forse anche la radice delle future leghe contadine.

Ammissibile il motivo per cui, quassù, la cucina tipica non contempla piatti a base di fave. La leguminosa appare di rado nella letteratura veneta, utilizzata come semi da masticare in osteria, simili ai lupini, e scompare del tutto all’inizio del novecento, parzialmente sopravvissuta come cibo per animali d’allevamento. Oggi è riapparsa, grazie alle catene nazionali dei super e ipermercati, dopo essere stata esiliata in introvabili botteghe.

Sono comparsi anche i ceci, una fresca riscoperta dei veneti, co-importatori i dauni, assieme alle friselle salentine, al pane foggiano (ciambella), alle mozzarelle sipontine e all’olio d’oliva della Capitanata.

Il dizionario enogastronomico in trevigiano compilato da Paiar e Camatta nel 1990 elenca esclusivamente bisi (piselli), fasiòli e tegolìne (fagiolini).

Ho chiamato amici di quassù a consumare pasta-e-ceci, appunto per spingerli al battesimo gustativo di una delle sane e saporite portate della dieta mediterranea.

Un secondo fattore dell’intransigenza, ma di carattere maschile, potrebbe essere connesso alle ostentate unioni che le venete hanno riscoperto con i passionali uomini del sud, che avrebbero condotto alla famigerata pubblicazione del documento Forcolin (vedi primo servizio del 24 ottobre 2002): deve essere impedito con una nuova legge o con la forza che svergognate ragazze venete sposino i terroni generando in tal modo figli bastardi… che Gustavo Selva, l’allora direttore del Gazzettino, non si sottrasse dal riportarlo integralmente e senza scrupoli.

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A metà Quaresima, sopravvive la tradizione rurale di brusar la vecia, in altre parole, di processare e condannare pubblicamente al rogo un fantoccio dalle fattezze di una vecchia, simbolo di tutti i mali della passata stagione.

Un po’ è il prosieguo del Panevin alla vigilia della Befana, dalle cui faville si traggono gli auspici della nuova stagione.

Qui si consumano vino brulé e pinza, mentre dalla vecia, dopo la farsa, i rimasugli del carnevale, quali frìtoe, cróstui e castagnole (minuscole frittelle a forma di castagna) e, per non rinnegare la storia, nella vicina osteria Al Dante si serve, oltre al baccalà, pan e tripe, onorando la filastrocca: Veneziani gran signori, Padovani gran dottori, Visentin magna gati, Veronesi tuti mati, Udinesi castellani col cognome de furlani, Trevisan pan e tripe, Rovigoti baco e pipe.

A Treviso, la rea è appesa penzolante a metà di una fune che attraversa il Sile tra le due sponde in Riviera Margherita, in zona Università, di fronte all’osteria Al Dante.

All’ora fatidica, suggestivamente, giungono a nuoto i subacquei, muniti di torce con le quali vanno inesorabilmente a eseguire la condanna.

I reati di cui è accusata sono convenzionalmente i mali di una cattiva amministrazione, di un malgoverno, della fame nel mondo… eppure, c’è chi oggi, come ieri prossimo, vi legge la tropologia contro i problemi arrecati da ogni diverso, sia esso del sud, sia esso d’oltremare.

Nella penisola pugliese, negli anni cinquanta sussisteva una conformità folclorica: era lasciato penzolare sui vicoli, appeso a una corda tesa da una terrazza all’altra, un fantoccio di pezza dalle sembianze befaniche, il quale, senza imputazione e processi, era sagoma da sassaiola per gli entusiasti ragazzi, eccitati dalla benevolenza inusitata degli adulti. Una prova, questa, unitamente al rogo del panevin – ne avevamo già parlato - che dimostra come la vecia non ha nulla d’eredità celtica, come gli ideologi della padania vorrebbero convincere le loro masse, ma tantissimo d’italian style.

Venezia ha poco da spartire con la xenofobia politica dell’entroterra, vedi il tricolore sbandierato in faccia ai comizianti leghisti, eppure ci sarebbe un luogo dove i veneziani storcerebbero il naso alla vista di un napoletano, d’ogni foresto che non sia un ricco turista, meglio ancora anglosassone: al settecentesco Cafè Florian in San Marco, dove, per la cronaca, sarebbe stata servita, in assoluto per l’Italia, la prima tazza della negra bevanda.

Il Florian è storicamente rivale del dirimpettaio Quadri in San Marco, il caffè che gli ufficiali austriaci del Lombardo-Veneto, e i loro conniventi veneziani, avevano assunto a circolo e nel quale, per l’avvenuta profanazione, qualsiasi forestiero potrebbe entrarvi senza rischiare di spandere disagio etnico tra gli avventori, oltremodo tra le attempate venexiane. È una storiella questa, invero, che mi avevano riciclato negli anni settanta, ma già allora immagino ignorata dalle nuove generazioni.

Vito, un manfredoniano in viaggio di nozze giusto in quegli anni, tuttavia, in visita di cortesia da me, venne a raccontarmi sbalordito che, al Florian, il cameriere gli aveva candidamente annunciato, al suono dell’orchestrina, che non c’era posto, eppure, lui e la moglie, scostandosi dai tavolini esterni ne avevano adocchiato alcuni vuoti.

- Saranno stati tutti prenotati dal personale dell’AFI – azzardai per consolarlo.

Intendevo i militari americani bianchi della vicina base di Aviano, che la domenica occupavano i due caffè, quando non erano in weekend nelle dispersive e libere spiagge di Jesolo, al Faro, in Pineta… le mete preferite, pressoché obbligate, dal contingente negro; due consuetudini ragionevolmente abrase dal rischio d’attentati.

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Al passato, nelle popolose aree d’immigrazione industriale, era facile afferrare la provenienza territoriale di un condomino, del compagno di lavoro, dei quali si conosceva unicamente il nome e il cognome, non necessitando, cioè, d’udirne la flessione.

L’apporto di una folta discendenza, ormai di terza e più generazioni, rende impossibile quest’immediatezza, pur conoscendone i genitori, i quali, sovente, non hanno serbato nulla delle loro origini; ad esempio, un Gentile oggi a Milano è normale che parli e agisca da meneghino, naturalizzato lumbard, e che non abbia cognizione del paese degli avi.

Il fenomeno non è computabile nel Triveneto, storicamente esente dai massicci flussi migratori, eppure, qui esistono cognomi che i dauno-sipontini considerano propri, uno per tutti è Guerra, con le sue varianti, straordinariamente diffuso, appartenente a casate d’inequivocabile estrazione padana. Di questo, salvo che non sia abbinato a nomi tipicamente garganici o sipontini, come, Michelina, Mattia (solitamente al femminile rifiutando il normale Mattea) e Sipontina, è possibile che il possessore scorra tra l’onomastica veneta.

Qualcuno ha provocato l’ipotesi che sia - una volta tanto - il frutto di un’emigrazione inversa, avvenuta ai tempi quando i serenissimi solcavano l’Adriatico a caccia di profitti.

Questa tesi, se attendibile, nasconderebbe allora un vero e proprio iceberg.

I cognomi tradizionalmente veneti, quali Zanni, Zanin, Zennaro, Zorzi, non vanterebbero altro che la lenizione dialettale della g in z, pertanto corrisponderebbero ai Di Giovanni, Di Gennaro, De Giorgi o Di Giorgio, privi di particella patronimica o ridotti in ipocoristico, vedi Zanni da Gianni e Zanin da Giannini.

Appassionante è inseguire il percorso migratorio di alcuni cognomi rintracciabili al sud, Capitanata compresa, foneticamente alieni, ad esempio Zilio o Del Zilio, varianti di Giglio, Gigli o Gilli; sorge il ragionevole sospetto che, dopo un lungo periodo d’attestazione settentrionale, siano rimpatriati diversificandosi dal ceppo originale, sicuramente però dopo non poche generazioni.

Ci sono, in ogni caso, particolari cognomi meridionali, leniti o non, poco diffusi al nord, verosimilmente perché la famiglia è stata interessata in minima parte o per niente alla mobilità; ma anche dal fatto che, non essendoci discendenti, si avviano al destino della cancellazione anagrafica, di conseguenza, causa la loro rarità, segnalano una provenienza subito riconoscibile.

D’altro canto, esistono cognomi borbonici che, anche a distanza di generazioni, ostentano la loro derivazione geografica, vedi Esposito.

Un esempio ci viene da Gianfranco Caputo, il giovane poeta universitario di Vico del Gargano, nativo di S. Giovanni Rotondo, premiato nel 2001 a Montegrotto Terme PD e pubblicato in un’antologia edita da Montedit di Melegnano MI.

Un cognome il suo, prontamente accreditato al Sud tra una teoria di Barison, Bordignon, Panighel… e che rende onore e dignità alla sua terra, ove ce ne fosse bisogno.

Io, il comprensivo, il solito cocciuto,
il folle bisognoso di ricovero,
io, il non promosso, l’escluso dal novero
che supplica coraggio al detenuto,
io, che urlo per un albero abbattuto
e per il diritto negato al povero \...\

Onomastica a parte, esiste, nell’ambito, il fenomeno migratorio delle consuetudini popolari; indichiamone qualcuna.

Diversamente dalla convenzione italica di cuocere i cibi in pignatte a base stretta, ritroviamo il loro uso a base larga sul Gargano, nel Veneto e qua e là nella Pianura Padana.

La maniera di trasportare pesi sul capo è stata una delle peculiarità delle regioni adriatiche; rammentiamoci di quei sipontini che trasportavano in equilibrio sulla testa la tavola colma di pagnotte da infornare. Lungo la fascia centrale adriatica, inoltre, talvolta riscontrabile in Daunia, le donne portavano in testa l’orcio, appoggiato su di un cuscinetto di stoffa arrotolata, lu sparrò, con elegante movenza. La si riscopre inaspettata in Istria, discriminata dal più comune utilizzo settentrionale del bilanciere.

Il manovale dauno, in ossequio alla tradizione della Puglia, trasporta carichi sulle spalle; ebbene, la stessa pratica si nota ormai tra i cantieri nelle città del nord, anche in Toscana, dove sembrava inossidabile la condotta a mano servendosi del manico.

Infine, non è trascurabile, a beneficio di uno studio antropologico, verificare la scacchiera nazionale d’alcuni vocaboli volgari. Tutti non sanno, forse, che il latinismo Sabucus (Sambuco), presente al nord della Puglia – si ritrova in un’area prealpina triveneta.

Le ragioni possono essere state tante, comunque veicolate dalle vie di comunicazione: uno scambio embrionale per mezzo delle dannunziane vestigia degli antichi padri, ovvero i tratturi delle transumanze, e nutrito dalle consolari romane, le quali, di massima, ne conservavano il tracciato e che già si era adagiato sulle strade preromane.

Orientativamente da Foggia, infatti, dall’Appia Traiana, (Roma Brindisi via Capitanata, Bari, Taranto) complanare dell’Appia principale (Roma Brindisi via Capua, Benevento, Taranto…) si snodava una bretella coast-to-coast che, dopo l’incrocio con l’Appia, confluiva, alle porte della Calabria, nella Popilia, la tirrenica proveniente da Roma Capua per Reggio Calabria

Particolare interessante è che la Popilia tirrenica, tramite questo raccordo, andava a trovare l’adriatica, che saliva verso Rimini, e qui, come Popilia adriatica, proseguiva per il nord, andando a disperdersi tra l’Annia settentrionale e la Claudia Augusta, interessando Altino, Concordia, Aquileia e l’Oltralpe per il Danubio e la Germania.

Più tardi, si sarebbero aggiunte le divulgazioni favorite dalla Via Sacra Langobardorum, specifica per Monte Sant’Angelo, dalla transeuropea francigena, che dalle Alpi andava a includere S. Leonardo e Siponto, per consolidarsi, in età migratoria del secolo scorso, con l’avvento delle tradotte ferroviarie.

A conclusione di questa pagina, permettetemi un’osservazione, meglio, un allarme: altrove, i tratturi sono stati bonificati ed elevati a patrimonio culturale. La Capitanata ha miracolosamente ereditato segmenti di quei tratturi che scendevano verso i pascoli del Tavoliere.

Prima che gli incendi, dolosi o meno, ne distruggano i suggestivi filari, prima che si compia un tacito sconfinamento agricolo (già parzialmente in atto), occorre operare per un loro salvataggio e restituire a essi l’antica dignità.

Privi di tratturi, di quelle vestigia degli antichi padri, affollati di pionieri seminatori delle diverse costumanze, oggi, certamente, non avremmo raggiunto l’entità unificatoria di popoli italici, che tanto c’inorgoglisce, e si rischia veramente di non consegnare niente di queste tangibili pagine della nostra storia, ai discendenti.

Lo smarrimento di questa entità cagiona e aizza egoismi di parte politica.

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L’avevamo sempre affermato che lo sviluppo sociale del Triveneto a un certo punto dovrà frenarsi, se non è accompagnato da una retrospettiva di cultura e da una struttura educativa alla coabitazione, innanzitutto ad esempio per i giovani.

Tre recenti episodi chiariscono, forse più d’ogni altro, ciò che sta trasformando il pingue nordest, un paese dalle tensioni fin troppo frementi.

Il futuro di queste contrade padane potrebbe essere, alla meglio, di conformità o, alla peggio, di sonoro regresso, contro ogni fin troppo reiterata vanteria di volerle moralizzare rispetto al resto della penisola italiana.

La docente A.C. della facoltà di Teoria e tecnica della progettazione allo IUAV di Venezia, ha creduto opportuno esaminare i propri allievi tra i tavolini del McDonald’s, stimolata, come lei avrebbe dichiarato, dall’insistenza degli studenti.

Pare che l’idea, ad auto giustificazione, fosse di esaminarli nella biblioteca civica, trovata però chiusa di sabato, ed è saltato fuori, dalla cronaca giornalistica 1, che non sarebbe stata l’unica volta, ossia, che altre sessioni con altri docenti si siano svolte nel passato in disparate sedi.

L’esito delle prove, logicamente, è stato annullato dall’intervento del rettore.

L.G., un tranquillo pensionato trevigiano, ha improvvisamente estratto un affilato coltello da cucina, tra i passeggeri di un autobus interurbano, affollato di casalinghe dirette a un mercato settimanale, puntandolo alla gola di una di loro, gridando sconnessamente che aveva bruciato i risparmi sotto le ceneri della Parmalat.

Una dimostrazione di semplice clamore, forse, in ogni modo avrebbe minacciato d’ammazzare la malcapitata alla vista dei poliziotti del blitz.

La brutta avventura s’è chiusa nella migliore delle soluzioni; infatti, è stato posto in sorveglianza domiciliare nell'attesa del processo, considerando la potenziale inoffensività dell’uomo, il cui equilibrio si sarebbe incrinato già con la separazione coniugale e l’allontanamento dell’unica figlia.

Ci chiediamo, nondimeno, qualora l’atto fosse stato compiuto da un napoletano o addirittura da un extracomunitario, se tutta questa disponibilità all’indulgenza avrebbe trovato armonici alcuni settori dei politicanti locali, i quali riescono così bene a condizionare il giudizio dell’elettorato.

Significativo è l’ultimo tragico episodio d’infanticidio, ancora nella marca trevigiana, che avrebbe fatto ricredere gli sconfortati paesani, già convinti, come affermavano, che non può essere stata una di noi.

Un assessore di un comune della Marca – non è essenziale, in questa mera indagine sociale, sottolinearne l’area geografica e politica - è stato ammanettato dalla Guardia di Finanza, in flagranza, cioè appena intascata una tangente. Lo scandalo assumerebbe proporzioni iperboliche se fossero confermate le dichiarazioni del pagatore. L’assessore avrebbe insistito alla riscossione perché i capi hanno deciso così.

Tre avvenimenti, quindi, che attestano, il primo, una collettività claudicante per anacronistiche convenzioni, ove non si sarebbe fatto altro che ossequiare una normalità veneta, che ha sempre visto donoirle.asterreb talvolta un saluto amichevoli e per rate sedi.ulturA VENETA,PER CUI OGNI ensione avesse trovato d'tutte le faccende appuntate e discusse nelle osterie; il secondo, l’incapacità di soccorrere il prossimo, ove la stessa parrocchia – intendasi questa la comunità dei fedeli – appare rinchiusa nel proprio egoistico guscio di casa, eccetto le ostentazioni domenicali della messa, lasciando fuori le problematiche esistenziali altrui, quando potrebbe bastare talvolta un amichevole credito, almeno per lenirle; il terzo, infine, già adottato dall’opinione pubblica, addita una società che continua a non poter essere bonificata dall’oscura e sedimentata faccia della politica.

Venezia e l’insigne fama artistica, ne rimane per buona sorte indenne. La sua gloriosa forgia interdisciplinare, multietnica, che va ben oltre la tolleranza, ha avuto geni e grandi maestri d’ogni dottrina e provenienza, e continua il suo riverbero di progressione culturale e educativa, pur fuori quindi degli antichi splendori della Serenissima, accogliendo chiunque voglia concorrervi.

Non è raro rintracciare appagati artisti, docenti e intellettuali manfredoniani, dauni in generale, aggirarsi tra calli e campielli, disinvolti come se fossero in Corso Manfredi o in Piazza Duomo.

La tradizione veneziana illumina l’entroterra e gli artisti emigrati trovano fertile terreno produttivo.

Aurelio De Meo 2, della Capitanata, n’è un esempio. Giunto a Treviso nel ’62, già nel ‘67 si guadagnò una citazione sul Mondo Nuovissimo, diretto tra gli altri dal compianto scrittore Giovanni Comisso.

Fu l’incipit per una carriera che ancora rifulge della sua cromia pittorica, passando da Napoli, Roma, Madrid.

Dopo aver ricoperto la carica di segretario nell’Associazione Artisti Trevigiani, oggi è il presidente dell’Unione Cattolica Artisti Italiani.

Cofondatore dell’Associazione Labrys è tra i maestri dell’affresco tradizionale.

Giunto alla maturità, nutre il sogno di poter tramandare agli altri tutte le sue esperienze, giusto nell’etica degli artisti veneziani d’ogni tempo.

La storia insegna che un popolo, fatto piombare in uno stato di recessione, prima o dopo si risolleverà, ove abbia saputo salvaguardare le proprie applicazioni morali e intellettuali che lo avevano reso grande, non trascurando, o meglio favorirla, l’ospitalità produttiva a pari dignità.

Tutti auspichiamo che la resurrezione avvenga per i sipontini, per i meridionali, quanto prima; i prodromi già si scorgerebbero.

1 Gli episodi sono tratti dalla cronaca de La Nuova di Venezia del 23 marzo.

2 Bibliografia “Omaggio a Treviso” Associazione Artisti Trevigiani 2002

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Un aforisma trevisano, utilizzato dal filosofo Remigio Forcolin 1 come motto al suo Cagnan, un periodico satirico degli anni trenta, che gli costò la censura, olio di ricino e manganellate, recita Mi no vado a combatar.

Il regime fascista, che al solito vedeva tutto nero, fraintese interpretandolo quale pungolo alla diserzione. Grave è che n’erano convinti gli stessi gerarchi trevigiani.

Era ed è, invece, il consiglio di non ingombrarsi d’affari degli altri, insomma, tradotto in lingua risulta Io non vado a impicciarmi, un’intelligente antonimia per quel Foglio che in realtà spettegolava e canzonava bonariamente tutto e tutti, ma gli esperti moralizzatori non l’avevano per niente compreso.

Quest’antico detto popolare pare abbia, se anche inconsciamente, lasciato un'incisione genetica nella gioventù, giacché, in controcorrente, non pochi scappano via da casa, in età adolescenziale o su di lì.

Si disperdono alla ricerca dell’arca perduta, in definitiva, fuggono da un sistema esistenziale del quale hanno preso un’indigestione, condito d’insulso paternalismo, prepotenza, intolleranza quando non razzismo, bigottismo, di schei a tutti costi, di tecnologia deprimente l’individualità, d’apparenza estetica... in sintesi, di globalizzazione, come si direbbe oggi con un reiterante luogo comune, e che per la quale non intendano più combatar.

Questi giovani, incrementati da coetanei provenienti da tutta Europa, l’arca l’avrebbero trovata sulle coste atlantiche che da Gibilterra si affacciano verso il Portogallo.

Una costellazione di comunità che vivono alla giornata, senza Tv e computer, suonando, scambiandosi le lingue, cucinandosi, offrendo agli autoctoni le loro tisane, il pane da loro infornato e, al bisogno, dando ausilio a quelle popolazioni in uno slancio volontaristico.

- Sono placidi - confermano questi ultimi - e non creano alcun problema di droga o di delinquenza, anzi...

Minorenni immischiati tra i grandi, ma, se non esiste una specifica denuncia di scomparsa o richiesta di ricerca, è raro che possano essere fermati e trattenuti, salvo che non commettano qualcosa d’illecito.

Insomma, bravi ragazzi della nuova europeità, esausti delle alienanti offerte continentali e delle estreme premure dei genitori, sovente a sdebitarsi per la loro esagerata latitanza sia lavorativa sia per diporto.

È il caso di Laura una giovane signora dauna, che dopo il passaggio nel settentrione d’Italia, s’è rifugiata laggiù e v’è rimasta, una delle tante mamme per tutti quei figlioli prodighi.

Figli che, in molti casi, maturano la forza di volontà, o coraggio che si voglia, di recidere drasticamente il cordone ombelicale, interrompendo ogni contatto famigliare per lungo tempo, verosimilmente nel timore di ricadere nel sentimentalismo, il sintomo fallimentare di un sogno.

Un provvedimento radicale che purtroppo gli fa dimenticare quanta sofferenza e dolore hanno seminato dietro... oppure non vogliono pensarci.

Il fenomeno della fuga da casa non è esclusivo del nord europeo, Italia continentale inclusa, ma occorre una distinzione.

La voglia d’allontanarsi dal sud, con o senza concessione famigliare, ha intrinseche motivazioni nella ricerca del riscatto sociale, di coronare miraggi di successo, sia esso di semplice mestiere, sia esso nell’arte. Un desiderio di fuga in aree più favorevoli, che, in una dimensione implicita, soddisfa anche chi sceglie d’andare a studiare, senza una giusta ragione, in atenei remoti dalle proprie case.

Una generazione di ragazzi dauni al nord vive tale dimensione da fuggiaschi, che si protrae nell’inserimento professionale e matrimoniale. Apparirebbe quindi passata l’epoca dei neolaureati medici, avvocati, ingegneri... che rientravano tutti a esercitare nello studio approntato dagli entusiasti genitori, a impalmare la compaesana adocchiata dalla famiglia.

1 - Filosofo dell’Eternismo, musicologo, maestro d’ironia e retorica, decano del giornalismo a Treviso, nato nel 1900, è stato mio precettore di vita. Verso la conclusione della sua esistenza, mi ha chiamato per dettarmi le memorie, una biografia che ho doverosamente pubblicato, dal titolo Il conte d’Aci Castello.

Il libro, oggi, è in pratica irreperibile, quindi, non c’è alcuna allusione pubblicitaria.

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L’inverno quest’anno pare tarda ad avvolgere la penisola e si ripensa ancora alle vacanze, ai luoghi mai visti ove soggiornare il prossimo anno o ritornare volentieri, inappagati dalle precedenti escursioni.

Coltellazzo-Jesolo-Cavallino, Eraclea, Caorle, Bibione e Grado sono le spiagge trivenete affollate già a maggio, da germanici, svedesi...

Grado, sino a circa un paio di decenni fa, aveva stabilimenti esclusivi per tedeschi e o austriaci, ossia, inibiti agli italiani; roba da non crederci.

Dei nuovi europei, poi, l’economia in vagiti non permette loro d’eguagliare la disinvolta villeggiatura dei primi, ma i gestori non mancano di accettarli con eguale rispetto, certamente formale e non disinteressata: lo sanno bene che un domani ritorneranno più dotati e prodighi, ed è meglio non dirottarli verso le coste slave.

Una permanenza che, in ogni caso, non ha nulla del passato. Negli anni settanta, soccorsi una famiglia ungherese, vicina di campeggio a Jesolo, scombinata da una tromba d’aria mattutina, che, tra le diverse cose, ne aveva disperso un gommone, saettandolo vorticosamente verso l’orizzonte marino, peraltro di poco prezzo, idoneo per barcamenarsi unicamente lungo la battigia... e con precauzione.

Il capofamiglia, tassista a Budapest, nonostante le mie perplessità, m’implorò d’accompagnarlo in polizia perché doveva denunciare la scomparsa del galleggiante.

Me l’avrebbe spiegato l’agente di turno tutta quell’ostinazione per un oggetto di scarso valore, almeno per noi della cis-cortina: secchielli, palettine e rastrelli per i piccoli, gommone e tenda erano spartiti dal datore di lavoro, leggasi governo, che ne pretendeva la riconsegna per passarli ad altri lavoratori, premiati di recarsi in ferie sui lidi italiani. Gli occorreva quindi una pezza per giustificarne la perdita.

C’era pure un medico magiaro ed era visibile che le finanze non gli concedevano strappi a una metodica oculatezza, rispetto alle migliori possibilità del suo connazionale.

Furono gli stessi a chiarire che l’uno, il professionista, viveva dello stipendio statale, l’altro, autista, si arricchiva di mance.

Il tassista l’avrei rivisto negli anni successivi, sempre più orgoglioso dei propri progressi; aveva avviato un’impresa a seguito delle esperienze privatistiche adottate in Ungheria durante le ultime mosse del comunismo.

Non riuscivamo ad articolare vere conversazioni in una qualsivoglia lingua comune, esprimendoci a gesti e a vocaboli globalizzati, eppure diventammo amici, mangiavamo assieme e ci scambiavamo jeans con capi ungheresi... poi, dopo la caduta della cortina e del muro, non ne avrei saputo più nulla.

I nostri, sipontini e dauni, manco a parlarne; si ritrovano, ovunque siano, a loro completo agio.

Fu proprio un manfredoniano che mi aiutò a risistemare la tenda degli ungheresi, accasciatasi sull’intera famigliola; si presentò spontaneamente, munito d’attrezzi e ricambi, esperto nel rimetterla rizzata, sotto lo sguardo noncurante dei tedeschi, che continuavano imperterriti a far breakfast, seduti ai loro tavolini apparecchiati, senza degnarsi d’offrire almeno un sorriso, se non un biscotto, all’impaurito piccolo Zoltan.

Fummo noi, con altri meridionali, in tutto il camping, a provvedere per accappatoi, abiti asciutti e colazione.

Tornando all’interminabile corso di Jesolo, parallelo al lungomare e ai suoi stabilimenti, che si allunga per chilometri e chilometri dalle foci del Piave (Eraclea-Coltellazzo) a quelle del Sile (Faro-Cavallino) – ricco di alimentari, enoteche, bar, gelaterie, pub, pizzerie, ristoranti, alberghi, luna park, abbigliamento, ricordistica, sale giochi, tabacchi, agenzie, banche... e via daccapo a riprendere la sequenza - dove si aprono le graziose piazze (Milano, Brescia, Mazzini, Aurora...), era frequente e consolante negli anni passati scambiare due chiacchiere con qualcuno della capitanata, quivi per lavoro stagionale negli innumerevoli esercizi, il quale appaiava, spesato, le vacanze. Erano i pizzaioli, gelatai, camerieri, bagnini, inservienti d’albergo...

L’avevo trattato in un precedente reportage che anche impiegati e professionisti del sud, qui trasferiti, non si sentivano screditati a lavorare sulle spiagge durante le ferie, incentivati dalla compagnia di parigrado settentrionali.

- Da noi non c’è possibilità – mi era stato detto - ma se insegnassi giù, t’immagini la faccia di colleghi, genitori e studenti se io, professore, andassi a servire pizze a Siponto o sui tavolini in piazza della festa patronale?

Mi riferisco ancora agli anni settanta-ottanta; oggi, tali episodi farebbero poco effetto, o per nulla, anche a Siponto, almeno me lo auguro.

Una cosa è certa, che i veneti possono essere additati di falso moralismo e bigottismo, ma per il lavoro c’è sempre stata una considerevole apertura mentale; ho conosciuto e conosco signore di buon ceto eseguire lavori qui di tutto rispetto, ma che nel meridione indurrebbero a sminuirne una dignità di famiglia e di ceto.

. Oggi, l’invasione extracomunitaria ed esteuropea ne ha ridimensionato il fenomeno; gli esercenti, ovviamente, hanno già assunto o aspettano quei lavoratori che si accontentano di paghe più contenute e che non creano troppi problemi per le condizioni dell’alloggio, quando disponibile dal datore.

A tarda sera, nelle ore di libertà, il corso jesolano pullula di giovani lavoratori d’ambo i sessi e di diverse nazionalità, in aggiunta naturalmente ai nostri, tutti ad ammucchiarsi fuori dei ritrovi.

Tra il vociare d’ogni lingua, tuttavia, ho ancora discriminato espressioni familiari: appartenevano ai ragazzi in gita scolastica a Venezia, che occupavano le camere della riviera e si divertivano a scambiarsi allegri frizzi dai balconcini.

- Mi chiamo Francesco – mi ha gridato dall’alto di una finestra uno di loro, autopresentandosi forse ironicamente, notando quel mio fissarli ad ascoltarne di getto le battute, che orecchiavo domestiche.

A parte il periodo estivo, ho notato un calo progressivo di presenze sipontine tra le pizzerie venete, e pare stiano crollando anche i napoletani: la signora manfredoniana, comproprietaria del centralissimo forno a legna adiacente Piazzale Roma a Treviso, era stata la prima a chiudere anni fa; una sua compaesana, che ne gestiva un’altro in collina, è l’ultima nell’ordine di mia conoscenza a disertare... oltre alla latitanza di tutti quei simpatici, loquaci e solerti giovani fornaretti riverberati dal fuoco, sia stagionali sia stabili, che da anni risalivano a frotte l’Adriatico.

Se il fenomeno dovesse ulteriormente appesantirsi, complici i cinesi che si sono inventati d’essere pure pizzaioli alla napoletana, quassù si rischia di non poter più mangiare prodotti come vuole la tradizione del sud, e l’inversione gustativa sembra ormai in atto: non è possibile far passare per margherita una sorta di condimento con insapori mozzarelle e ibridi pomodori padani, come d’altronde, onestamente, non sarebbe possibile spacciare per pinza trevisana l’impasto con pane della daunia.

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Il fattaccio ha sconvolto la placida atmosfera di Musile, il paesino sorto lungo la statale triestina, di qua dello storico ponte della Vittoria, sul Piave, che gli fa da confine comunale con S. Donà.

Un maresciallo della Finanza in pensione, Giovanni Di Foggia, è stato assassinato in pieno giorno, da rapinatori che gli avevano strappato la pensione appena riscossa in Posta, nel tentativo d’opporsi con le sole mani.

Un omicidio per 1500 Euro; quattro soldi nell’ambiente economico del Veneto, ma parecchi per chi vive aspettando mensilmente le competenze statali. Questo non vuol essere d’implicito, naturalmente, che esiste al mondo una somma di danaro per giustificare un simile crimine.

Le sue origini erano campane, tuttavia, nel prestare fede all’onomastica italiana, una ricerca concernente il cognome, poco diffuso, presumerebbe un’avita provenienza dalla Capitanata.

- Una morte che grida vendetta – ha dichiarato un eccellente rappresentante dei leghisti.

Lungi da me una qualsiasi speculazione politica ma le cose stanno veramente mutando se fino all’altro ieri, e forse anche lui stesso da giovane emergente, inveivano contro militari, professori e impiegati terroni al grido d’indicibili improperi e minacce.

Un inciso nel merito: a Musile, in testa al ponte della Vittoria, s’innalza un imponente monumento al Bersagliere in posizione di corsa, dono dei reduci di Roma, che ricorda la Vittoria delle nostre truppe nella Grande Guerra, che qui ha avuto i suoi punti focali, con il martirio di giovani prevalentemente del sud, tradotti quassù a difendere terre e interessi a loro sconosciuti.

Pochi giorni fa qualcuno ha ripulito la dedica romana da un’offensiva imbrattatura di vernice rossa, distinguibile ormai da troppo tempo prima che qualcuno si fosse ricordato di rimediare.

Mi preme reiterare che le ostilità etniche antimeridionali, oggi accantonate a nocumento degli extracomunitari, hanno sempre avuto burattinai e burattini di strategia politica, che mai, insomma, avrebbero tratteggiato il pensiero dominante dell’operosa gente veneta.

Giorni or sono, mi sono trattenuto a seguire un dibattito di un’emittente locale sulla questione dei lavoratori extracomunitari. Dopo una sequela d’infamanti telefonate in diretta e d’insulse sentenze del moderatore, ho afferrato la cornetta ed ho chiesto d’intervenire. In sintesi, ho voluto ricalcare che quei sempre soliti estremisti del cavo non se la prendono con i terroni o con i negri, ma con il loro somigliante passato, che vorrebbero esorcizzare.

Quanti meridionali, partiti al nord alla ricerca di un futuro migliore, si propongono di voler tornare per morire a casa. Molti, ma pochi, in verità, esaudiscono quel nostalgico desiderio.

La casa di proprietà, la vicinanza dei figli sposati, l’amore per i nipoti, le buone amicizie, la naturale desertificazione degli affetti in patria... inducono poi a procrastinare il ritorno, sempre.

Recentemente, un’anziana manfredoniana, che aveva sposato un sandonatese (S. Donà del Piave), cognata di un noto poeta locale, s’è spenta addirittura in Belgio e non credo che immaginasse di finirla così.

Certo, può accadere anche ai non emigrati di lasciarci la vita fuori casa, ma in tal caso s’imputerebbe a una tragica coincidenza e non avrebbe quell’amaro sapore da beffa del destino.

Anni fa scomparve improvvisamente per infarto a Salisburgo un amico commercialista, Mimmo, durante una gita di fine settimana.

Eravamo stati insieme in Africa, addentrandoci fin sulle sabbiose piste intorno a Kairouan, con una scarburata R9 noleggiata a Hammamet. D’allora lo chiamavo Naim, alla tunisina, al quale ho dedicato alcuni versi Africa Charter, mai fatti pubblicare, serbati a mo’ d’intimo ricordo.

Nelle occasioni, mi ripeteva che prima o dopo avrebbe deciso di comprarsi un villino a Siponto, da pensionato.

Ho una risibile, quanto indimenticabile reminiscenza di quel raid, che mi piacerebbe farvi partecipi.

Ai margini del deserto di sale, tra la steppa che precede le dune, c’imbattemmo in un anziano nomade che, tra l’altro, era seguito da un cucciolo di dromedario. Ci domandammo che età potesse avere quel camelide e cercammo di farcelo dire dall’indigeno.

Masticavamo francese, più Mimmo in ogni caso, e chissà per quale magia solare d’Africa ci venne a entrambi di chiedere l’été (l’estate) invece del corretto âge (età) du chameau (del cammello), stupiti che non ci capiva affatto, pur ribattendo noi nell’identica lingua che i tunisini avevano ereditato dai colonizzatori.

Nel riascoltare la registrazione con gli amici a Treviso, ci battemmo la fronte realizzando la cazzata, tra gli scompiscianti presenti.

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Una scultura raffigurante la Madonna nera col Bambino è venerata nell’ex oratorio di Ca’ Corner, antica proprietà dell’omonima famiglia patrizia veneziana, della quale un Giovanni fu doge dal 1625 al ’29.

Scolpita in legno intagliato, ne sono ignoti provenienza e autore; la tradizione vuole sia stata scoperta, secoli addietro, in un’ansa del Sile.

Il ridondare dell’acqua nelle storie di ritrovamento delle Madonne Nere non è casuale, vedi la foggiana dei Sette Veli e la Sipontina lignea 1.

Icone e sculture dell’epoca sono in genere di provenienza oltremare, sottratte agli accanimenti iconoclastici e sovente ben occultate tra contrade e lidi italici per tema di ritorsioni.

Sopravvive ancora, nel Veneto, un’allusiva denominazione di donna bianca, rivolta alle consorti, per bocca degli stessi meridionali ammogliati con autoctone, implicitamente per distinguerle dalle donne nere del sud, come le madonne.

- Colpa tua – ti senti rispondere da qualche compaesano, al quale confidi un proprio disagio matrimoniale – che hai sposato una donna bianca.

Oppure, è la reiterata scappatoia per chi è costretto a dover giustificare la latitanza della moglie alle riunioni tra conterranei (compagni di scuola, colleghi di lavoro, paesani della stessa classe…) - Sapete, ho sposato una donna bianca...

Un fenomeno, comunque, ben comprensibile in un profilo sociale, ove le donne bianche non sono condotte di regola ad affiancarsi al marito meridionale nei suoi diporti, prese come sono dal dovere di ossequiare in prima persona genitori, famigliari e amicizie da sempre in loco, viceversa per le donne nere, lontane dalle frequentazioni abituali, dagli affetti di casa, almeno per i primi anni, ma poi accade che diventi un sistema abitudinario di vita.

Nel trevigiano, nel veneziano, come in gran parte del Veneto, è cresciuta e ben mantenuta l’usanza d’organizzare ricorrenti festicciole e cene tra vecchi compagni di scuola, colleghi di lavoro e coetanei – vedi la festa dei quarantenni, dei cinquantenni... - quasi mai però, giustamente, con i coniugi, salvo che, nell’ultimo caso, non siano di pari età.

Raramente puoi ritrovarti affiancato da una meridionale, ma, sotto molti aspetti, hanno ragione di mancare – Di che cosa puoi parlare con chi non è cresciuta nei tuoi stessi luoghi – mi aveva ricordato la signora Michela di Manfredonia - non ha frequentato la tua stessa scuola, un personaggio in comune, non conserva i ricordi storici della tua città... per i nostri figli e nipoti qui cresciuti e che parlano il loro dialetto è un’altra cosa.

Non ha avuto torto: la sensibilità meridionale, la nostalgia, riemergono e si feriscono tra un’ammucchiata di convenuti dediti alle barzellette e alle bevute, che hanno migliori opportunità per affrontare discorsi seri.

Una sopravvivenza di battute, e riprendo, tuttavia soverchiate dall’approdo di vere donne nere, le extracomunitarie dei paesi africani e simili.

Ne avevamo parlato che l’integrazione assoluta e incondizionata può realizzarsi attraverso i figli, oggi degli emigrati napoletani 2 \...\ Donne del sud impegnate nel sociale e nella politica, dirigenti scolastici, conduttrici di locali pubblici, prime commesse con graziose movenze da padrona \…\ ma domani, inevitabilmente, le loro nipoti dovranno contendersi il posto con le nuove e più genuine donne nere.

Le mamme, non scordiamocele, emigrate al tempo dei grandi flussi in paesi che non avrebbero mai considerato di viverci per sempre, sono diventate oramai nonne ed è tra i motivi forti per cui hanno abbandonato il sogno della rimpatriata, felicemente utili alla sorveglianza dei nipotini mentre tutta la famiglia è fuori in attività, in aggiunta alla casa finalmente acquistata con la liquidazione del marito o già tutta pagata con un mutuo d’anni e anni, che hanno nutrito la volontà di godersela.

Poche metà di quell’avanguardia migratoria avevano optato per un lavoro proprio, se non già inserite in un circuito di pubblico impiego e pertanto hanno beneficiato delle norme di ricongiungimento col coniuge.

Oggi è diverso, una coppia sipontina, meridionale in genere, se arriva, è di massima intenzionata fermamente a una sistemazione lavorativa, per entrambi... anche perché un solo stipendio non basterebbe per viverci decentemente.

Ho conosciuto recentemente una Rossana, giunta quassù un decennio fa. Ora che i figlioli lavorano tutti, compreso il marito, si dedica al suo antico amore per la pittura. In arte Manuelita, frequenta alcuni circoli culturali, dove l’ho incontrata.

Del dialogo di presentazione, mi ha colpito un particolare: cerca una casa con giardino, ma la vuole in città, a Treviso.

Una ricerca ardua la sua e le ho suggerito di rivolgere l’attenzione nel limitrofo, meglio ben oltre, dove avrebbe sicuramente successo.

- Se è per vivere in campagna, me ne torno nella mia casetta sul Gargano.

In una generalizzata e affannosa caccia d’abitazioni nell’hinterland, lei va controcorrente, ancorata al costume meridionale dell’urbanizzazione selvaggia, dimenticando forse che agevoli parcheggi, ipermercati con boutique, pizzerie, alberghi, ristoranti e servizi, le strutture sanitarie, i ritrovi vari, cinecity e via di seguito sono già largamente esterni alle mura, entro le quali permangono i mercatini per gli anziani e gli inamovibili centrostoricisti, le librerie per gli studenti, bottiglierie e gelaterie per le escursioni serali, scuole, banche, assicurazioni e altri uffici nei tradizionali edifici, il tutto in un arcipelago pedonale o in un labirinto zigzagato dai divieti.

Nasce la moda di allestire esposizioni artistiche nelle cantine e negli ampi locali pubblici disseminati nelle antiche ca’ di campagna.

Reagan, durante la sua missione a Venezia, già alloggiò in un hotel sperduto tra i campi a metà strada per Treviso, a Villa Condulmer; certo, allora si operò senza dubbio più per misura di sicurezza, ma è pur sempre valida la tendenza a un decentramento.

Un breve inciso per un divertente aneddoto raccontatomi sulla permanenza di Reagan; pare che nella cella campanaria, sul campanile della chiesetta attigua all’hotel, fosse prevista la permanenza di un marine di sorveglianza. Il parroco, dimentico di quella presenza (o, da vox populi, risentito di quella profanazione), avrebbe fatto suonare le campane delle messe procurando al militare una sordità e pertanto invalidandolo per alcuni giorni.

Treviso ha oramai perduto ogni buon negozio che nel passato magnetizzava il pedone e le passeggiate serali in Calmaggiore con una teoria di famigliole con donne nere.

In verità, solo al pensiero di volere entrare in città, per una mostra di richiamo, un’iniziativa pro frequentazione del centro storico (negozi aperti la domenica, circuiti delle enoteche e delle osterie per l’assaggio delle specialità gastronomiche, esposizioni culturali in piazza...) subentra lo scoramento per gli impossibili posteggi, il loro eccessivo costo, gli ingorghi... e checché se ne dica, i mezzi pubblici non sono per niente comodi e convenienti fuori degli abbonamenti scolastici o per lavoratori e degli orari standard.

1 Simulacri rispettivamente venerate a Foggia e a Manfredonia.

2 Un’antica abitudine vuole che, per i veneti, i meridionali siano tutti “napoletani”, verosimilmente un’indicazione ancora legata al tempo dei Borbone, così come la moneta chiamata “schei” a ricordo degli scellini austriaci, in tedesco Skilling.

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Foggia e Treviso, due città accomunate dalla tragedia del bombardamento, il cui ricordo delle stragi di civili non potrà mai cancellarsi dalla memoria fotografica dei sopravvissuti.

Entrambe le città devono il loro martirio all’esistenza di un importante nodo ferroviario.

Il capoluogo della Capitanata lo subì nel ’43, dando luogo alla liberazione del 27 settembre, che si completò cinque giorni dopo Bari e altrettanti prima di Termoli.

Dello sganciamento sulla Capitanata esiste un film-documentario Foggia bombing prodotto dalle riprese degli operatori americani posizionati sui bombardieri.

Su Treviso si addensarono 159 B17 scortati da trentuno caccia P38 e l’attacco durò dalle 1324 alle 1329 scaricando 2636 ordigni pari a 445,2 tonnellate

Il capoluogo della Marca ebbe la sua pioggia di fuoco il ’44, giusto il Venerdì Santo, all’ora di pranzo.

Lo scopo fu di interrompere i rifornimenti dalla Germania e dall’Austria verso i difficili fronti di Cassino e Anzio, quando una particolare invernata, oltre al frenetico attrito nemico, aveva impantanato gli alleati.

Gli abitanti e gli occupatori tedeschi non se lo aspettavano, eccetto forse per qualche azione sulle rotaie, poiché Treviso – come d’altronde Foggia - non aveva granché d’interesse militare da legittimarlo, tanto che non esistevano in città specifici rifugi antiaerei.

Gli alleati avrebbero dovuto colpire due obiettivi strategici, la stazione e lo scalo merci Motta, ma, per non sbagliare, infierirono sull’intero agglomerato.

Sotto le macerie perirono 1600 inermi cittadini oltre alle truppe tedesche il cui numero dei caduti non è mai stato reso noto dai loro comandi, che in breve tempo ne fecero repulisti.

I trevigiani, invece, dovettero arrangiarsi, abbandonati a se stessi, per il recupero e l’inumazione. Eloquente l’immagine d’epoca di F. Panigas che ritrae un patetico funerale con la salma deposta in un telaio a doppio battente, insomma tra due porte.

Lo è ancor più il film di Claudio Gora tratto da Il Cielo è rosso, romanzo del noto scrittore di Mogliano Veneto Giuseppe Berto, girato nel ’49 tra le rovine, con i bravi J. Sernas, M. Berti e una piccola A.M. Ferrero.

Tuttora, i trevisani non riescono a giustificare tutto quello spreco di vite umane e di materiale esplosivo per uno svincolo ferroviario e perseverano a voler credere nella versione dell’errore, assolutamente rivelatasi falsa: gli americani avrebbero scambiato Tarvisio – dove si sarebbe svolto l’incontro Hitler Mussolini - con Treviso. Ce ne sarebbe un’altra, sempre non credibile, che assicura l’attacco per la permanenza di gerarchi superiori nazifascisti nel distrutto albergo Stella d’Oro in città.

Esiste un atroce particolare che unisce i due olocausti, ma non abbastanza chiaro a far comprendere agli arbitri l’inutilità di queste sanguinarie operazioni, vergognosamente, è dir poco, perpetrate dal genere umano; ma, forse chiaro era stato, solo che non importa più di tanto ai mercanti e ai loro protettori, ieri come oggi.

L’operazione su Treviso, denominata Strangle, era già stata pianificata dal mese precedente e si sarebbe avvalsa della macchina bellica stanziata nei territori di Foggia. Gli aerei del massacro trevigiano, infatti, decollarono dalle piste improvvisate nell’agevole Tavoliere, dalle grelle di Amendola, Tortorella, Celone, Lucera e Salsola.

Le formazioni risalirono l’Adriatico e puntarono su Cavazuccherina, oggi Jesolo, e San Donà di Piave, i due punti chiave per lo schieramento di lancio.

Un grande patrimonio – come narra Neno Acquistucci, generale degli Alpini se non vado errato – umano, artistico, religioso e culturale fu spazzato via in quei terribili 5 minuti.

Ciò che più addolora è che Dopo l’incursione del 7 aprile - scrive Fabio Bruno - i bombardieri alleati continuarono ad accanirsi su Treviso, nonostante la città fosse ormai straziata e la gran parte dei suoi abitanti sopravvissuti sfollati nelle campagne.

Un’inspiegabile ostinazione e l’ultima gragnola di fuoco cadde il 13 marzo del ’45, a un mese dalla fine delle ostilità.

A miserrimo ricordo di quelle stragi e di tante altre, nelle campagne foggiane, ancora ai nostri giorni, sono rintracciabili le grelle, già utilizzate dai contadini per recinti, fondi o sponde di rimorchi e per camminamenti, quei solidi sgabelli metallici, forati, che erano imballaggi per il trasporto delle bombe, e secchi a campana ricavati dagli involucri esterni delle stesse.

Reperti che si erano sostituiti a suppellettili domestiche un po’ dappertutto tra le povere pareti del dopoguerra e della ricostruzione.

Commento apparso in calce a questo ultimo servizio riproposto su “Stato Quotidiano”

Tommaso Palermo scrive il 7 aprile 2013

Gli aerei che bombardarono Treviso il 7 aprile del 1944 erano appartenenti al 2nd Bomb Group stanziato ad Amendola (Foggia).

La missione era la numero 175.

Riportano a tal riguardo le memorie del 2nd BG:

“Treviso, Italy – Mission no.175 - April 7, 1944
Lt. Col. John D. Ryan led 35 aircraft and dropped 105 tons of 500-lb. GP bombs on the
Marshalling Yards at Treviso. Flak was moderate to intense and very accurate resulting in the
laceration of the left thumb of Captain Septimus B. Hughes, B, 49th Squadron, and causing damage to
20 aircraft. Bomb strike photos showed a good number of hits in the assigned area but a greater number
outside the area. A few E/A were sighted during the bomb run but did not attack the formation.”

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Voglio esprimere dalle pagine del Corriere del Golfo, di cui mi pregio essere il corrispondente dal nordest, gli apprezzamenti alle forze dell’ordine e della giustizia per la rapida soluzione del caso di Giusy, personali e d’ogni sipontino che vive quassù, convinto di interpretarne il sollievo, testimoni diretti di un’immagine che alcuni media prevenuti avevano inteso imprimere alla comunità di Manfredonia, al meridione più in generale.

Guai a chi tocca un padano! Era stata l’inconsulta reazione – a dir poco - dei padani istituzionalizzati, appena informati dell’assassinio del benzinaio.

Poi, compreso che verosimilmente i rei erano delle loro case, e che il silenzio sarebbe stato sapido di onta, ecco la propagandistica trovata della taglia, per la quale, a sentire loro, è stata lo stimolo decisivo per la cattura degli autori.

È nello stile oramai assunto dai personaggi di una nuova politica megafonizzare in pubblico le loro ragioni virtuali, con ogni mezzo di persuasione occulta e non, nella nevrosi di soffocare le altrui, realistiche ed efficienti.

Hanno inoltre avuto la baldanza di accostare esplicitamente il sedicente successo dei padani nella cattura degli assassini al persistente velo sul fattaccio di Manfredonia.

La magistratura e la polizia della capitanata hanno svolto e compiuto, encomiabili, il proprio lavoro da veri specialisti, e senza altoparlante pubblicitario o assurdi cacciatori di taglie, giusto come dappertutto nella penisola, contrade padane incluse, nella correttezza che le ha sempre distinte in Europa e altrove.

Ora, quei politicanti, cofirmatari di un contratto con tutti gli italiani e che avevano giurato di fare l’interesse della nazione, dovrebbero avere la coerenza di dimettersi, poiché non possono rappresentare l’Italia costituzionale; avrebbero dovuto pronunciare Guai a chi tocca l’uomo! sia esso padano o napoletano, comunitario o extra.

Non lo faranno, nemmeno a chiedere scusa: le palestre politiche addestrano ad affrontare il contraddittorio infischiandosene dell’etica civica e del rispetto nei riguardi dell’avversario; lo vediamo quotidianamente in TV, le cui urla aggressive, gli improperi e le metafore, nella politica quanto nello sport, sono sempre più i soli veicoli educativi per le generazioni emergenti.

Concludo con una riflessione: come nel caso primitivo del giovane parricida a S. Bonifacio di Verona, di Erika a Novi, e sempre per quattro schei, anche questa volta ci sarà un sottile e diffuso pietismo padano, dal sapore di perdonismo verso questo disgraziato tosato omicida, giammai manifestato per giovani foresti incriminati, anzi... non voglio pensarci se l’autore fosse stato uno di questi, dopo quella minaccia in forma di rappresaglia western, Guai a chi tocca un padano!

Revisione d’autore del 29 settembre 2014 e tutte le note sono dello stesso.

Appendice

Meno di un decennio dopo questi miei servizi, 2011, nelle sale cinematografiche viene proiettato il film italiano Cose dell’altro mondo di Francesco Patierno dal romanzo di Anna Banti, con Diego Abatantuono, Valentina Lodovini e Valeria Mastandrea

La recensione a mia firma è già stata al tempo inserita nella cartella “Critica cinematografica” del presente sito ma considero appropriato qui replicarla in chiusa di quanto scritto.

- Oggi conviviamo con i fondamentalisti islamici, i fancazzisti albanesi, gli zingari… basta!

prendete il cammello e tornate a casa!

Il tuono verbale dell’imprenditore trevigiano, che nel film ‘Cose dell’altro mondo’ è in coinvolgente coupling con veri tuoni temporaleschi, tale da mettere a disagio lo spettatore, è l’avvisaglia figurata dello scroscio liquefacente ciò che era rimasto dell’identità nazionale.

Torna alla memoria quel reverendo americano che negli anni della biblica immigrazione dal vecchio mondo rintronò che - gli Stati Uniti non hanno bisogno della feccia europea… - Quella stessa feccia però che avrebbe dato un indimenticabile sindaco a New York, l’italiano Fiorello La Guardia; per non parlare poi dei discendenti della tratta africana che nel nuovo millennio si sarebbero svincolati dall’apartheid e avrebbero dato un presidente agli Stati Uniti.

Ci si chiede allora se nel Veneto non ci fosse stato il fenomeno invasivo degli extracomunitari, gli slogan quali - fora i maestri meridionali par ignoranzaterroni negri d’Italia - sarebbero sicuramente proseguiti ad oltranza, con conseguenze oggi imponderabili, una guerra civile o la secessione, chissà, invocativi di un altro mondo sostenuto da motivati imprenditori, gli omologhi dei patrizi risorgimentali.

L’epifonema è in ogni caso chiaro: il personaggio, che nel film è il simbolo di una parte burattinescamente avanzata – una minima parte veneta si insiste a precisare - non se la prende con i meridionali italiani o con gli extracomunitari, li assume infatti in gran numero nella propria ditta e gode di un’amante negra, ma con se stesso.

La sua pubblica espressione ideologica, pertanto, è una inconscia formulazione esorcistica contro un trascorso di miseria e di migrazione, in quel passato quando in tante contrade del pianeta, nelle grandi città della nostra penisola, qui il giorno di libertà della servitù, per le strade si parlava veneto.

Se ciò è invece una macchiolina che cela la metastasi, l’Italia risorgimentale e democratica dovrà risolversi diversamente per non continuare a gravarsi di errori storici sino all’estremo delle forze: l’unità non può tollerare oltre minacce di secessionismo, egoismo e ignoranza sociale, ribattenti e ricattatori.

La stessa storia del film lo sostiene con risolutezza, viste le decise proteste finali dei colleghi dell’imprenditore, che pur lo avevano nutrito nelle sue burrascose apparizioni televisive, viste le sue lacrime di rimorso.

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