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Prefazione a
L'amante italiana di Annibale

Neuro Bonifazi
Ordinario Università di Urbino

Questo originale e interessante racconto, che ha come protagonista una nobile signora dell’antica città di Salpia o Salapia, nell’odierna Puglia, presunta amante di Annibale, il Cartaginese nemico dei Romani, è aggiunto – secondo che ci racconta l’autore – a una serie (una trilogia divenuta così una quadrilogia), con la quale ha voluto dimostrare, raccontando le imprese di donne eroiche o amorose, ma poco conosciute o addirittura ignote, dei secoli scorsi, “la magnitudine delle donne in età antica, di reale e dignitosa parità con gli uomini”, e in particolare quella di Iride, figlia ed erede del capo della scomparsa città salentina (dauna – precisazione d’autore). E ha realizzato questo lodevole intento, spinto da “curiosità culturale” e per desiderio di giusto riconoscimento della grandezza delle donne nelle varie epoche, scegliendo un tragico personaggio, che più degli altri “veniva ad assodare l’indole di quella parte cromosomica – così precisa nel suo stile volutamente antiquariale e immaginifico, di cui abbiamo già in questa frase un grazioso esempio – che sovente mi sgorga dallo scrivere”.

In tal modo (un modo suo, un modo molto singolare) affronta e risolve uno dei problemi di teoria letteraria più importanti, ossia il problema della narrativa cosiddetta “storica”, romanzi o racconti che uniscono in forme diverse gli avvenimenti reali e i personaggi storici alla fantasia ricostruttiva o leggendaria e all’invenzione del narratore. La “storicità”, in questo senso e in queste condizioni, non è da confondere con quella vera e propria della narrativa storiografica, ed è aggiunta alla narrazione romanzesca per darle o aumentarne la verosimiglianza (che corrisponde aristotelicamente alla “mimesi” o imitazione della natura) e quindi la credibilità. Essa fa parte, insieme ai contenuti filosofici o scientifici o religiosi, di quelle che sono considerate le “motivazioni”, che favoriscono l’immedesimazione del lettore, fenomeno necessario per la risoluzione catartica dell’opera d’arte. Molto varie, a questo proposito, sono le soluzioni studiate dai vari autori, specialmente in epoca romantica e ottocentesca, a partire dal Manzoni, fino ai giorni nostri, a seconda del valore e dello scopo attribuiti a tale forma narrativa.

Il nostro autore si distingue originalmente per aver dato alla sua evocazione di avvenimenti e ambienti e costumi storici, al tempo delle guerre tra i Romani e i Cartaginesi del II sec. a. C., un carattere di recupero quasi archeologico, perché strettamente collegato alla storia riesumatrice delle città italiche, bellicose e discordi, dell’Apulia (o Daunia, daunus=lupo), ai loro costumi (con riguardo non solo alle feste e ai riti, ma persino al cibo e ai vestimenti e alle armature dei soldati: lui la chiama “storia minima”), con particolare insistenza sull’indagine toponomastica, nel senso dell’etimologia dei nomi di quei paesi, delle popolazioni e delle città. E’ un atteggiamento che rivela un interesse profondo, e non solo culturale, per le vicissitudini di quella regione e di quel popolo, mentre mostra una rara abilità rievocativa e descrittiva, che si avvale di una scrittura felicemente adorna e adattata sia alla rilevazione dei contenuti storici, dall’atroce battaglia di Canne fino al richiamo in patria e al suicidio di Annibale, sia al racconto fantasioso dei dialoghi e rapporti amorosi e drammatici tra il “duce” punico e Iride, la donna amata, e nemica dei Romani.

Questo rapporto rappresenta la parte favolosa, per dir così, del racconto, fondata su una leggenda o voce o tradizione popolare, secondo che ci dimostra nientemeno che Plinio il Vecchio (I sec. d. C.), l’autore della Naturalis Historia, là dove cita (a distanza di due secoli) l’ “oppidum Salapia Hannibalis meretricio amore inclitum”, ossia “la città di Salapia, famosa per il meretricio amore di Annibale”. Un amore che avrebbe coinvolto una nobile signora, e non una prostituta, e quindi meretricio solo perché adulterino, essendo Annibale già felicemente sposato, e anzi noto per la sua fedeltà alla moglie Imilke e per aver proibito ai suoi soldati di violentare le donne dei nemici sconfitti. Un rapporto amoroso che fu probabilmente creato e immaginato dalla fantasia popolare (o da quella maligna dei nemici romani, che – vedi il meretricium di Plinio! – giudicarono Iride al pari di una prostituta), e suggerito dalla stretta amicizia e alleanza politica e militare del generale cartaginese con la donna arrivata al potere; o forse, chissà (difficile sapere e giudicare in questi casi!), realmente avvenuto, ma non così palese come fatto storico, né tramandato o ricordato dagli storici e scrittori di quegli avvenimenti, come Livio o Polibio o Cornelio Nepote o Silio Italico. E quindi un avvenimento segreto, misterioso, che la popolazione di Salpia, che uccise alla fine l’infelice signora lapidandola e gettandola nelle acque paludose della città, ricordò a lungo nei secoli, continuando a gettare sassi in quello stagno, dal quale sembrava provenisse ancora il suo grido d’amore e di morte. Nessuna meraviglia che su questo leggendario e favoloso e tragico amore abbia intessuto nei particolari la sua narrazione il nostro bravissimo scrittore.

La prevalenza, per gran parte del racconto, sembra però data alla parte documentaristica e investigativa, rispetto a quella romanzesca, addirittura subordinata, a volte, e in funzione della precedente. Ma poi le redini della narrazione, che precipita verso la tragedia – con la sconfitta disastrosa dapprima dei Romani, e poi con il famoso e incomprensibile indugiare di Annibale, che si ferma a 3 Km da Roma, per arrivare al culmine con il suo ritiro e la lapidazione della donna abbandonata – vengono riprese, e la storia di questo tragico amore ha alla fine il sopravvento, come è giusto per un racconto d’invenzione, sia pure su base storica.

Si tratta di unanarrazione di grande pregio, non solo documentaristico, ma di straordinaria risoluzione linguistica, o addirittura plurilinguistica, e dialettale, in uno stile che aderisce splendidamente agli eventi storici e popolari di quel tempo e di quelle varie e in parte confuse località terrestri e marine, genericamente italiche o greche, tra guerre e piraterie e razzie, usi pastorali come la “mena delle pecore” o transumanze, i funebri “munera” di suffragio, e così via. Sono frasi caratteristiche, di uno strano e molto originale e adeguato tono stravagante: “I razziatori si muovevano sino alla lama che a valle spannava un rudimentale stratum [=lastrico, strada] che si snodava da Sipius ad Argos e dal quale andavano a squassare le desolate coppe della pianura per rovistarvi”. Oppure: “Teorie di penitenti oranti, tanti scalzi o sorreggendo sulle spalle il peso lacerante delle chianche, si addensavano su Pilunno, sfilando lungo la gretta cordonata che montava sul tetto roccioso e poi precipitava nella spelonca gianuaria trasudante d’acqua”. E si arriva persino al dialogo: “Figlia, a te quest’incombenza, – dice, per esempio, il padre di Iride – la senilità ha stipato nel mio cerebrale le nostalgie e niente può rigenerare il saggio intelletto nelle vicende. Chiedo però con passione che le nostre case scampino dalle ombre dei caduti”.

A ciò si aggiunge una gradevole e appassionata interpretazione dei principali personaggi, tra i quali si distingue ovviamente Annibale, che discetta sulla reincarnazione e sull’amore ed esalta anche lui le donne: “Potrei essere stato una donna – riprese Annibale – esse mi hanno sempre magnetizzato. La loro dinamica vicinanza mi arreca sicurezza, come se con un’attiva presenza femminile si rimargini un’atavica frattura; sarebbe facile allora scambiare l’esigenza cosmica con il sentimento passionale. Mi domando quindi se l’amore, quello indenne, non l’abbia mai percepito, eppure, bramo essere individuo d’amore e la mia è passionalità nell’offrirmi e nel ricevere”. Con questo inno all'amore e all'eterno femminino, cosìterminiamo l'analisi di questo eccellente e originale racconto.

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