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La prefazione a
Cartografia

Paolo Ruffilli

Si è parlato in questi anni di una scrittura al femminile, nel senso di una tradizione letteraria in formazione. Una scrittura, insomma, che costruisce una struttura poematica e inventa unità linguistiche e moduli stilistici nuovi e autonomi, progressivamente divaricati rispetto a quella maschile. Nello sforzo di trascrivere in testo letterario la "civiltà femminile del sentimento ", per dirla con un'espressione di Armanda Guiducci. E, a confermare questa linea di scrittura al femminile, contribuisce anche la poesia e nel caso particolare la poesia italiana, capace di porre e di svolgere, in chiavi e strutture appunto poetiche, quell'analisi psicologica del sentire femminile in rapporto all'uomo che ha dato prove in scrittrici straordinarie, da Emily Dickinson ad Elizabeth Bishop a Sylvia Plath. Ne è un esempio il lavoro serrato e mai interrotto di Mirella Genovese, in continua evoluzione e maturazione espressiva, dal primo tempo del suo sorprendente esordio poetico di Codice segreto fino a questo ulteriore traguardo di Cartografia.

Codice segreto era un album della personale condizione esistenziale, calato nel paesaggio umano e culturale della Sicilia. E, a recuperare quel mondo nella sua favolosa integrità, la Genovese si disponeva con la "spugna" dorata della sua poesia, ponendosi in viaggio sulle tracce della memoria in una sorta di avventurosa odissea. Questa odissea si prolunga in Cartografia e il paesaggio siciliano, allargato all'intero bacino del Mediterraneo e oltre ancora, fino alla brumosa Inghilterra, continua ad essere l'osservatorio privilegiato al confine con una natura dalle caratteristiche fisiche e meteorologiche assolute. La parola fissa l'immagine, la sensazione, la scoperta, la riflessione, strappando il vissuto non solo al rischio della dimenticanza ma al buio dell'indifferenza e all'usurpazione della violenza. Nello spazio e nella prospettiva di una problematica ancora tutta esistenziale.

I riferimenti sono a una vicenda poetica personaliscima, come aveva visto con la solita acutezza Maria Corti: "un certo calore di sensualità mistica", temperato da un linguaggio che ha assimilato la lezione della grande lirica femminile di casa nostra, da Amelia Rosselli ad Alda Merini, da Antonia Pozzi a Fernanda Romagnoli. Una poesia sospesa tra la natura, con i suoi elementi vivi, in carne e ossa, e la preghiera immaginosa e concreta ispirata dai testi sacri, oltre che dallo spirito religioso che aleggia anche dentro il mondo pagano, greco e italiota, dell'isola. E, alle virtù segrete e magiche della Sicilia, si deve attribuire il merito straordinario di rendere "visibile l'invisibile". Circostanza per la quale quello intessuto dalla Genovese è un dialogo con Dio che trascende la Storia ("...mentre ti giri | intravedo | il tuo sorriso | divino..."), un rapporto assoluto da cui rimangono estranei l'ombra del "fare", i doveri, la virtù, il progetto di vita, il metro del giudicare e perfino il peccato. I riferimenti sono: l'Amore, il Tempo, la Vita e la Morte, all'apparenza sorgivi, appassionati, ma tali da dominare ogni complessità culturale per disegnare un universo insieme compiuto e senza confini del quale si compie nelle pagine di questo libro la più minuta e puntuale mappatura ("La foresta pluviale | è un dito | su scala millimetrica | una goccia verde | in un giallo desertico").

Le poesie della Genovese, come aveva indicato Maria Corti, tendono a significare una reciproca compenetrazione tra mondo umano e naturale ("...trapela | oltre i mari | del Sud nell'immaginario | di mondi esotici | a misura d'uomo..."). E lo fanno con una misura talmente ben calibrata che la penetrazione (nel fondo oscuro, nelle sedimentazioni dell'animo e nel labirinto della mente) avviene attraverso la trasparenza delle superfici, secondo un passo e secondo moduli raffinati, con un uso accorto delle immagini. Così che temi di vasta portata, e di costante implicazione esistenziale, si fissano in brevi limpidissimi componimenti pieni di luce e di colori: "Solo una luce | trapela | dal giardino segreto | dove la viola | si cela | luttuoso annuncio | di morte piccola | modesta abitatrice di ombre | e il giglio si screzia | di rosso in primavera". I versi netti e rigorosi ci immettono, ogni volta di incanto, in una dimensione autoriflessiva che quasi inavvertitamente si interroga sul mistero delle cose e sul significato della vita mentre ne subisce il fascino, per la legge dell'inversamente proporzionale ("L'orizzonte è solo | una linea che avanza libera |verso altri orizzonti").

Cartografia è un taccuino esemplare degli appunti e delle annotazioni, un album della memoria critica, un almanacco della propria condizione. E il diario delle pagine privilegiate, trascelte a comporre (e a verificare, a interrogare, a mettere sotto processo) il senso di una vicenda e di una vita. Tema centrale è, a ben guardare e oltre l'apparente silenzio (che è, poi, la voce del segreto e del mistero), la morte: termine ineludibile del confronto, enigma esistenziale, l'altra faccia della medaglia, vuoto di assenza in cui precipitano errore e disguido, ma in cui si scioglie anche il doppio senso della vita. Perché l'orizzonte resta comunque aperto nella continuità ultraindividuale, "nel flusso perenne | della vita e della morte | di 'acvatios che vive" oltre le tenebre degli Inferi, in una dimensione che proprio l'improvvisa illuminazione poetica ci fa scoprire a un tratto con inattesa evidenza come indistruttibile.

La poesia della Genovese ha davvero una sua misura inconfondibile: la tensione drammatica del coinvolgimento esistenziale si fa sommessa, quasi sussurrata, emerge da fondali che restano appena oltre la soglia della reticenza, nasce da radici di un pudore tutto femminile. In una chiarezza tuttavia anche obliqua, come increspata cioè da un'ombra di luce (il gioco dell'ossimoro è necessario per esprimere tale condizione paradossale). E questa luce particolarissima sfiora le poesie del libro e come un filo invisibile le cuce insieme in un piccolo breviario che usa tutte le tecniche necessarie alla realizzazione appunto delle carte. Perché è come per la rappresentazione della superficie terrestre, nella quale occorre far ricorso all'elaborazione di rilevamenti eseguiti sia al suolo che dall'alto... Metafora di quella decisiva combinazione di elementi di segno contrario che consente, proprio nel distacco, la messa a fuoco delle cose della vita e del mondo.

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Mirella Genovese
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