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Prefazione a:
Del Sabato e dell'infinito

Sebastiano Lo Iacono

Biancospini, nidi di rondini, sentieri di ragni, volti grifagni, galli, apolli callosi, macelli, orti contorti, pomodori e sapori, umori di terra, guerra dell’io con Dio, “sciarra” grande di nipoti e pronipoti, sogni maldestri, capestri e pretesti, ruffianerie ideologiche, pacche sulle spalle, odori di stalle, bimbi nello scialle Andaluso e alcove e dammusi, conflitti di baroni contro poveri giornatari senza terra, senza lingua, senza storia, senza scrittura, senza letteratura, senza voce, tutti in croce, legati, malati, malnati, sfiancati, muli a catena, che fanno pena, scena e messinscena di dolori nitidi e scuri, muri di pietra, tetra tetraggine nella piombaggine del contadino che assorbe nebbia, vento, rodimento, patimento e squallore dell’analfabeta che arde di silenzio, bestemmie proletarie, arie mediterranee e malefici che dal dopoguerra sono ancora qui, hic et nunc, macellazioni, ossessioni, ubriaconi per vocazione e maledizione, refrigeri, stordimenti, delinquenti senza colpa, lestofanti e cantanti in rima, briganti senza la vocazione di Robin Hood, macerazioni e stillicidi, e poi rose, fiori, naturalismi lirici, realismo magico, meta-magico e meta-realistico, realismo lirico, assonanze ed abbondanze, comunanze e divisioni, comunioni e ribellioni, cartelli, fardelli di pena, scioperi rossi, bandiere rosse lacerate dal niente, costanza, incostanza, putrescenza dell’ideologia, colpi di coda della serpe, panorami, segnali nani, strani, inani, mani vuote, interrogazioni sul grande forse, e poi interrogazioni e poi interrogazioni: tutto questo per iscriversi nella categoria dell’esserci, che nessun burocrate sa certificare.

I poeti – dicono – ne sanno una in più del diavolo . I poeti, ehm! Vanno a braccetto con l’utopia e poi sorseggiano l’infinito. I poeti segregati dal “sudismo culturale infarcito di mediterraneità”. Partono dal sabato del villaggio e osano l’inosabile: interrogarsi se la radice del Tutto coincida con l’infiorescenza dello “zero fratto niente”. E i sogni si fanno incandescenza. I sogni. I sogni vaneggiano, divagano, dilagano, saturano l’immaginario e trasformano il falsario di parole in archeologo della sapienza perduta quando, all’inizio, il miliardo somigliava all’Uno, quando la foresta coincideva con il granello infinitesimale dell’arché e quando il labirinto giganteggiava nelle strade del villaggio parziale”. Il villaggio della “patria –matria” perduta, il villaggio senza storia, dove la storia si è fermata. C’è ancora dopoguerra, un dopoguerra rivissuto negli anni novanta, i magici anni del pestifero festival del non-senso, mentre l’infinito leopardiano si dipana e urla la senescenza del dio che non c’è, che non viene cercato, che non risponde, tace, ammutolisce e non dice, non dice, non si dice perché non si fa dire e non lo si sa dire.

Ma è qui: è occulto come la parola che ci parla. Quale sarà il nido della torre da cui uscirà il suo richiamo? Quale nido proteggerà i colombi nella stagione dei molinari senza paga, dei braccianti senza salario, dei rumorosi e sudati proletari della bestemmia? E così non serve cercare un seme di girasole se la quiete non c’è: l’ansia tormenta e l’anima spenta non sa sbilanciarsi se la mano immota non cerca il dio dell’anima.

E quante cicale ancora, sotto il pergolato della meta-storia, nei pomeriggi di luglio, rammenteranno all’uomo la sua sospensione tra l’alfa e l’omega? Quante riusciranno a farsi intendere? Quante saranno decodificate nell’afa perenne del cercatore di rime prima della morte, prima dell’avvento del silenzio?

L’uomo e la bestia hanno compiti diversi; i covoni, il grano hanno ruoli distanti; il cibo crudo dell’animale crudo e nudo e il cibo cotto della bestia da soma, divenuto homo sapiens vestito e travestito, ci sgranellano nenie, rosari, litanie di spighe e per mezzo ettaro di terra il nonno bovaro litiga ab eterno con l’altro nonno che bovaro non è. È sempre la solita storia: quella del povero, del cercatore di luce, di spazio, di sazietà; è sempre la solita minestra della rivolta contro i padroni che masticano fiori e petali, mentre lo sciancato e lo sdentato si nutrono di cipolle riarse, di insalate amarognole e legano capre al vento della solitudine. Che fare? Che potere fare? Che farci? Non c’è nulla da dire, fare, disfare: si può solo tentare di ridire l’indicibile, mentre le trazzere si gonfiano di more arabe, pagane, ariane, greche, cristiane e isolane. More nere, more vere, more d’amore nero, more d’aria, more d’umore d’aria, more d’orrore, more di tremore, more di chi muore e lucida ori e brillanti, nitrati di sale, “ran-cori”, cori lunghi, cuori stanchi di non sapere dire no.

Ci sono bracieri e serpenti, pensieri brucianti, vino amaro, vino chiaro e cartelli di rivolta che tagliano i cortili dei biancospini con l’ahimé sussurrato nell’eterna tragedia del quotidiano. Ahinoi!

E l’erba conserverà il suo mistero chiuso, chiuso gelosamente nel confuso cerchio indivisibile dell’”invisibile”, ma i versi non cambiano la patria. Non si appendono sugli striscioni dell’”Otto marzo”. È sempre la solita storia di chi ha coltello e pantaloni dalla parte giusta e di mimose che la storia ha sigillato nei sepolcri delle tenerissima nostalgia del “dio femmina”. Quante madonne all’inferno per una madonna in più! I versi hanno strade altre, strade diverse, strade ancora perverse, strade che non s’incontrano con la storia totale.

La tragedia, nel frammento dell’eterno, si frantuma nelle chiacchiere al bar. Quelle chiacchiere grattugiano il silenzio e consolano. Consolano quanto la panacea dei filosofi e degli alchimisti. La parola consola, ma non sorvola mai, non demorde, non placa, non indugia: brucia ancora, brucia lentamente assieme alla speranza che sa di origano e di nebbia.

I topos della mediterraneità ci sono tutti, sono tutti qui: vendemmie, città di mafie, baroni borboni, anni di piombo, attese nelle caserme, comunicati radio provenienti a dismisura dal tempo del mito e dalla cronaca che si fa storia, montagne di boschi, falci, felci, martelli, pastelli, stralci di sonno, ulivi, canti primitivi, cetre, salici piangenti, semafori rotti e stridio di gomme sull’asfalto prima dell’agguato, boom boom, quattro mort’ammazzati azzannati fra di loro, limoni gialli, usci ombrosi di pietra, giardini d’inverno dove s’innaffia l’anima di sofferenza alcolizzata e la cirrosi si fa illimitate, disgraziati di paese spaesati senza lista di nozze e poi boschi del demanio, motorini, ciclamini, mandorleti, cieli increduli a cui non potere credere più, fiocchi di riso, stornelli, bordelli arcani e covoni, ficodindia a milioni, anditi, basilico, vecchi incontinenti, archi ancora e testimoni smemorati, acquazzoni di settembre, pastori, melograni, traditori e roditori, concimi, puzza di cacca, aromi di stalla, papà rompipalle, bacche e castagni, uva spina e spine e spade e muddicati di senso contro l’angoscia da decentramento geografico dell’emigrato “disintegrato”. Non ne possiamo più.

Non ne possiamo più di idoli falsi, bugiardi. Basta. Anche le prefazioni del predatore non hanno senso. Perché pre-fabbricare un testo sul “testo” che lo precede? C’è in gioco un di più: la vita, la non vita, il senso, il non-senso, l’arcano, il Silenzio, la parola, la voce che dice “Ehi, ho bisogno di te”. Che nome hai? Mi chiamo Ilenia. E solo l’accento sulla “e” certifica che anch’io ci sono.

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Filippo Giordano
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