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Postfazione a
L'amore epigrammato
Commissione di
lettura del
Premio Quinta Generazione 1992
Poesia d’amore “epigrammato” (quasi ossimoricamente titola il libro il poeta)
cioè pungente d’ironia, qui però garbata (“E tu incosciente mi ridi amica”)
e immersa nei sapori e nei colori della terra. Come incantato sui fenomeni del
mondo, il poeta li registra lasciandoli intatti. Ma pur essendo il linguaggio
piuttosto quello della lirica (bastino le immagini solari: “con raggi a
siringhe | il sole inietta l’alba”; il sole che “batte sull’odore di
primavera” e “gira senza parole”) che quello dell’epigramma, questa
poesia non è né un naturalismo lirico o realismo magico, perché dall’alba “lentamente
s’avvia la coscienza | al teatro del giorno | e oltre il sipario appare | il
forte odore dell’uomo” (preziosa indicazione); fino alla conclusione,
amaramente ma anche giocosamente rivolta alla donna: “in quale percentuale, |
dunque ti ho inventata?”. Una poesia double face, religiosamente impostata,
che, al di là della lucida pena nell’affrontare le faticose stagioni dell’uomo
con solidale coinvolgimento lascia intatto il sogno e la possibilità di fuga
della speranza lungo la tangente; una poesia che, nella forma, ha due registri
bene armonizzati a creare una “malinconica solarità” (l’ossimoro ben indica la
razionale simbiosi dell’incisività e dell’incanto, del palpito lirico e
dell’asciutta compostezza: un discorso a fini operativi, insomma, attraverso
filtri estetici.
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autore |
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