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Prefazione a
Minuetti per quattro stagioni
Vincenzo Rossi
Il tempo e le stagioni nella poesia di Filippo Giordano
Con figure
veloci e lievi, ma cariche di potenti simbologie, il poeta Filippo Giordano in
due strofe e in sei versi dà il la allo spartito del tempo. A ben intendere in
questi sei versi si sente la voce del tempo con le sue caratteristiche spaziali
e musicali. Coinvolge nel suo passo le forme e le espressioni, i frutti, il
linguaggio della terra e delle stagioni. Dentro le sue leggi tutte le creature
vivono e si alimentano (dall’umida terra | l’erba strattona) e sui tetti
pronunciano il loro discorso di canto e di lamento.
La natura
produce i suoi effetti e vive le sue ore tra colori e carezze di scirocco: con
assidua azione la fantasia corre dalla lava alle api, al rosa
fiorente del pesco, con passaggi ora veloci, ora lenti, ora immobili, ma sempre
carichi di vitalità. Nelle inafferrabili dimensioni del tempo scende dal Nord la
legge di Ogino e tutto diventa sorpresa: ecco il figlio emergere “dal
buio alla luce”, superando i tremiti d’amore. Il poeta di fronte al portento
rivolge mute domande alla vita “che tante e irrisolte | domande scorri!”.
Aquile, maiali e cavalli passano nel battere delle ore…
Nella
scheletricità delle parole di tratto in tratto lampeggia con le sue potenti
germinazioni la terra cui si rivolge e guarda e ascolta emozionato il poeta: ne
ammira la bellezza e la vitalità: “Guarda il verde | che in aree boscate |
chiude le ombre. || I monti ammira | che trattengono il cielo | ancora lassù”.
In questi brevi sei versi affiorano e si distendono i potenti segni dell’universo.
Il tempo si incorpora nel tramutante moto delle stagioni e la vasta e varia
offerta assorbe in sé il vitale gioire del poeta. L’uomo, la natura, l’universo
sono un’armonia di creazioni: “Dopo il fiorire | senza fretta aspettarne
| il
granulare”. Rare volte il nostro si lascia attrarre dagli interni dove gli
umani si scontrano con interrogativi altalenanti tra abilità e fortuna.
Lo sguardo e
l’animo del poeta amano gli spazi, gli alti e lontani orizzonti, i densi colori
e i dolci frutti della terra, gli odori genuini e i respiri delle foglie che
purificano il sangue intorbidato dagli irrazionali illusori progressi e ridanno
il piacere di vivere: “Tigli odorosi, | di giorni caldissimi | invocate
ombre. || Mare, miraggio | di fluide carezze, | amaca azzurra”. Filippo
Giordano ama sostare tra le pulicarie cariche di foglie e in colloqui con il
mare in un continuo sorriso di vita e di purezza. Il suo idillio con le tenere e
vitali offerte della natura attraverso la poesia mira a rigenerare l’armonia e
la fratellanza di tutte le creature. Infatti in queste veloci annotazioni
liriche vi è sempre una correlazione di dialogo, di gioioso scambio di affetto
e di comprensione. Egli non si sente un individuo isolato bensì concentra in sé
simbolicamente tutta l’umanità, poiché la sua poesia a ben intenderla non
esclude mai la presenza di tutta l’umanità e il suo canto si estende in tutte le
forme di vita, coinvolgendo in ogni essere il respiro dell’eternità… In questo
suo svariare di incanto e di amore ecco apparire le donne che procedono per i
viottoli con lunghe cosce abbrunate, vissute e sentite dal poeta come parte
integrante del paesaggio e della vita universale.
Le due strofe e
i sei persistenti versi penetrano dentro le stagioni e di esse fissano gli
aspetti più vivi che le caratterizzano. Intanto che il tempo batte le sue ore la
vite distende gli ubertosi grappoli nei loro vari colori di maturazione dentro
il mite respiro dell’autunno, affinché ne colmi i cesti. Le maturazioni
autunnali hanno vasti colori nelle svariate dolcezze di sapori e generose si
offrono alle mani, all’animo, alla vita di tutti i viventi: a tanta abbondanza
si associano lieti l’emozione poetica e i rapidi versi che ne nascono
dall’abbraccio con la maternità della terra: “Firma l’autunno | di uva appena
colta | il cesto pieno”.
Queste gioie
dell’essere vivi tra tante offerte richiamano commossi ricordi di quanti lì
vissero e ora dormono in cimitero. Ma già alle cime dei monti si annuncia
novembre e reca un giorno per i morti “che vedemmo qui || vivi tra i vivi |
appena l’altro ieri; | ora dispersi”. Ma chi ferma la ruota del tempo? “Eccolo,
arriva, | misterioso e altero, | squarciando il mondo, || l’ultimo giorno,
atteso e temuto | … | dentro fiocchi di neve | viene gennaio”. Così il
cerchio delle stagioni, dei mesi e dei giorni si chiude. Ma chi arresta
l’assillo misterioso ed eterno della vita?
Dal punto di
vista strutturale questa poesia di Filippo Giordano ha come valori essenziali,
oltre le intense adesioni stagionali, il vigore verbale | espressivo delle
parole, sempre cariche di senso, di simboli, di figure, di colori, di una
concisione eccezionale che costantemente invitano il lettore a procedere con
dolcezza ampia e profonda dentro la riflessione che congiunge la terra al cielo,
tutta la vita nella sua vastità universale. I sensi, le emozioni, le
riflessioni, il mistero, l’incanto, la luce della vita, si devono saper cogliere
e vivere non solo nei versi e nelle strofe, ma soprattutto nella energia
delle parole, delle singole parole.
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autore |
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