|
| |
Prefazione a
Ntra lustriu e scuru (fra luce e buio
A
musica, si sapi, è maravigghja
chi trasi intra l’arma e l’arrivigghja
(da “A musica”
in «Scorcia ri limuni scamusciata»
Filippo Giordano)
La poesia
siciliana – si sa – è importante: con essa, regnante a Palermo Federico II di
Svevia, la cui corte Dante definisce culla della poesia italiana,
esordisce la nostra letteratura nel passaggio di lingua, poi definitivamente
sublimato e suggellato dalla medesima lezione dantesca. Ma esiste una lingua
siciliana pre-letteraria? Si potrebbe dire proprio di sì, pensando al lessico e
ai ritmi dei canti popolari, dei cantastorie, dei trovatori, degli stornelli,
delle serenate; ma anche a quel basso parlato più sobrio che non si impara a
scuola e che, a tutt’oggi, si usa nei quartieri, nei mercati…
Importante il dialetto, la sua persistenza! Come se incombesse con
l’unilateralità politica, passando attraverso la nozione di globalizzazione
economica, un’evenienza che metterebbe a rischio le individualità d’espressione
con l’unilateralità definita dalla lingua egemone degli stati più potenti.
Perciò sembrerebbe quasi che la riqualificazione dei dialetti venisse ad
assumere, in tutta la sua spontaneità, un significato catartico per la
conservazione dell’individualità dei popoli, anche quando essi continuino a
comunicare tra di loro con una sola lingua ( oggi l’Inglese da tutti accettato
con questa funzione). E maggiore è la spinta verso l’esemplificazione
riassuntiva delle tecniche di comunicazione all’interno dello stesso modo di
esprimersi (omologazione informatica, internet, simbolismo telematico…), tanto
più forte cresce e diffonde l’esigenza di salvaguardia dell’entità etnica. Ma
questa è solo una mia confabulazione, nella convinzione, forse irrisoria e
confutabilissima, che i poeti sono a volte “indovini”, avanguardia e fanno, in
questo senso, della poesia dialettale quasi il manifesto di una precisa
volontà di esistere in tale forma senza necessariamente prendere le distanze
dalla nazione d’origine. Anzi, più spesso, il poeta preferisce scrivere oltre
che in dialetto, in lingua e viceversa. E non per mera esercitazione estetica,
ma per quella (ri-)scoperta di sé, io-narrante che la realtà come vita e la
letteratura come espressione metafisica e profonda della vita sostanziano.
Quindi non ripiegamento su di sé, bensì allargamento dell’esperienza
gnoseologica: il poter parlare di sé è una conquista intesa socraticamente. E
quale occasione o facilitazione migliore del poterlo fare con la lingua materna?
Filippo Giordano è alla sua seconda prova di poesia in dialetto. Ntra lustriu e
scuru, infatti, fa seguito a Scorcia ri limuni scamusciata del settembre 2003
delle stesse “Edizioni il Centro storico” di Mistretta (con una preziosa
prefazione di Giuseppe Cavarra), che aveva ottenuto consensi non solo di
pubblico, non essendo passata inosservata a quella critica attenta a questo
speciale tipo di pubblicazioni. Così che, a pieno titolo, il nome di Filippo
Giordano si aggiunge alla bella schiera della grande tradizione di poesia in
dialetto siciliano, dalla Conca d’oro alla sub-regione etnea, passando ora per
Mistretta, rappresentata, nell’ultima generazione, dagli ottimi Antonino
Cremona, Mario Grasso, Salvatore Di Marco, Nino De Vita, che, in vario modo,
dicono la loro esigenza “colta” e “gergale” in una fusione espressiva che
qualcuno ha voluto definire neodialettalità.
Filippo giunge a questa forma con la maturità, dopo un lungo attraversamento di
esperienza in lingua, sia come poeta che come narratore; questo fatto non mi
pare un caso e non è da poco. Si direbbe, quasi, che c’è stata una sorta di
“evoluzione ellittica”, mi si passi il termine; come se il poeta avvertisse il
bisogno di dire qualcosa di tutto suo, altrimenti indicibile se non in forma
arcaica, ancestrale. In quella forma si può parlare di sé e della propria
esperienza intima anche col velo del pudore, sapendo che “quel” velo non ci può
ingannare, ma piuttosto proteggere e non ci tradiscono le parole perché sono
originali, antichissime, perciò sacre e profonde e non abbisognano di nessuna
“versione” né conversione di senso. E anche le figure della narrazione, legate
ai sentimenti e all’amore, sono quelle sole che possono rappresentare l’unica
certezza che abbiamo in questa vita ( e forse anche dopo) e che sta riposta nel
buio luminoso (quell’enigmatico “ntra lustriu e scuru”, appunto) del nostro
cuore: (Iu piensu a cui muriennu n’annivisci | e puru a Maria Laura
ca nasci. Stasciuni. …na dda vanedda unni stava iu | c’erinu casuzzi
chini ri cristiani | cu na rriggina pi ogni scarfaturi Lampi e trona.
All’annu chi me matri avia murutu | cu me mugghjeri a-emmu a visitari….n’arma ca
forsi sintia e viria,…A nivi fora avìa ggià quagghjatu….siddu n’avissi statu
‘ncinta me mugghjeri | certu nun-mavissi ‘mprissiunatu:
| abbrazziatieddi
avissimu-acchianatu…. A Palumma. …Mi parsi Gesù Cristu chi carìu
|
purtannu a spadda a so pisanti cruci.”… A caruta.). Solo l’accenno, ma, alla
lettura necessariamente integrale di questi testi, quanta commozione, quanto
tenero amore troverete, e quanta pietà! Tutto nell’espressione più semplice,
dentro la vita semplice. Ed è in questa apparente semplicità, è proprio da qui
che nascono le domande, le più profonde di cui si ammanta misteriosamente la
nostra esistenza.
C’è, infatti, in queste nove poesie un filo di mistero che le annoda una
all’altra come in un piccolo rosario. È il Mistero il vero protagonista della
silloge, un mistero colto sorprendentemente da eventi nell’apparenza naturali
come la nascita e la morte, ma che pone domande che possono avere risposta solo
dentro di noi, socraticamente come dicevo prima, e anche nella Natura intesa
come Luogo (tempio dei nostri ultimi dèi?...). Ma il mistero e il divino
aleggiano tra questi versi senza far pesare la loro presenza e, a volte diluiti
da impercettibile, sapiente ironia, non incombono. La stessa scelta formale
-fatta di sonanti rime, di ritmi cadenzati dal metronomo dell’endecasillabo,
cross, rima al mezzo, allitterazioni, metonimie (un vero divertimento per gli
appassionati di composizione poetica) – contribuisce ad avvicinare il testo al
Lettore, mediante uno spontaneo strumento di seduzione nell’incanto della musica
di cui questi versi risuonano mentre accompagnano la domanda dell’uomo. Vi è per
essi una lievità sostanziata di laica religiosità, che riesce ad aprire varchi
per la risposta che non si dà. Perché il mistero e il divino, come il bene e il
male sono dentro di noi, più che nel tutto che ci avvolge e di cui siamo parte
feconda di pensiero; questo i nostri Antichi ci andavano insegnando parlando
quella lingua a volte sibillina, come questa qui riesumata:
– A manu riritta viu
spirtizza e scuru!
(Quantu lustriu cc’è
mmienzu a ssu scuru?)
A mancunìa, mmeci,
vavareddi!
(Quantu scuru cc’è
ntuornu a ssu lustriu?)
Nno-mienzu c’è stu nasu
chi naschìa.
Pordenone, lì 8 settembre 2006
| |
 |
autore |
|