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Prefazione a
Scorcia ri limuni scamusciata

Giuseppe Cavarra

Di Filippo Giordano conoscevamo Se dura l’inverno (Cultura Duemila Editrice, Ragusa 1994): un libro di una cinquantina di pagine, comprendente poco più di quaranta poesie in lingua raccolte intorno ad un punto nodale identificabile nella tendenza ben marcata a calare persuasivamente nella scansione agganci ai temi forniti dal reale nella quotidiana incidenza dell’esperienza nel mondo. Il fraseggio che ne deriva genera una scrittura che, contraddistinta com’è da virile dolenza, ha tutto il sapore di una germinazione interna, segnata da un’elegia contenutissima, a volte antilirica. Proprio nell’elegia e nello sforzo di drammatizzare una realtà che si offre dolorosa e martoriata, l’ansia del poeta trova la giusta misura non tanto nel denudare una realtà che continuamente si decompone anche nel momento in cui viene catturata, quanto nel raggelare, quasi epigraficamente, il flusso dei sentimenti che spesso nascono e si definiscono nel giro dì un solo endecasillabo. Il risultato è una resa linguistica fortemente concentrata. Citiamo qualche esempio: "Se piovendo l’acqua trova l’alba" (Entroterra); "fra nubi e nubi arriva la rabbia" (Passate le palme); "...abbandonato alle gelate | e alle danze malefiche dei venti" (Era giugno con giri di mulo); "Il conto delle capre che non torna' (La lotta, la paura); "Non conosco il volo di farfalla" (Volo di farfalla); "E cadono le mosche ad una ad una" (Pina). Versi (ma altri simili se ne potrebbero citare) che si pongono già come spie di un procedimento volto al negativo, tutto proiettato alla ricerca di probabili raccordi smarriti nello iato che si è venuto a determinare tra l’ieri e l’oggi, tra il tempo perduto delle favole e il tempo presente in cui il destino dell’uomo sembra quello di "pazientare, calcolare, votare", mentre il giorno "si allunga come serpente | rinserrando sconfitte" (Sulle braci dell’attesa).

Il bisogno di ricordare ciò che si è compiuto (o perduto) si fa più pressante nella raccolta Scorcia ri lim.uni scamusciata che segna il passaggio dalla lingua della cultura al dialetto. La parlata usata dal poeta è quella di Mistretta, "paisazzu (paesone) dei Nebrodi, dove Giordano è nato e dove abitualmente vive. Dodici liriche in tutto, sorrette da una volontà pertinace di denunciare le disgregazioni e le diaspore seguite allo sgretolamento delle radici etnoantropologiche legate ad una cultura, quella agropastorale, annientata dalla cultura di massa. Si aggiungano i fallimenti di tanti progetti non realizzati per mancanza di prospettiva politica immediata e una certa frammentarietà dell’ "esserci" (non dell’ "essere") che come per folgorazione emerge. screziandosi di universalità, al piano della coscienza da un mondo in cui, come leggiamo nel testo eponimo. "i ciliegi erinu ggirasi". A tal proposito si veda la lirica Paisazzu ri muntagna, dalla quale emerge quello che possiamo considerare il nucleo centrale della poetica dialettale del poeta mistrettese. Esemplare sotto questo riguardo la poesia U sceccu (L’asino), dove il poeta prima sogna e poi, quando gli anni si sono ammassati pesantemente addosso, nessun progetto riesce a dargli conforto e consolazione; "E quannu u teempo | m.'acchianau ri 'ncuoddu | capii ca cumannava iddu..." (E quando il tempo | mi sali addosso, | capii che a comandare era lui (l’asino)... ).

Il punto fermo a cui va riportato il dettato dialettale di Giordano è dato da un momento di annichilimento da dove il discorso muove mettendo in circolo tutti i possibili dati dell’uomo: il suo essere, il suo dover essere, il suo essere stato. Ciò significa per il poeta possibilità di inserire tutte le particule al loro posto nell’intarsio a cui esse appartenevano e di collocare l’io in un vissuto messo continuamente in discussione per rilevare sconfitte e disinganni. Il groviglio di situazioni e di motivazioni che viene a incidersi sulla pagina non reca mai segni labili o inerti: le ragioni poetiche si fanno rivelatrici di una linfa vitale straordinaria proprio mentre ci consegnano un mondo in frantumi. Il processo che viene a determinarsi è di grande interesse per la poesia che ne risulta: una poesia dolorosamente avvolta in parole che bruciano ogni possibile digressione per cogliere recondite pulsioni che ad uno sguardo superficiale potrebbero apparire dettagli di poco conto e che invece sono nodi che la poesia è chiamata a disbrogliare.

Il contesto a cui il poetare di Giordano si potrebbe ricondurre è uno di quelli in cui la parlata dialettale rivela tutte le sue ragioni per continuare ad esistere. Per lungo tempo si è assegnato al dialetto il compito di "repertare" l’impatto del poeta col mondo, come se i dialetti, per loro natura, fossero poco abilitati a ritrovare i raccordi smarriti, come se le parlate tradizionali fossero destinate a darci in ogni caso una poesia facile al canto, non problematica. Purtroppo, si è capito tardi che il dialetto non può essere ridotto a lingua esclusiva dell’utopia e dell’idillio. La grande poesia dialettale del Novecento dimostra a chiare lettere che il dialetto può andare molto al dì là della ricostruzione della realtà in cui affonda storicamente le sue radici e attingere profondità in cui la poesia è chiamata a scoprire momenti di attrito e di lacerazione. Tessa, Pieno, Marin. Calì, Loi insegnano. Soprattutto grazie a loro, oggi nessuno dubita più che la poesia in dialetto possa dar luogo ad una poesia mossa, anche struggente, in bilico tra accettazione rassegnata delle ragioni non sempre accettabili che stanno alla base del vivere e ribellione alle spietate leggi della storia.

"Io posso scrivere soltanto stando saldamente appoggiato alla realtà". Quella di Sergej Aksakov è una preziosissima indicazione di rotta per chi come Giordano vuol trarre la materia prima su cui operare in sede creativa dalle cose viste, toccate con mano e vissute in prima persona. Ciò basta per concludere che la poesia del Mistrettese è da considerare – stando alla famosa distinzione pancraziana – poesia in dialetto, non poesia dialettale.

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Filippo Giordano
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Filippo Giordano nell'Atlante letterario
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