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Prefazione a
Strambotti per viola d'amore
Carmelo Pirrera
In una nota
apparsa sulla “Gazzetta del Sud” (27.2.82), Salvatore Arcidiacono, recensendo un
volume che comprende raccolte di quattro poeti, si sofferma sulla poesia di
Filippo Giordano rilevando la capacità di controllo che il poeta riesce ad
esercitare sulle proprie emozioni ed il sano impegno morale che di tale poesia
si fa ragione.
Di queste
qualità ci eravamo accorti, a nostra volta, sia leggendo il volumetto Se dura
l’inverno (Bologna 1980) premiato in forma ancora inedita al “premio Letterario
Quasimodo” , sia leggendo i 10 essenziali componimenti che col titolo
Villaggio fra le braccia di Morfeo sono compresi nel volumetto Sogni di
nessuno (Il Vertice, Palermo 1982), nei quali circola una certa aria di
crisi che nasce dalla dolorosa scoperta della coscienza, dal suo impatto, con la
impossibilità di comunicare: e dalla chiassosa chiatta in lontananza | sembra
che guardino ma | non capiscono, non sentono o non vogliono | e scompaiono…
e con l’inquietudine che è nostra e del nostro tempo: Cerchiamo sempre la
vita e sempre | qualcosa ci sfugge | e prendiamo un altro treno...
Le emozioni,
come annotava Salvatore Arcidiacono, risultano controllate, ma non soffocate, ed
anzi ci pare di poter dire, a questo proposito, che il discorso di Filippo
Giordano acquisti spessore poetico per quel tanto di taciuto che però continua a
premere all’interno della parola, nella modulazione del verso, nelle accensioni
ironiche.
Con
Strambotti per viola d’amore, il discorso di Giordano si fa più sicuro,
ricco di toni e di immagini icastiche. Vi è ancora descritta e narrata – nelle e
tra le righe – l’umana avventura che si dipana attraverso le stagioni, con
l’autunno ricco di occhi (aprile avrà gli occhifiori della primavera) e
con l’agosto che riporta gli amici | dispersi a Torino o chissà |…|
ridiventati | lucertole al sole…; l’avventura dell’uomo-poeta, che si
intesse di voci e di stupori, di silenzi e di risentimenti.
Senza rinunziare
a farsi canto, la poesia di Filippo Giordano, memore di quanto avvertiva Cesare
Pavese, sa che nel vuoto assoluto nemmeno i rondoni ce la farebbero a volare, e
stabilisce, quindi, un legame e un patto con le cose, con la realtà e con la
terra, che evitando le trappole dei sicilianismi e delle similitudini, riafferma
una sicilianità sofferta per cui rende cittadinanza poetica ai disoccupati, più
volte ricordati nei suoi versi, ai bambini | che tremano sotto il peso del
lavoro, alle vedove bianche, ai vivi che si piangono assieme ai morti,
sommati in unica perdita.
Tutto questo,
senza l’oratoria scontata del comizio, ma in un empito di necessità poetica
quanto umana che serve a farci sentire il poeta un uomo fra noi e non il vate
avvolto in una veste di estranea fiamma di retorica.
Il problema del
flusso o del riflusso, che è pratica parafilosofeggiante per gamberi, non
interessa queste pagine nate da un rapporto di estrema onestà con la vita e
dalle sincere emozioni che questo rapporto sa dare a chi guarda con occhi di
poeta, cioè con sapienziale innocenza, e cerca parole che le traducano senza
tradirle, nel rigore di una misura che tende ad essere esatta.
Novembre 1984
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