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Note critiche a
Finale d'avventura
Luciano Nanni
lettera del 18 ottobre 2006
...Le sue poesie di Finale d'avventura mi hanno colpito
in due modi, ambedue positivi. La forma, intanto: snella, eppure densa a ogni
verso (del resto poco altro potrei aggiungere alla splendida prefazione di
Vittoriano Esposito). La compattezza stilistica e anche la non consueta
lunghezza sono sostenute da una fantasia che ha solide basi e sembra scaturire
dalla realtà, nella prospettiva di una religiosità sofferta e per questo ancora
più autentica. Nel!'elegia del tempo (titolo assai bello), per esempio, va
rinotata la prima strofa (Dove muoiono) in cui l'oscurità mette in risalto la
luce pura di un'Entità sulla quale pur io mi sono poste non poche domande. Una
specie di fonosimbolismo viene espresso poi a p. 21 de L'attimo sospeso con
staordinaria attenzione timbrica (barbàglio, chiaria) che crea fra parola e
oggetto la sintesi descrittivo-metaforica. Poi ancora, in Percezioni la seconda
strofa: da osservare qui l'equilibrio dei versi, ciascuno con un'identità che va
a collegarsi al senso complessivo e alla stessa scaturigine del significato,
riferendosi al "Qualcuno che d'un amore ostinato | si fa verbo
| radice |
insonnia". Ne Il tempo consegnato agli
uragani segnalo l'ultima parte (p. 33) di una scrittura
raffinata e intensa, di una sottigliezza concettuale quasi metafi sica, nel
mistero della Divinità, che nella successiva composizione (Tradito ero dal
silenzio) riprende un'umanità che uscendo dal consueto o dal rituale rivede il
Trascendente oltre la parola, verso l'indicibile.
Il suo è uno stile privo di funambolismi d'avanguardia e
ugualmente lontano da nostalgie conservatrici: si rivolge piuttosto all'essenza
delle cose, ai grandi problemi che investono anche l'uomo moderno, che lo si
voglia o no. Un profondo anelito, una misura divenuta cifra di un'espressione.
Lei riesce egregiamente anche in altri campi, come narrativa e saggistica, ma
ritengo che la poesia sia il punto fondamentale del suo operato. Come scrive il
prefatore a p. 10 "La fede è una conquista d'amore" che lei ha saputo
realizzare.
Giovanni Rossino
su: "Dibattito", settembre 2006
Un altro libro di Emanuele Giudice. Che offre una
tecnica scaltrita e raffinata, ma anche suggestioni culturali nutrite dì trepide
inquietudini. Domande sempre aperte di cui la poesia sa qualcosa, perché la
gloria della poesia consiste nell'essere l'unico linguaggio umano che si
avvicini alquanto ai misteri della divinità. Un libro di versi nato da un'esigenza profonda e da una
sensibilità dolente caratterizzata da una calma furia di limpidità.
Marco Testi
Premio internazionale di poesia "Firenze Capitale d'Europa 2006"
primo premio - sez. poesia edita
Poesia evoluta, profonda, vibrante, con qualche eco di
San Juan de La Cruz, tutta coerentemente tesa all'assillante ricerca di una
soluzione ai perché esistenziali che infelicitano l'uomo, in cui si aprono
improvvisi squarci di luce, variopinti, fideistici arcobaleni nell'approdo,
sofferto e macerato, fra le braccia divine pronte da sempre nell'amplesso
totalizzante. (Per la Giuria: prof. Manrico Testi — 16.12.2006)
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