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Note critiche a
Ora che il sogno è pietra

Fortunato Pasqualino

Oltre all'avverbio, c'è in comune il problema e il dramma del mondo sotto il segno di un machiavellismo del potere che si direbbe perenne nella storia e sempre più spregiudicato nelle sue molteplici espressioni e attuazioni, nazionali, internazionali o anche locali. I miei pochi cocci di inglese non mi consentono di rincorrere nell'opera scespiriana l'avverbio "Ora", che nella lingua di Shakespeare (e del dollaro americano) viene distinto dall'ora degli orologi: now da time, come "nunc et hora" nell'Ave Maria in latino.

Posso invece enumerare quante volte in Emanuele Giudice l'avverbio del titolo martelli, tra "il duro impatto dei macigni", fino "alle pietre ossami", gementi "in solitudini d’orgoglio | su spalle curve | di memorie": quest'ultimo dai versi inediti da lui inviatimi a parte. I Cieli di Shakespeare non vengono coinvolti nelle tristi vicende umane.

Vi si accenna qua e là, ma nel pieno rispetto del mistero, considerato fuori dalle devastanti follie del mondo. Non così in Dante che, quasi non bastasse l'inferno che si patisce sulla terra, un altro al di là ne inscena più spietato, da implacabile legge del contrappasso. Emanuele Giudice giobbicamente sfida i Cieli e l'Oltre, Iperuranio platonico ed oltre tutto di Pirandello e Altrove di Pasolini, per strapparvi un po' di...


Giovanni Occhipinti

Versi intensi e affranti dalla stessa ansia civile e metafisica a cui si allineano, e nei quali è possibile cogliere i segni di un dolore e di uno sconforto sociale, mai placati, per l’indifferenza dell'uomo verso il proprio simile e verso l'"altro" e, di conseguenza anche il vuoto di un silenzio che sembra talora toccare dimensioni cosmiche. E' una disperazione apparente quella che guida il pensiero poetico di questo scrittore siciliano, poiché c'è la forza di una speranza che agita il fondo della sua scrittura: che questo silenzio possa sognare "la morte del silenzio", sognare cioè la morte dell'indifferenza dell'uomo verso l'uomo e dell'uomo verso Dio.

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Emanuele Giudice
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