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Esercizi, 998

Esercizi per ricominciare

Giorgio Luti

In apertura del suo itinerario poetico Anna Maria Guidi propone come chiave di lettura una splendida citazione da Luis de Sepulveda ("Vivere è un magnifico esercizio") che mi sembra perfettamente corrispondere al significato profondo della sua ricerca espressiva.

Davvero un incontro inaspettato e fortunato, quello che mi offrono questi Esercizi che traducono nel segno della poesia una intensa e sofferta esperienza di vita. Quand'è – mi chiedo – che il dato autobiografico lascia alle spalle la mera cronaca per farsi testimonianza insostituibile, spazio di una riflessione che non ha tempo e luogo, se non nel nodo insondabile dei sentimenti eterni? Difficile che accada; ma quando accade significa che è scattato un meccanismo misterioso, un quid imprevedibile che ci coinvolge, costringendoci ad un bilancio che solo la poesia ci consente.

L'esercizio del vivere, dunque, come diceva Sepulveda, può divenire linguaggio comunicativo, può trasferirsi direttamente da noi agli altri, costringendoci ogni volta a "ricominciare", a riprendere il cammino che sembrava interrotto per sempre.

È allora – dicevo – che la voce del cuore trasforma in musica e in ritmo il flusso delle parole; ed è allora, come negli Esercizi di Anna Maria Guidi, che il segno del tempo (l'urna ovattata della memoria) si trasforma in dettato poetico, nella sincera ricerca di un ultimo e conclusivo approdo.

Così ora, di fronte a questa densa e compatta raccolta di liriche (settantatré componimenti, se non sbaglio, suddivisi in otto equilibrate sezioni), mi sento sollecitato a qualche bilancio personale, a qualche riflessione su cosa oggi (in questa ingrata stagione che attraversiamo) significhi affidare alle parole il senso della nostra vita, perché tutto non resti travolto o confuso nel montaliano "scialo" dei "triti fatti". La poesia allora come esorcismo, o se vogliamo come unico luogo d'incontro tra sé e l'altro, dove quasi inaspettatamente si accenda una piccola luce (anzi meglio, come ci suggerisce Anna Maria Guidi, una "briciola" di luce) ad indicarci il percorso compiuto e a giustificarne le ansie, le contraddizioni, i dolori, le malinconie, il lungo travaglio che porta con sé il gorgo dei giorni altrimenti indecifrabile ("Sfilano | questi miei giorni | come soldatini | inermi | di una battaglia | da burla").

Allora sia benvenuta questa voce di autentica poesia che ci raggiunge inattesa e chiede ascolto con una sofferta dolcezza che davvero sembra interrompere ed annullare il silenzio e la solitudine che insidiano l'esistenza ("Sto qui | ad ascoltare | il suono | di questa solitudine..."; o ancora: "... un deserto d'amore | dove non cresce più | nemmeno | una speranza piccola | un'illusione in salita | più nemmeno la pietà del dolore.").

Così, lasciando da parte le impressioni immediate, debbo soffermarmi un momento sulla complessiva struttura di questo piccolo libro (che, a conti fatti, altro non è che l'immagine di una vita) per tentare di coglierne le segrete ragioni, lo spazio di testimonianza e d'impegno creativo che documenta. Si tratta di una raccolta coerentemente costruita, in cui le otto sezioni che la compongono (da Crisalide che apre il discorso poetico alla rievocazione degli anni giovani, a L'Al di nulla che accoglie il segno ultimo della matura consapevolezza) interagiscono secondo un disegno complessivo che dai primi sentimenti conduce ad una storia fatta di dolore e di coscienza fernminile, una storia vera di donna che si accende di attese e di speranze ("... Era un buon posto | questo | per osservare | il dipanarsi alterno | della vita...") per approdare infine ad uno sguardo senza illusions ("Sbiadiscono stanotte | i miei pensieri | parole e parole | di un libro | troppo consultato. || D'altronde | da metterci dentro | avrei soltanto questa stanchezza | fragile | come foglie d'inverno | senza neve: | un riparo | di lusso | che non mi concedo | ... | lungo il traghetto | verso l'Al di Nulla"). Ma ciò che più conta è la qualità allusiva di un linguaggio che prende forza dalla sua intrinseca sincerità, la capacità di trasferire il dato autobiografico nella suggestione creativa di una parola a cui si affida il compito di risolvere nel ritmo espressivo il sommesso dettato interiore, ciò che di momento in momento emerge dal tessuto inquietante del vivere quotidiano. Ciò che si cerca insistentemente, e che attimo per attimo si realizza, è un efficace punto d'incontro tra la propria voce di donna e le altre voci che dal profondo della coscienza penetrano indelebilmente nel cammino dei giorni. Penso in particolare al rilievo delle sezioni centrali in cui si snoda un intenso colloquio con la memoria paterna e materna (Il nido vuoto, Sogno, Universo senza pianeti, Il bilancio della volontà), ma penso anche all'appassionata rievocazione di quella piccola figura (il cane Puccio) che a tratti emerge come ultimo documento d'amore ("Oggi | non fai più parte | delle emozioni, dei colori, dei suoni | che ogni istante rinnovano | questa danza immutabile del tempo | in corsa eterna | sotto un cielo di stelle | indifferente. || ... || Ora sei chiuso nella nostra vita | come il frutto | dolcemente orrendo | della nostra pietà...").

Difficile davvero cogliere ogni sfumatura di questo intenso percorso nel flusso della vita; ma ciò che soprattutto colpisce è la forza sublimante del dolore, quella "voglia limpida di vivere anche quando fa male" che è il dato essenziale di questo itinerario poetico.

Potrei continuare a lungo su questa strada difficile, e non credo sia il caso. Tuttavia c'è un altro aspetto decisivo che voglio segnalare, ed è la qualità immaginativa della memoria. Si legga ad esempio la lirica intitolata Come le foglie dove il disegno della città del sogno si trasforma in topografia dell'anima, nel richiamo appassionato all'infanzia perduta: "... Capovolta la clessidra del tempo | spontaneo rinnovo un rituale | perduto di bambina | quando, con mamma e Patrizia, | si andava sui Viali di Piazza Beccaria | in cerca dell'autunno giallo | avanzato di foglie | da portare a scuola per disegnare: | sapeva del castagnaccio bollente | dell'arco di S. Pierino | del bruciore dei geloni nuovi | del luccichio incantato delle feste | vicine con le vacanze | e qualcosa di buono, dentro, | che si sarebbe avverato | chissà | ed anche il chissà era buono...". Ecco, la città di Anna Maria Guidi è anche la mia città, e dai suoi versi torna anche per me dalla "clessidra del tempo".

Firenze, maggio 998

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